Recensione: Coronach

Di Alessandro Rinaldi - 31 Marzo 2026 - 15:06
Coronach
Band: Hellripper
Genere: Black 
Anno: 2026
Nazione:
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84

“All hail our star and saviour

In times of woe and favour

Ascend in joy and sorrow

Eternally we follow […]”

 

 Hellripper  è un progetto nato ad Aberdeen, dalla mente del polistrumentista scozzese James McBain, artista prolifico, con scadenza fissa ad intervalli triennali: nel 2017 esce il primo full-length, Coagulating Darkness, nel 2020 The Affair of the Poisons, e, tre anni fa, la consacrazione, Warlocks Grim & Withered Hags, di cui Coronach, sembra essere una prosecuzione, con altri mezzi.

Partiamo proprio dall’artwork, sempre opera di Adam Burke, che questa volta ha superato sé stesso, dando vita ad una vera e propria opera d’arte: una landa sinistra e desolata, in cui danzano tre figure femminili funeree, sotto ad un cielo plumbeo, dove si manifesta un inquietante caprone come se fosse un segno di un’imminente apocalisse. Anche il format di Coronach ricalca quello del predecessore: 8 brani per un totale di poco meno di 45 minuti di ascolto. Il disco risulta essere una perfetta sintesi tra le diverse anime di James McBain, che ha cercato di rendere unico ogni brano, mettendoci qualcosa di diverso, a partire dalla scelta del titolo: il Coronach, infatti, è un lamento vocale funereo, tipico delle Highlands scozzesi. Ma l’elemento folk non si ferma semplicemente a questo: dai misteri dei Pitti – popolo guerriero scozzese dalla lingua indecifrata – alle leggende sinistre, passando per la poesia, l’album è un omaggio alla Caledonia. Andando a sviscerare i contenuti di nostro interesse, ovvero quelli più strettamente musicali, la proposta è sempre la stessa, ovvero quella di blackned death metal a forti tinte speed, trash e rock ‘n roll, ispirato, come affermato dallo stesso James McBain, da Venom, Mercyful Fate, Watain, Opeth, Manic Street Preachers e dalla musica tradizionale scozzese.

La scienza indica che bastano appena 7 secondi per formarsi una prima impressione su una persona o una situazione, ed in effetti, già dalle prime note di Hunderprest, si capisce la direzione di Coronach: forza, potenza, velocità, oscurità, un riffing graffiante e groove accattivante. A cui si va aggiungere immediatamente un growl ispirato, non solo gutturale, ma quasi melodico, dandone una dimensione più profonda e sfumata. La grandezza di James McBain sta proprio nel rendere unica ogni canzone, attraverso la ricerca del dettaglio, come in The Art of Resurrection, introdotta da una pregevole linea di piano, che è pura melodia e poesia di oscurità e morte, pronta a lasciare spazio ad una ritmica particolarmente coinvolgente e a delle chitarre che tessono melodie cupe, poggiandosi su una struttura graffiante. Hellripper si muove con destrezza su una solida base, la medesima, ma enfatizzando l’animo di ogni brano con uno dei generi da cui trae spunto: rock (Kinchyle), trash (Baobhan Sith), black (Mortercheyn), poggiando tutti su sempre solidi e convincenti riff – concetto che trova la sua massima espressione in Blakk Satanik Fvkkstorm. E se pensate di aver già sentito tutto, cari lettori, vi sbagliate: la title track (di cui, ad inizio recensione,  abbiamo menzionato l’incipit), presenta, nelle sue prime note, un chiaro quanto voluto riferimento  alla Marche funèbre della Sonata per pianoforte n. 2 di Chopin. Quando il Metal, da semplice genere musicale, si eleva a mezzo di diffusione culturale.

Coronach è un disco diversamente oscuro, che sfugge alle regole del genere, e abbraccia diversi lati della realtà per raccontarci la storia, i misteri e il folklore di una terra magica e meravigliosa, la Scozia. E se potevano esserci dubbi aprioristici, su questo quarto lavoro di Hellripper, sono tutti respinti al mittente. Magari via gufo.

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