Recensione: Blood Marks

Di Giovanni Picchi - 7 Maggio 2026 - 16:24
Blood Marks
Band: Abuser (PL)
Etichetta: Xtreem Music
Genere: Thrash 
Anno: 2026
Nazione:
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65

La Polonia è sempre stata una nazione ostinatamente recettiva nell’accogliere ogni forma di sonorità estrema che provenisse dall’estero fin dai tempi della Cortina di Ferro, a cominciare dalla primigenia ondata thrash metal per passare al death metal della Florida e finire con il black metal scandinavo. In particolare in tutto l’est Europa la triade teutonica era sulla cresta dell’onda e gruppi come Kreator, Sodom e Destruction venivano osannati ovunque mentre in occidente ponevano le basi del proprio futuro tra concerti in locali angusti e spazi risicati nelle riviste di settore; basti ricordare lo stadio di Katowice pieno al concerto dei Sodom e dei Risk nel 1989. Un genere, il thrash-speed primordiale, che non ha mai avuto cenni di cedimento presso il pubblico di quelle latitudini nonostante la successiva nascita di nuovi generi e tendenze, l’evolversi delle band più blasonate e il passare delle mode. Behemoth, Vader, Decapitated, Mgla, ecc. sono nati proprio quando i loro fondatori da ragazzini erano fan sfegatati di tali gruppi ed hanno cominciato ad imitarli, per poi creare una propria identità e trovare il proprio posto tra i grandi del genere. Allo stesso tempo altri gruppi si sono formati e sono rimasti nell’ambiente underground, fortemente fedeli allo spirito originale, fatto di sudore, grinta e attitudine senza compromessi verso quella musica dei tempi passati, che qualcuno vorrebbe archiviare in quanto “vecchia” ed “obsoleta” e non al passo con i tempi. Ma per molte band rappresenta il proprio modo di essere e di fare musica come nei tempi passati e gli Abuser sono una di queste.

Di stanza a Breslavia, la band si è formata nel 2018 e, dopo la pubblicazione di un demo e qualche problema di formazione per la mancanza di un batterista, ha trovato stabilità con l’ingresso di due membri provenienti da una band locale, i Leprozorium, nelle persone del secondo chitarrista e del tanto agognato batterista. Di qui la registrazione del primo disco “Blood Marks” pubblicato dalla Extreem music, etichetta tra le più importanti in Europa per il settore underground. Il rinnovato quartetto non si discosta molto da ciò che era il thrash metal alla fine degli anni 80: velocità, aggressività, voce ringhiante e pura violenza sonora, espresse in 36 minuti intensi senza pause e senza alcun compromesso, cedimento sperimentale o divagazioni verso territori più miti. Da come si può facilmente dedurre dalla esplicita cover del CD, ci troviamo di fronte a dieci fendenti (e altrettanti sono i pugnali) di thrash-speed duro e puro come Sodom, Destruction e Kreator hanno insegnato. Se siete amanti del genere, non potete rimanere impassibili a canzoni quali “Cry of the Innocent” o “Suspended in Torture”, che magari iniziano in modo concitato ma che quasi subito sfociano in autentiche mazzate sonore che lasciano senza respiro. Naturalmente la produzione e i suoni sono moderni, pertanto le chitarre di Paweł Dominiak (anche alla voce) e di Albert Matuszny sono potenti e ben calibrate e non hanno il ronzio caratteristico delle vecchie produzioni del genere. La base ritmica si mette subito in evidenza per precisione, tecnica e velocità d’esecuzione, con il batterista Jakub Klimkiewicz che si dimostra un autentico asso nell’esecuzione dei continui fill inseriti tra un riff e l’altro a velocità supersonica, soprattutto nella title-track e nella successiva “Painbringer”, mentre il bassista Michał Kotwicki fa il suo lavoro senza ritagliarsi particolari spazi, a parte qualche sporadica incursione solista nei cambi di tempo. Solo con la quinta “Fin de Siécle” si respira un po’, con i suoi tempi più sincopati e le ritmiche serrate, o anche nella più variegata “Lethal Obsession”, ma già nell’accoppiata ”Monument of Atrocity” e “Struggling for Reality” si ritorna sugli up-tempo e sulla modalità killer, tanto che vengono tastati sentieri death metal. La penultima “Abuser” rappresenta l’inno omonimo della band, in cui il refrain cantato a squarciagola la distingue in parte dalle altre canzoni, che presentano dei refrain meno evidenti, mentre la conclusiva “Witnessing Madness” può benissimo rappresentare l’esempio tipico di brano thrash comprensivo di bridge e assolo finale al fulmicotone.

Tutto a posto quindi? Sì e no. A scanso dell’attitudine, della tecnica profusa e della produzione in linea con gli standard contemporanei e quindi senza la volontà di essere eccessivamente retrò e stucchevoli, i polacchi rimangono fin troppo ancorati agli stilemi del genere non concentrandosi sulla forma-canzone e sulla ricerca di diversificazione di un brano dall’altro, in particolare per quanto concerne il refrain delle canzoni e i riff, che sono sì tecnici e veloci ma alla lunga, anche se ascoltati più volte, rendono difficoltoso il processo di assimilazione, per cui la furia sonora rimane solo fine a se stessa. Anche gli assoli ne risentono perché, non essendoci dei riff armonici, non incidono pienamente e sembrano slegati dalla struttura. Intendiamoci, è solo una sensazione personale, ma non è percettibile alcuna ricerca che possa far distinguere il gruppo dalla massa o far provare quelle sensazioni come quando si ascoltano i Demolition Hammer, i Morbid Saint, gli Assassin, i Protector o i più recenti Hellripper, Schizophrenia ed Hellbutcher tanto per citarne alcuni. Le migliori rimangono “Abuser”, la possente “Lethal Obsession” e “Painbringer”, guardacaso le più dinamiche e più riconoscibili a livello di songwriting in generale. Gruppo che dal vivo può senz’altro dire la sua proprio perché, partorite così, le canzoni sono atte più per la resa live e per far movimentare il pit.

Manca ancora un ultimo passo ma per il momento può anche bastare.


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