Recensione: Dirty Shirley

Di Carlo Passa - 25 Gennaio 2020 - 1:00
Dirty Shirley
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Generazioni che s’incontrano e si piacciono nel nome dell’eterna lingua dell’hard rock. Il veterano George Lynch, che ha attraversato gli anni ottanta con i celeberrimi Dokken e quindi precipitò i propri Lynch Modo nei grungiani novanta, assomma le forze con il vocalist croato Dino Jelusic, già distintosi nei bravi e ambiziosi Animal Drive.
Insomma, due bei talenti: la chitarra di Lynch si è fatta con gli anni sempre più groove e meno class, andando così a trovare una quasi naturale interazione con il vocione caldissimo di Jelusic, che si posiziona in un ideale punto d’incontro tra David Coverdale, Russell Allen, Jorn Lande, Jeff Scott Soto e Zachary Stevens.
La musica è un hard rock pieno, caldo, arrangiato e limato niente più del necessario; la mano sapiente di Alessandro Del Vecchio non tradisce. Siamo tra gli Whitesnake della prima parte degli anni ottanta e i suoni pesanti del rock sporco di inizio novanta; il tutto condito da una chitarra protagonista, ma non soverchiante e, anzi, valido alleato del calore della voce di Jelusic. A mancare quasi del tutto è, invece, ogni riferimento ai Dokken, decisamente ormai troppo lontani nel tempo e nelle atmosfere: quei suoni iperprodotti e quegli acuti falsettati sembrano davvero perduti nella notte della gioventù di George Lynch e riemergono solo in rari momenti del disco, che paradossalmente sono tra i migliori del lotto. Si prenda a titolo di esempio la bella The Dying, che non cela la propria discendenza dokkeniana e regala un piccolo brivido al rocker d’annata.
Certo, nei Dirty Shirley c’è molto più “sangue” che nei Dokken, molta più esperienza compositiva, molta più consapevolezza; ma la magia della melodia che ti penetra in testa è purtroppo infrequente. Pezzi come Here Comes The King, o Dirty Blues sono perfetti affreschi di hard blues rabbioso e sporco, ma rischiano di fare tanto rumore per poco. I riff rotondi vagamente settantiani di Lynch (Last Man Standing, Cold) sanno davvero troppo di già sentito, il che non è sempre un male quando si ha a che fare con un genere in cui non si inventa più niente: ma la vena compositiva suona un poco stanca e, tra le tante uscite discografiche contemporanee, rischia di annegare i Dirty Shirley.
E sarebbe un peccato, perché i pezzi di qualità ci sono (Siren Song), ma sono travolti dai tanti momenti di stanca. The Voice of A Soul è l’ennesimo bluesone che alla fine stufa. Escalator è una prova certo maschia, ma tutto sommato inane. Higher suona più confusa che sentita. E Grand Master sembra un’improvvisazione indistinta.
In conclusione, i Dirty Shirley mi paiono un’occasione persa. Sembrano una di quelle persone che, se fatte a pezzi, sarebbero bellissime; ma, viste nel complesso, mancano del minimo appeal per poter piacere. Torno ad ascoltare Breakin’ the Chains, o al massimo Bite!

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