Recensione: Do You Really Think This World Was Made For You?

Di Gianluca Fontanesi - 31 Gennaio 2016 - 14:47
Do You Really Think This World Was Made For You?
Band: OneLegMan
Etichetta:
Genere: Alternative Metal 
Anno: 2015
Nazione:
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78

L’Emilia Romagna è una regione di cui si potrebbe parlare per ore e ore con piacere: dall’eccellenza culinaria alla nebbia, dalle bellezze storico artistiche fino ad arrivare ad una cosa che segnò, e segna ancora un po’ tutti. La recente serie di scosse di terremoto la ricordiamo come se fosse ieri, è tatuata sulla nostra pelle a vari livelli: c’è chi ha perso tutto, chi non ha perso nulla, chi ha perso qualcosa e chi ha semplicemente perso. Prima o poi ogni persona, nell’arco della propria esistenza, arriva sempre a fare i conti con la propria impotenza; una lezione brutale, inevitabile e da cui non ci si può esimere. Gli OneLegMan sono una band di Reggio Emilia che, col neonato Do You Really Think This World Was Made For You?, si inseriscono in questi concetti in maniera decisamente convincente. Una cosa che accomuna tutti noi emiliani è il non mollare mai, il non piegarsi a nulla e l’essere grandi lavoratori; come potrete leggere anche nella nostra intervista, il disco si colloca nel mezzo, tra la catastrofe e la risalita.

Il primo passo da fare per conoscere la band reggiana è l’ascoltare il buonissimo The Crack, loro disco d’esordio, targato 2011; sebbene fosse un po’ più acerbo rispetto al sound odierno, fu comunque un lavoro in grado di offrire parecchi spunti e molti momenti più che interessanti. Purtroppo non possiamo esimerci da una prassi che è un po’ anacronistica al giorno d’oggi, l’etichettare; è proprio in questi casi che il dover per forza catalogare tutto può metterti in difficoltà, perché gli OneLegMan non fanno un genere vero e proprio ma sono una band ibrida che si colloca al confine tra parecchie proposte. Non sono troppo rock per essere considerati rock ma nemmeno troppo metal per essere considerati metal;  non sono thrash e non sono death ma qualche sfuriata la suonano; non sono crossover ma qualche elemento ce l’hanno…Potremmo andare avanti ore senza venirci a capo; ci viene incontro la band coniando il tutto “Cappelletti metal”(Famoso piatto emiliano), più reggiani e chiari di così..

Detto questo, tocca a Freak aprire le danze, e da subito si viene a conoscenza del sound fresco ed energico degli OneLegMan, piuttosto orecchiabile e radiofonico ma bai banale o pacchiano. La produzione è pressoché perfetta e mette in luce tutto alla perfezione; l’incedere quasi djent del brano si sposa alla grande con la voce di Cristian e il risultato è più che convincente. Il disco è composto da dieci brani che solo una volta superano i 4 minuti; si è fatto un lavoro notevole di arrangiamento e snellimento in favore di un’enorme fruibilità e una grande accessibilità di base. Onelegdance è aperta da una marcia bislacca e fischiettata che sfocia presto in un brano zeppo di groove e dal ritornello piuttosto riuscito; ogni tanto i nostri si concedono qualche apertura più aggressiva che mai male non fa, anzi, ci si potrebbe puntare più forte in un prossimo disco e il risultato sarebbe garantito! Bricks And Concrete è il primo singolo estrapolato dal lotto, del quale è stato pubblicato anche un video; sfidiamo chiunque a non canticchiare il pezzo dopo 2-3 ascolti al massimo! Si tratta di una canzone killer in grado di entrare in testa per non uscirne mai più, davvero ottima.  Sacred Love rallenta un po’ il tiro non cambiando di un millimetro le coordinate finora proposte; forse un paio di battute in più lasciate all’assolo del buon Riccardo non avrebbero fatto male, ma sono dettagli.  Un breve arpeggio introduce Rundown, altro pezzo ben strutturato e riuscito; va detto che, purtroppo o per fortuna, qui non si esula mai dalla forma canzone e vi è una regolarità di base che può essere interpretata sia come pregio che come difetto. Nonostante Do You Really Think This World Was Made For You? sia un’opera tutt’altro che banale, la sua prevedibilità a livello strutturale potrebbe far storcere il naso agli ascoltatori più esigenti e in cerca di qualcosa di più “impegnato”.

Colors è il brano più lungo del lotto e uno dei migliori: l’alternarsi di parti pulite e distorte è notevole e Cristian difficilmente sbaglia una linea vocale, cosa importantissima in questo tipo di musica dove risultano importanti anche le più piccole sovra-incisioni. Deconstruction è un pezzo piuttosto aggressivo e dal groove deciso con una strofa claudicante, il ritornello arioso e un bridge incazzato nero; l’incredibile versatilità di Cristian non fa ormai più notizia e l’assolo di Riccardo inquadra il pezzo senza dedicarsi allo sbrodolo gratuito. La sezione ritmica per tutto l’album è sempre al servizio del pezzo non risultando mai fuori luogo; anche qui un pizzico di aggressività in più sarebbe stato un valore aggiunto, ma ci accontentiamo.

Il trittico finale Obey – One Step Back – This Is Not The End non fa altro che confermare la bontà del lavoro degli OneLegMan con l’unico difetto di sfumare troppo in fretta sul finale, e ci lascia una gran voglia di ripremere il tasto play che di certo aumenterà ascolto dopo ascolto.

Do You Really Think This World Was Made For You? é un gran bel disco, ben suonato, ben prodotto, ben confezionato e ben interpretato; cosa possiamo pretendere di più? Nulla, i difetti riscontrati sono davvero pochi, possiamo solo constatare come la proposta degli OneLegMan abbia ancora margine e possa ulteriormente crescere, e siamo assolutamente certi che il capolavoro sia dietro l’angolo. Per adesso non ci resta che tirare su il volume e goderci appieno il fenicottero nero, congedandoci con parole che suonano quasi come un monito, una dichiarazione d’intenti che andrebbe posta sotto il cartello Emilia Romagna all’entrata della regione:

 

Like the wind

Killed and cut the waves

Blowin’ high to find its own way

I will spend

Every day

Of my life

To build again

Godforsaken land

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