Recensione: Curse of Autumn

Di Marco Catarzi - 8 Marzo 2021 - 10:14
Curse of Autumn
Band: Witherfall
Genere: Heavy  Power 
Anno: 2021
Nazione:
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87

Dopo due album di primissimo livello, era grande l’attesa per il nuovo disco dei Witherfall. La formazione californiana ha saputo fin da subito infondere personalità nel proprio sound, assieme a un’eccellente perizia strumentale e vocale.

Senza la necessità di dover sperimentare a tutti i costi, ma lasciando libertà alle proprie istanze espressive, il gruppo capitanato da Jake Dreyer e Joseph Michael ha unito componenti heavy e power, con una vena a tratti romantica, fatta di chiaroscuri, sfumature melodiche e contrasti improvvisi, molteplici esempi di una profondità compositiva sempre più rara. Se per alcuni aspetti il paragone con i Nevermore ha sicuramente attratto l’attenzione di molti, non sempre ha permesso di descrivere in maniera esaustiva il percorso intrapreso dalla band.

Per Curse of Autumn, oltre alla formazione del compianto Warrel Dane, un altro nome viene alla mente, non tanto per similitudini musicali, quanto per spirito e dedizione nell’infondere la propria anima nelle composizioni create… e si tratta dei Savatage. Come per il gruppo dei fratelli Oliva l’asse portante era quello tra la chitarra di Criss e la voce di Jon (e d’altronde la stessa cosa si può dire per i Nevermore della coppia LoomisDane), anche qui è indubbio l’affiatamento tra Dreyer e Michael.

Avvolto nello stupendo artwork ad opera di Kristian Wåhlin, come già avvenuto per i precedenti Nocturnes and Requiems e A Prelude to Sorrow (oltre che per l’EP Vintage), segno di forte identità e solidità attorno al progetto Witherfall, il nuovo Curse of Autumn sembra risplendere di maggiori aperture luminose rispetto ai suoi predecessori.

Troviamo comunque tratti di oscurità tra le note dell’album, ed è inevitabile per una formazione che ha subito la prematura scomparsa del batterista Adam Sagan avvenuta nel 2016 durante le fasi finali di produzione di Nocturnes and Requiems. Un dolore che forse segnerà per sempre la musica del Witherfall.

L’andamento marziale del breve strumentale Deliver Us Into The Arms Of Eternal Silence apre le porte a The Last Scar, dove un breve riff che sa tanto di speed melodico finlandese lascia subito spazio a chitarre serrate e a un’interpretazione vocale aggressiva, fino all’apertura del refrain e alla strabordante parte solista di Dreyer. La versatilità di Michael si inserisce nel gran lavoro di songwriting, per un pezzo che evolve senza ripetere se stesso.

As I Lie Awake trova forza nella stupenda melodia e nel muro sonoro crescente, presentando uno dei più bei ritornelli degli ultimi anni. Michael mostra di meritarsi l’ascesa tra i migliori singer della sua generazione. Le parti strumentali si dispiegano in maniera notevole, basso e batteria sostengono la superba prova di Dreyer, in un brano che annienta la mediocrità di tanto metal melodico attuale (che ha sposato troppo presto la via del pop) e si pone come canzone simbolo di un gruppo in stato di grazia che procede con concretezza ed efficacia, un tour de force di bravura che non può che ricordare appunto la magia di alcune scelte compositive di scuola Savatage.

Another Face evoca gli Iced Earth più melodici e anthemici, con ritmi soffusi e un gioco di rimandi tra strofa principale e cori. In alcuni momenti trova fondamento l’accostamento di Michael con Warrel Dane (soprattutto quello degli album solisti) nei passaggi di atmosfera e nel forte impatto emotivo.

Tempest ha un inizio drammatico, insinuandosi nell’anima di chi ascolta, in una varietà di evoluzioni strumentali e con una continua alternanza di acustico ed elettrico. Michael si fa condottiero del pezzo, grazie a una prestazione al microfono molto teatrale, sorretta dal solito lavoro monstre alle chitarre.

È ormai chiaro che Curse of Autumn è un album all’insegna della melodia, dove ogni brano apre nuovi orizzonti attraverso le capacità interpretative messe in campo da tutti gli attori.

La title-track è un intermezzo anomalo per brevità, dotato di una linea melodica affascinante che si interrompe quasi all’improvviso. Lo strumentale di gran classe The Unyielding Grip Of Each Passing Day lascia spazio ai ritmi serratissimi di The Other Side Of Fear, il pezzo più aggressivo del disco, dominato da segmenti oscuri, in un avvicendamento di parti più cadenzate e forti accelerazioni, con Michael che spazia in tutto il suo range espressivo.

The River si caratterizza per la grande dolcezza e per un’interpretazione che supera i confini di un genere preciso, una ballad ricca di emozione, con una carica espressiva che colpisce al cuore e che sembra avere il potere di riscattarci dai dolori della vita.

Arrivati a … And They All Blew Away ci troviamo di fronte a un vero e proprio maelstrom musicale, oltre quindici minuti che si muovono su livelli vocali e strumentali sempre diversi. L’ombra dei Savatage torna ad aleggiare nel tentativo di creare arrangiamenti da “opera” metal, con ritmiche complesse e continui cambiamenti di atmosfera, facendo però più fatica, rispetto agli altri brani, a penetrare nelle profondità emotive dell’ascoltatore.

Come chiusura troviamo una bellissima versione acustica di Long Time dei Boston, quasi a voler infondere calma per congedarsi da un’esperienza tanto intensa nel suo complesso.

Degna di nota in tutti i brani la prova di Anthony Crawford al basso e Marco Minnemann alla batteria, per un album non necessariamente “difficile”, ma che richiede più ascolti per poterne apprezzare le numerose sfumature. Ogni pezzo è un viaggio, a dimostrazione della maturità raggiunta dalla band in un tempo relativamente breve. Proprio queste caratteristiche hanno reso i Witherfall una delle più belle realtà degli ultimi anni e il futuro ci dirà quali ulteriori orizzonti verranno raggiunti.

Dopo prove in studio di così alto livello, ci aspettiamo maggiore solidità e compattezza in sede live (speriamo che le esperienze di Dreyer con gli Iced Earth e di Michael con i Sanctuary possano aver giovato in questa direzione) e che vengano coinvolti musicisti che non siano solo session ma diventino parte integrante del progetto, oltre alla necessità assoluta di un secondo chitarrista per sostenere lo spessore delle parti strumentali.

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