Recensione: Change The World

Di Carlo Passa - 10 Marzo 2020 - 9:30
Change The World
78

Ricordo ancora quando provai per la prima volta il prosciutto crudo di Parma ..a Parma. Non mi aspettavo niente di diverso da quanto avrei potuto comprare dal mio salumaio prealpino e forse proprio per questo il mio stupore fu maggiore del dovuto. Insomma, era straordinario, l’eccezionale risultato di un connubio benedetto tra sapienza artigianale, tradizione e ambiente. Sì: l’aria della Bassa, quasi bagnata nella nebbia invernale e torrida nel cicalio ininterrotto dell’estate, era uno degli ingredienti essenziali di quel prosciutto, imitabile certo, ma irripetibile eguale altrove.
L’importanza dell’ambiente, dunque: la ritrovo nella storia degli Harem Scarem, i cui primi due dischi (l’omonimo debutto del 1991 e il celebrato Mood Swings del 1993) vennero composti e pubblicati mentre gli ultimi refoli del vento dorato degli anni ottanta soffiavano anche sul Canada e le prime camicie di flanella si ergevano minacciose da Seattle. Gli Harem Scarem provarono a inseguire il trend solo nel look (si veda il video di No Justice, tratta proprio da Mood Swings), ma mai vendettero la propria ispirazione sull’altare di Ten, Badmotorfinger, o Nevermind.
Chissà. Forse, se quei due primi dischi fossero usciti soltanto un lustro prima, la carriera degli Harem Scarem sarebbe stata più luminosa. Fatto sta che, invece, pur lodati dalla critica hard rock, che in parte si rendeva conto della fine del proprio mondo di riferimento, i canadesi non riuscirono ad imporsi al di fuori del circolo, ancora ampio ma ormai decadente, dei fan del genere.
Sappiamo bene, però, che la band non mollò. Diversamente da altri, Harry Hess e Pete Lesperance hanno continuato a sfornare dischi di discreta e buona fattura fino ad oggi, al punto che questo Change the World è addirittura il quindicesimo sigillo d’inediti inciso dalla band.
Se conoscete la produzione degli Harem Scarem e Savior Never Cry è uno dei vostri anthem preferiti, non avete bisogno di questa recensione, perché non solo saprete cosa attendervi da Change the World, ma soprattutto lo avrete già comprato e ascoltato.
La scrittura dei pezzi non tradisce la qualità degli ultimi prodotti della band, con il bel singolo Change the World che contiene tutti i tratti distintivi dei canadesi: bellissima melodia, arrangiamento perfettamente azzeccato, tecnica al servizio del pezzo e un ritornello che si stampa immediatamente in mente.
AOR e hard rock di classe come sempre, dunque, come confermano le belle e tirate Aftershock (che suona un po’ FM), Searching for a Meaning (uno dei picchi del disco) e The Death of Me (forse una delle più retro del lotto).
Perdetevi piacevolmente nei mid-tempo di No Man’s Land e Mother of Invention, che denota una finezza compositiva meno ovvia di quanto sembri. Oppure godetevi il classico AOR di In the Unknown, che certo non inventerà niente di nuovo, ma lo fa bene.
Riot in My Head fa fede al proprio titolo e racchiude i suoni più crudi di Change the World, mentre No Me Without You le fa da ideale contraltare, essendo una ballad di buona fattura, seppure un poco scontata.
Fire & Gasoline è un incontro tra hard rock e finezza tutta AOR: il risultato è un pezzo moderno, dinamico e godibile. Infine, Swallowed By The Machine conclude il disco in bellezza, proponendo l’ennesima variante sul tema dello stile hard melodico che ha caratterizzato gli Harem Scarem fin dall’esordio, trent’anni fa.
Nel complesso, Change the World è un gran bel disco, che farà la gioia dei fan di lunga data del gruppo e, speriamo, di chi lo scopre solo ora, colpevolmente o per ineludibili ragioni anagrafiche. Se devo trovare un limite a Change the World è una certa ripetitività sia nella scrittura che nei suoni, che alla lunga più che annoiare rischiano di abbassare l’attenzione dell’ascoltatore, penalizzando così le canzoni che giungono più avanti nella tracklist.
Nel corso del 2020, gli Harem Scarem saranno in tour in Europa. L’assenza del consueto Frontiers Rock Festival di Trezzo d’Adda ci priva di una data italiana: triste, ma buono sprone a comprare un biglietto per lo Sweden Rock.

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