Recensione: Black Wisdom

Di Daniele D'Adamo - 29 Febbraio 2016 - 23:03
Black Wisdom
Etichetta:
Genere: Black 
Anno: 2015
Nazione:
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70

Il raw black metal altri non è che il black metal primigenio partorito dalle menti dei scellerati musicisti scandinavi all’inizio degli anni ’90. In sostanza, quello che l’old school death metal è per il death metal. 

L’aggettivo raw non deve tuttavia ingannare, poiché va inteso solo e soltanto alla scabrezza del sound, alla sua scarna veste grafica, al conseguente minimale uso di strumentazione; senza cioè gli agghindamenti e orpelli caratteristici, per esempio del symphonic black metal’. Oppure le frange evoluzionistiche dell’avantgarde o le eteree amtosfere del post-black. Tanto per focalizzare l’attenzione sul centro del concetto black metal, inteso nella sua manifestazione arcaica e ortodossa. Come quella fatta propria dai russi Grey Heaven Fall con il loro “Black Wisdom”, secondo full-length di una carriera nata nel 2006.

Occorre in ogni caso prestare attenzione al fatto che l’asprezza e la povertà del sound è una cosa, mentre il songwriting è un’altra cosa. Tanto è vero che, seppur non venendo meno alla propria filosofia musicale, i Grey Heaven Fall inseriscono volentieri intermezzi più complessi ed elaborati, quasi a mostrare che, se volessero, potrebbero suonare avantgarde senza alcun problema (“That Nail In A Heart”). 

Comunque sia, la tendenza predominante, in “Black Wisdom”, è quella di uno stile rude, cupo, tenebroso; da inno di guerra per l’assalto alla giugulare degli avversari durante le sanguinolente battaglie pre-medievali che scoppiavano nelle gelide foreste mitteleuropee. Una vertigine spazio-temporale perfettamente narrata, nei particolari, dal turbinio dell’opener “The Lord Is Blissful In Grief”, drogata nel break centrale sì da scatenare le orde barbariche alla conquista di territori baciati da sole e quindi dal caldo.

La buona capacità di scrittura dei Nostri, del resto, si nota nelle due suite “Spirit Of Oppression” e “That Nail In A Heart”, lunghi pellegrinaggi che, per giungere alla meta, attraversano – in uno stato mentale distorto da sostanze psicotrope (“Sanctuary Of Cut Tongues”) – territori desertici, polverosi e tetri. Nei quali l’allucinazione è l’unica possibilità di sopravvivenza, nei quali il ritmo – spesso divergente verso i blast-beats – cala vertiginosamente a poche battute al minuto.

Questa innata predisposizione a maneggiare con pari destrezza i ritmi abissali dell’incipit di “Tranquility Of The Possessed” e quelli vaporizzati dall’hyper-speed di “To The Doomed Sons Of Earth” – drammatica e liricamente struggente nel suo essere la migliore del platter – è senz’altro la miglior qualità del terzetto di Podolsk. Che, senza dubbio, almeno a parere di chi scrive, trova massimo splendore quando si addentra nei territori dominati dall’alta velocità, preferibilmente condita da qualche melanconica melodia. 

Daniele D’Adamo

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