Recensione: Depressants

Di Giovanni Picchi - 1 Giugno 2026 - 12:00

Per farvi un’idea di cosa possano essere i Defect Designer, è sufficiente osservare la bellissima copertina di “Depressants”, realizzata ancora una volta da Ian Miller in cui è rappresentata quella che sembra la tromba di un grammofono o un tubo di sfiato di una nave in procinto di affondare (ma può essere un qualsiasi oggetto) e dalla quale fuoriescono una molteplicità di colori spezzati, continui, spumeggianti e vorticosi che campeggiano in primo piano e in perfetto ossimoro con il titolo del disco: “Deprimenti”. Facendo un’analogia con i contenuti musicali, possiamo affermare che immagini e suoni sono fortemente correlati tra loro in quanto lo stile caotico, dettagliato e surreale dell’artista è perfettamente in linea con il sound estremo e l’atteggiamento ironico e avanguardistico della band. Giunti al quarto album, questo progetto vede come protagonisti il duo russo-norvegese Dmitry Sukhinin e Martin Storm-Olsen che si alternano tra i vari strumenti (parti vocali comprese), tranne la batteria, in cui si sono avvalsi delle prestazioni di Eugene Ryabchenko dei nostrani e ormai affermatissimi Fleshgods Apocalypse. Completano i credits numerosi ospiti che arricchiscono un album già di per sé ricco di ingredienti e in cui è praticamente impossibile descrivere in modo dettagliato le diverse sfumature presenti nelle 13 canzoni che si dipanano per quasi un’ora di durata. Da un death metal tecnico di base, la band assembla diversi stili musicali maneggiando con esperienza e dimestichezza tutti gli strumenti a sua diposizione. Ogni composizione, infatti, è un mondo a sé, nessuna canzone assomiglia all’altra e ogni tentativo di etichettare il disco in un determinato genere fallisce. La miscellanea di suoni e colori di questo album possono anche spiazzare ma non bisogna negare una certa genialità negli intenti e stabilire con certezza la buona riuscita del prodotto finale. Per farsi piacere questo disco, naturalmente, bisogna togliere i paraocchi ed essere avvezzi alle disquisizioni sonore sperimentali di band come Imperial Triumphant, Igorrr, Massacre, Primus, Alkaloid, Gorguts, Disharmonic Orchestra, Demilich mescolati con primi Carcass, Suicidal Tendencies, Slipknot, Therion, Neil Young, Level 42 e High Tyde: il tutto centrifugato, remixato e servito su un vassoio ad alto tasso tecnico con contorno di imprevedibilità tra una canzone e l’altra e una buona dose di autoironia ben esternata dai titoli pazzeschi delle canzoni.

Potrebbero piacere? Potrebbe essere la rivelazione dell’anno? O un tentativo non pienamente riuscito e goffo di sperimentare e rendersi ridicoli in quanto sconnessi da ogni logica di coerenza? A prescindere dai gusti, un’opera va apprezzata anche dal lato puramente oggettivo e se a qualcuno potrà non piacere, non si può negare la volontà di creare anche qualcosa di unico e la volontà a non fossilizzarsi in un determinato genere. Mai fermarsi ad un ascolto fugace ma saper cogliere anche le sfumature. Tutto lascia intendere che sia stato registrato per mero divertimento ma bisogna anche ricostruire a come si è giunti a questa singolare uscita e per farlo occorre risalire a quanto è stato fatto finora. La primordiale formazione ha avuto i natali nella città siberiana di Novosibirsk nel 2005; due anni dopo registrano il primo demo “W” e nel 2009 viene pubblicato il primo album intitolato “Wax”, registrato presso gli Hertz Studio di Varsavia (Behemoth, Vader, Decapitated) e uscito per My Kingdom Music: un album che risente molto delle influenze di bands come Gorguts o Demilich per via dei suoni dissonanti e della tecnica non indifferente.

Dopo l’esordio, il mastermind del progetto, Dmitry Sukhinin (anche nei Diskord), si trasferisce ad Oslo e riesuma il nome della band avvalendosi di vari turnisti e collaboratori per la registrazione degli album successivi. Così “Ageing Acelerator”, uscito nel 2015, ha visto la partecipazione di Flo Mounier (Cryptopsy) e di membri dei Septic Flesh, ai quali si è unito Martin Storm-Olsen proveniente dai Trollfest per rimanervi in pianta stabile. L’album in questione presenta parti ancora più tecniche e un songwriting tutto sommato potente ed efficace, con parti dirette e fortemente ancorato alla tradizione del genere, con il tremolo picking che la fa da padrone e con l’ottima prestazione di uno dei migliori batteristi di sempre nel death metal, Flo Mounier: un disco molto interessante a cui ogni adepto del genere più tecnico dovrebbe rendere omaggio ma purtroppo rimasto in sordina e che merita di essere riscoperto. Dopo l’EP “Neanderthal” del 2022, che include 7 brani in appena 17 minuti di musica e caratterizzato da una certa propensione verso stilemi death-grind e grind-core e annoverato come il più diretto della loro discografia, la band pubblica il terzo album “Chitin”, disco che ha segnato un ritorno verso stilemi dissonanti ma alla fine risultato un po’ controverso in quanto, pur avvalendosi della collaborazione di validi musicisti, non ha ottenuto i risultati sperati soprattutto a causa del livello non eccelso in fase di songwriting, alla lunga un po’ piatto, poco originale e non al passo del precedente “Ageing Acelerator”.

Una manciata di dischi, quindi, in cui a sprazzi si sentivano anche influenze esterne al genere metal ma non ancora predominanti, mentre per il resto ci si muoveva all’interno della tradizione musicale estrema tout-court, con riff veloci, trame dissonanti, ritmiche potenti, poche parti soliste e vari cambi di ritmo, con la voce perfettamente bilanciata tra parti in growl o in screaming. Nonostante anche alcuni momenti groove e la partecipazione di musicisti molto quotati, il progetto è rimasto poco conosciuto a sud dello Stretto di Skagerrak, soffocato dalle miriadi di uscite che in ambito estremo escono ormai come funghi, oltre al fatto di una scarsa presenza sulle riviste del settore a livello di interviste, marketing e assenza di concerti dal vivo. Con la distribuzione dell’etichetta Transcending Obscurity Records, che si sta facendo valere molto nella musica death metal, soprattutto nel sottogenere technical e che già aveva dato alle stampe “Neanderthal” e “Chitin”, “Depressants” mostra un notevole passo in avanti e rappresenta in modo ancora più marcato l’evoluzione della band sia a livello stilistico che di sound. I 13 brani che compongono l’album, dalla durata complessiva di circa un’ora, presentano caratteristiche proprie e le più svariate influenze musicali che attingono anche in generi che con il metal hanno poco a che fare e frutto sicuramente di continue jam-session di musicisti appassionati che non si sono limitati a svolgere il loro compitino ma hanno dato ad ogni canzone un’anima diversa in modo che non potessero assomigliare l’una con l’altra.

Così ci sono canzoni anche non molto lunghe, quali l’opener “Daily Dose of Gloom”, con il suo basso funkeggiante, che risente ancora molto delle influenze thrash, grind e hardcore e con una parte finale compulsiva e ritmata che mixa sorprendentemente elementi doom e dissonanti. Con “Butterfly Juice Straws” inizia il valzer dell’imprevedibilità e delle più svariate influenze, una canzone che da sola vale tutto l’album per quanto sia imprevedibile ed eclettica a partire dal pattern di batteria che si districa tra sezioni lente e blast-beat furiosi, riff dalle spiccate influenze math-core, refrain con cantato pulito (ad opera di Ottar Skifte dei norvegesi Shaving the Werewolf) e parti vocali spiazzanti tra growl profondi, screaming, voci pulite e harsh vocals. I suoni delle chitarre, che si intrecciano fra loro, si fanno epici, a tratti dissonanti ma allo stesso tempo tessono trame melodiche che non si possono fare a meno di riascoltare più volte tanto sono belle ed accattivanti. Anche “Repeated Aversive Stimuli Inducer” si muove sulle medesime coordinate stravaganti e dopo una partenza con chitarra sleazy e urlo alla Dani Filth, si odono improvvise sfuriate grind-core, sezioni soliste di chitarra, musica rock e chitarra acustica: unire generi così diversi non è facile ma i Defect Designer riescono a tenere accomunate le varie trame stilistiche con grande dimestichezza. E così vale anche per “Carte Blanche”, canzone invece impostata su ritmiche in blast-beat, rallentamenti improvvisi e finale a sorpresa che riprende la colonna sonora di 007.

Finisce qui? No, perché “Expiration Deferral Request Denied”, con ospite Björn Strid, spiazza tutti e strizza l’occhio all’alternative metal di Korn, Alice in Chains e Deftones mentre la successiva “Scorching the Rival Pogonomyrmex Burrows” (tradotto letteralmente: “Bruciando le tane rivali delle formiche Pogonomyrmex”…) riesce a trasmettere con la sua brulicante frenesia le attività belliche di questi insetti, tra chitarre roboanti, voce urlata e ritmi caotici e claustrofobici per una canzone che si può definire più propriamente thrash-death.
Si passa a tutt’altro genere invece con “Body Count of My Cow Tail” (altro titolo molto esilarante), caratterizzato dalla voce femminile di Makeda Rose per un pezzo in stile folk e jazz caratterizzato dalla chitarra acustica, ritornelli ficcanti e la batteria di Ryabchenko a suo agio anche in questo tipo di composizioni. Con “I Heard Robespierre like a Bitch” (va be’, qui con i titoli si esagera proprio…) le parti vocali continuano a cambiare: infatti ogni canzone sembra avere un proprio stile anche nelle metriche vocali e il growl si fa più profondo e ruvido mentre la canzone risulta essere più diretta e priva però degli elementi spiazzanti che avevano caratterizzato le precedenti canzoni. E mentre “As the Terracotta Dust Settles” mostra chiari elementi sinfonici rievocando i Therion più spinti, le ultime canzoni del disco, e cioè “Peons Before My Drabbing Wings”, “Awaiting The Return Of The Golden Age”, “The Inevitable Mad Composite” e la strumentale “Wrong Future Forecast” assorbono elementi groove e nu-metal intercalati a qualche breve passaggio acustico, stacchi grind-core e inserti cinematici, risultando quindi essere più dirette e con meno sorprese rispetto alla prima parte dell’album ma per questo non meno interessanti.

Insomma, un album adatto soprattutto per chi ama le contaminazioni eccentriche, la perizia musicale e la leggerezza tipica dei testi ironici e che tutto sommato può essere inserito tra le uscite più originali, eclettiche e stravaganti di questo 2026, anno 56 della nascita dell’heavy metal. Vedremo se invecchierà bene.

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