Recensione: Coma Ecliptic

Di Tiziano Marasco - 10 Luglio 2015 - 9:00
Coma Ecliptic
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno: 2015
Nazione:
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85

Li si aspettava al varco, come del resto accade sempre, quando esce un disco dei Between The Buried and Me, un gruppo che ogni 2 dischi dimostra di saper esplorare territori sconosciuti ai più, per quanto riguarda il metal estremo. Era accaduto con Colors quasi dieci anni fa, accadde di nuovo con Parallax II, ad oggi vertici assoluti della produzione del quintetto statunitense. Non bastasse ciò, i BTBAM hanno sempre saputo reinventarsi, disco su disco, arricchendosi di influenze e dando abiti diversi alla loro comunque inconfondibile proposta. 

Ora è la volta di Coma Ecliptic, tre anni sono passati e molte cose sono accadute. La sua uscita era stata annunciata, sbandierata, pompata fin dallo scorso autunno, con dovizia di anteprime e tracce antipasto. Fin dall’entrata in studio dei cinque si era parlato di ulteriori evoluzioni verso il prog, si parlava poi di un’opera rock che, al momento, è difficile indagare appieno, ci si accontenti del fatto che Coma Ecliptic racconta la vicenda di un individuo in coma costretto a scegliere tra vita, morte e una terza opzione. 

Finite le registrazioni era giunta la prima traccia antipasto, che aveva lasciato un po’ perplesso almeno il sottoscritto. Non si vuole certo dire che Memory Palace, terzultima e più lunga composizione di Coma Ecliptic, sia un pezzo di scarso valore. Piuttosto conta il fatto che la cifra stilistica dei BTBAM in questo frangente sia stata stravolta. Il prog c’è. Anzi, ce n’è fin troppo! L’attacco a riff prog-core, il canto particolarmente acuto ed urlato di Tommy Rogers e il già citato concept comatoso faceva venire in mente che gli statunitensi si fossero endovenati massicce dosi di Mars Volta (De-Loused in the Comatorium vi dice nulla?). Mancava invece, quasi del tutto, la componente brutale death, anche il truculento rantolo di Rogers era incatenato ad un unico passaggio.

Un paio di settimane fa era giunto, a conferma dei sospetti, The Coma Machine (traccia numero due, nella realtà dei fatti un tutt’uno sia con l’intro che con l’interludio seguente), col suo giro di piano all’acqua di rose e la sua strofa sospesa e serena a dispetto del tema. Oltre a ciò un po’ più di growl e di varietà, che pure non va a inficiare il carattere prog complessivo del pezzo. Unica nota negativa dunque è la mancanza di innovatività. 

Una mancanza di innovatività che, unita ad un sempre più marcato ammorbidimento sonoro, caratterizza tutto Coma Ecliptic. Sembra che i nostri abbiano voluto fare una summa di quanto fatto da The Great Misdirect. Titolo che in effetti, a livello sonoro, nelle uscite future potrebbe rivelarsi profetico. Esatto, nelle uscite future.

Perché al di là dell’ammorbidimento e delle spruzzate di Dream Theater e Mars Volta qua e la, i BTBAM fanno ancora centro. 

Coma Ecliptic infatti, pur perdendo in varietà, è un disco solido, impreziosito da un gusto per la melodia che, dopo tanti anni, si attesta assai vicino alla perfezione. A tutti gli effetti è molto probabilmente il lavoro più compatto fatto dai nostri sin qui, sicuramente si tratta del loro disco più facilmente assimilabile. In questo è complice il fatto che, dopo molto tempo, in quest’album nessuna delle 11 tracce supera i 10 minuti. Ciò nonostante lo status di opera rock rende lo scorrere della musica fluido e si fatica, soprattutto nella prima metà, a capire dove finisce una traccia ed inizia la successiva. E se da un lato si perde l’estremo (comunque presente nelle composizioni estese), aumentano le atmosfere stranite che hanno caratterizzato il gruppo fin qui. Lo fa capire già l’interludio tecnologico Dim Ignition, lo conferma The Ectopic Stoll. Lo esalta più di ogni altro King Redeem – Queen Serene che sembra quasi un perfezionamento della già ottima Fossil genera, una continua altalena tra melodia, furia e „roba strana“, rivelandosi il pezzo più interessante del disco assieme a Turn to Darkness (e al suo fascinoso clean nella seconda parte). Ma c’è poco da fare, la qualità di tutto il disco è elevata e stare a indagare questa o quella composizione, se sia sognante o malata, votata alla strofa catchy o al rutto cavernoso, sarebbe lungo e noioso. Basti dire che di momenti gloriosi, siano in clean o affrescati da tastiere e chitarre (Life in Velvet su tutti), ne troverete a ogni piè sospinto. Qualcosa da buttare o di non riuscito? No, la risposta è ancora una volta no. 

Rimane solo il curioso bivio già menzionato, valido per gli ascoltatori di lunga data come per i Between The Buried and Me. Da un lato la perplessità di sentire una band “estrema” farsi soft e quasi melensa, completamente votata alla melodia e al prog in un modo che Parallax forse accennava ma sicuramente non lasciava intendere. Una melodia che oggi, invece, lascia presagire che la più classica delle svolte commerciali possa nascondersi dietro l’angolo. La imboccheranno i nostri? Il progressivo ammorbidimento si trasformerà in un Great Misdirect? Non lo sappiamo e non è luogo per pontificarne. Anche perché dall’altro lato del bivio abbiamo consapevolezza che questi Between The Buried and Me, farciti un po’ di Dream Theater e un bel po’ di Mars Volta, hanno comunque cavato dal buco un altro ottimo album. Nonostante la sua intrinseca ruffianeria, Coma Ecliptic è un disco spettacolare, un disco che lima tutte le asperità che hanno accompagnato la band in questione nelle ultime prove. Un disco in cui il sotterrato indaga profondamente il suo gusto per la melodia e lo porta a livelli di pregio altissimi, confezionando qualcosa non esattamente nuovo ma comunque in maniera divina, un album che è un bijou e che, ad ogni modo, si conferma diverso dai precedenti.  Qualcosa che di sicuro non finirà nel dimenticatoio e che, pur gettando ombre sul futuro (finiranno anche loro preda della sindrome di Åkerfeldt? Non lo sappiamo, ma se Åkerfeld cadesse preda della sindrome dei BTBAM non sarebbe male), ci consegna al contempo un solido ed orecchiabile presente.

Questo è Coma Ecliptic e i dischi vanno giudicati per quello che sono, non per le supposizioni che suscitano.  

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