Recensione: Coming Home

Di Carlo Passa - 20 Luglio 2022 - 21:56
Coming Home
Band: Cleanbreak
Etichetta: Frontiers Music Srl
Genere: Heavy 
Anno: 2022
Nazione:
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76

Sono già passati più di dieci anni (era il 2011) da quando il nome di James Durbin iniziò a diventare di pubblico dominio, in virtù della sua partecipazione al programma American Idol, dove si piazzò al quarto posto. Proprio grazie a quella visibilità, il dotato Durbin andò incontro a una carriera piuttosto fortunata negli Stati Uniti, che vide il proprio avvio nel disco solista Memories of a Beautiful Disaster, immesso sul mercato dal cantante subito dopo l’esperienza ad American Idol.
Pubblicata la terza prova solista nel 2016, James Durbin entra nei Quiet Riot, dove militerà per un paio di anni, guadagnandosi la notorietà anche nel mondo metal più ancorato ai classici del genere. Sfruttando l’onda lunga della fama acquisita grazie ai Quiet Riot, Durbin pubblica nel 2021 il buon The Beast Awakens e, oggi, questo Coming Home, sotto il monicker Cleanbreak (nome oggettivamente brutto), che annovera tra i propri membri Mike Flyntz dei Riot V alla chitarra, oltre che la base ritmica degli Stryper. Il tutto è condito da penne di qualità, tra le quali non stupisce ritrovare la firma di Alessandro Del Vecchio, mai domo quando si tratta di supportare progetti che riuniscono nomi più o meno noti della scena hard & heavy.
I Cleanbreak suonano un tipico heavy metal melodico americano, che un tempo si sarebbe definito class metal. Ed ecco, dunque, che fanno capolino eco dei Dokken, dei Riot ottantiani e, soprattutto, dei grandi Fifth Angel. Genere non semplice da comporre e suonare il class metal, che sta sempre sul pericoloso crinale del già sentito e richiede una tecnica esecutiva più raffinata di quanto un ascolto superficiale potrebbe far credere. In questo, Coming Home fa pienamente centro, ricalcando perfettamente gli stilemi impostisi ai tempi d’oro del genere, senza tuttavia scadere nel plagio sterile e, alla lunga, tedioso. Anzi, se c’è un pregio di Coming Home è proprio una certa freschezza scritturale e dinamica esecutiva, che riesce a valorizzare al meglio linee melodiche inevitabilmente non troppo originali.
Se l’opener Coming Home è un bel pezzo che suona al limite di un AOR adrenalizzato, Before The Fall è un mid-tempo cadenzato e pesante decisamente più d’impatto, mentre Dying Breed ha un piglio molto metal e gode di un ritornello notevole.
Sarà per il titolo, ma con We Are The Warriors pare di venire catapultati in un disco dei Dokken o dei Riot che furono: bellissimo esempio di class metal, We Are The Warriors è il classico pezzo senza tempo che non può non piacere al metallaro che ancora si lamenta che siano arrivati gli anni Novanta.
Più moderna è Dream Forever, che non aggiunge molto al disco, mentre con The Man Of Older Soul torniamo a vestire spandex colorati e a sognare assolo di chitarristi dai capelli tintissimi e gonfissimi: alla fine, è un bel brano, tanto canonico quanto deve essere.
Un riffone tagliente apre Still Fighting, che suona come un power metal ante litteram ed è davvero (troppo?) debitore dei Riot di metà anni Ottanta, riuscendo tuttavia a non finire in farsa e anzi regalando buoni momenti.
The Pain Of Goodbye è un’ulteriore (valida) variazione sul tema class metal di tutto Coming Home. Segue il pezzo che dà il nome alla band: ed è eccellente, meravigliosamente melodico nel ritornello e impreziosito da una prova convincente di Durbin, al contempo potente e acuta. Forse il punto più alto del disco.
Se Find My Way è una buona compagna di viaggio, ma niente di più, No Other Hearts chiude Coming Home alla grande, addirittura con armonizzazioni di chitarra, che fanno subito tanto retro: il piglio c’è tutto, la band ci crede, l’arrangiamento spinge il giusto e Durbin non fa altro che fare Durbin. Ed è sufficiente.
Non mi aspettavo molto dai Cleanbreak, che mi parevano l’ennesimo modo di sfruttare un nome di media fama accostandogli un manipolo di seconde linee della scena metal. E in vero mi devo ricredere, perché Coming Home non solo è scritto e suonato bene, ma va ad occupare un angolino non troppo frequentato dal diluvio di uscite contemporaneo: in quel pertugio si trova la melodia di un class metal che è antico per definizione e, forse per questo, eterno.
Hanno fatto bene i Cleanbreak a farsene portavoce anche nel 2022. Li aspettiamo nel 2032, con un disco del tutto identico a Coming Home: in vero, c’è da sperarci.

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