Recensione: Dominate

Di ShredderManiac - 15 Aprile 2006 - 0:00
Dominate
Band: Adagio
Etichetta:
Genere:
Anno: 2005
Nazione:
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80

Questo disco pone l’ arte in questione. In genere ogni opera d’ arte, o presunta tale, pone l’ interrogativo riguardo al considerarla effettivamente per quella che è nell’ ambito della tradizione precedente. Ma questo è un argomento di discussione puramente estetico. Non è questo il punto. “Dominate” invece rimanda piuttosto ad un quesito morale, ovvero se sia possibile o meno, all’ interno della logica utilitaristica del mercato discografico, produrre ancora arte. E perchè allora quest’ album sarebbe paradigmatico di tale questione? Perchè nella sua genesi e nella sua messa in atto è stato, nel bene o nel male, sicuramente condizionato dal mercato.

E’ necessaria dunque una premessa per comprendere meglio il senso delle mie parole. Nel 2003 gli Adagio hanno composto il loro capolavoro, “Underworld”. Vi invito ad ascoltarlo, se non lo avete ancora fatto: la perfetta sintesi tra neoclassico e metal. Arrangiamenti ispirati, orchestrazioni e cori realizzati dal vivo dall’ Orchestra Vocale di Lione e perfettamente integrati nel contesto dei brani, suoni ricercati, tecnica strumentale sopraffina, etc., insomma una sorta di “estasi mistica” come riassume bene la S. Teresa del Bernini  in copertina. Il disco però, sembra quasi banale dirlo, ha venduto poco; l’ etichetta per cui era stato stampato ha chiuso i battenti, e la band, il mastermind Stephan Forte in primis, si è trovata a fare i conti con gli alti costi di produzione arretrati. Quindi nasceva l’ esigenza di “fare cassa” in fretta con un nuovo album che riducesse al minimo le spese da parte del produttore (gli Adagio stessi!). Ovviamente solo il mercato giapponese avrebbe avuto il coraggio, o se volete la temerarietà, di distribuirlo. Dio benedica il Giappone in questo senso. Si aggiungeva a tutto questo la necessità per Stephan Forte di rimpiazzare il cantante David Readman (Pink Cream 69) che per problematiche del suo management (e non è forse mercato questo?) non poteva più essere il “singer in prestito” degli Adagio. Il deus ex-machina che improvvisamente si materializzò sulla scena fu tale Gus Monsanto, brasiliano. Dio benedica anche il Brasile in quest’ altro senso.

Questa premessa quindi dovrebbe chiarire la domanda che ponevo all’ inizio: se l’ artista, in questo caso gli Adagio, è costretto a far fronte a problematiche di tal genere dell’ industria per continuare a creare, la sua opera non si riduce a mero artigianato? Si può ancora parlare di arte se questa non è più disinteressata riguardo all’ utile monetario? “Dominate” è la risposta. Il mercato non può dominare il vero artista nella misura in cui questi è già dominato dal suo demone creativo e deve comunque sempre trovare una maniera per esorcizzarlo, esprimendosi. Esprimendo in particolare quella che è la vera dimensione del contesto in cui vive. Per cui se il mercato discografico ha oppresso Stephan Forte, voi riascolterete l’ oppressione che egli ha vissuto nelle note di questo platter. Se ne è stato spaventato oppure schifato, gli stessi sentimenti li udirete incisi sul disco. Perchè se il reale, meglio sarebbe scrivere il sociale, è schifoso e spaventa, allora l’ artista non è solo leggittimato, ma anzi moralmente obbligato, più o meno interessato dal punto di vista pecuniario, a rappresentarlo per quello che è, se non vuole ridursi a semplice ingannatore ricreativo.
E l’ album si apre proprio con questa rivendicazione sparata in up-tempo, con “Fire Forever”: il fuoco della passione artistica arderà per sempre contro gli ignobili mercanti dell’ industria. E la rivalsa dell’ artista continua nella successiva title-track. Forse io sto irrazionalmente interpretando simboli da romanzo gotico in un delirio di onnipotenza, ma chi è “il figlio del terrore” creatura “meta bestia – metà uomo”, la stessa che è mirabilmente ritratta nell’ artwork di copertina, la cui “volontà è dominare”, se non il demone creativo dell’ artista che alla fine avrà la meglio su i signori dell’ industria? Perchè alla fine questi da lui dipendono, almeno finchè le persone sapranno riconoscere la vera Arte. La resa musicale dei temi trattati è geniale. La disposizione creativa della band si traduce in musica in maniera assolutamente facile e spontanea. Le complicate evoluzioni strumentali iper-tecniche si svolgono con disinvoltura impressionante, mai superflue, bensì sempre funzionali ad esprimere il nero sentimento genuino che permea “Dominate”. Il nuovo cantante si è rivelato almeno pari a quello vecchio per capacità tecnico-canore dure e pure, superiore per doti interpretative. Con Monsanto gli Adagio hanno osato esprimere il coacervo di emozioni negative summenzionate con il mezzo che le fondasse nel modo più verosimile possibile, con il growl. Il cantante alterna linee vocali pulite e melanconiche, di quella melanconia che riveste il genio, con altre rabbiose e bestiali, di quella stessa bestialità che è l’ essenza dello spirito creativo. I grandi pezzi si susseguono: “Terror Jungle”, “Children Of The Dead Lake”, “R’ Lyeh The Dead”, “The Darkitecht”. Difficile indicarne uno migliore dell’ altro. Banale spiegarne le tematiche, i titoli risultano esemplificativi a riguardo. Superfluo descrivere la perizia tecnica con cui sono eseguiti.
In conclusione due sono fondamentalmente i difetti che posso riscontare in questo lavoro. Il primo è l’ eccessiva brevità: poco più di 40 minuti, compresi di bonus-track, sono troppo pochi per apprezzare pienamente la Grazia funerea di nero vestita che traspare da quest’ album. Così nel finale con “Kissing The Crow” avrete la languida sensazione di un piacere che si estingue troppo presto. Il secondo difetto è la cover proposta dell’ arcinoto brano “Fame”. Non sono pregiudizievole nei confronti delle rivisitazioni di pezzi tipicamente pop-rock come questo, ma è il suo tono stesso che, nonostante lo stravolgimento re-interpretativo degli Adagio, nel contesto oscuro e terrifico dell’ album infastidisce come un corpo estraneo nell’ occhio.

In postilla aggiungo che forse “Dominate” pone un’ altra questione riguardo alla sua collocazione per genere (io ho ingenuamente posto la dicitura prog). Non credo sia granchè rispetto alla domanda di cui discutevo all’ inizio, anzi è piuttosto una bassezza. Il genere è diventato qualcosa che impone il mainstream a fini prettamente consumistici. Tutto viene ordinato e messo in bella mostra come sugli scaffali di un supermercato. Quest’ opera è prima di tutto musica liberamente composta. Se tentassimo in qualche modo di imbrigliarla in un qualsivoglia stile ci accorgeremmo che tale proposito risulta evidentemente impossibile perchè i concetti aperti come quello di Arte poco si confanno ai concetti chiusi come quello di singolo genere musicale. Un’ etichetta certo non esaurisce la complessità di lavori come questo, non può coglierne l’ essenza. Tale essenza non è qualcosa di già dato, deve essere intuita unicamente dall’ ascoltatore in quanto essa stessa è diretta al cuore dei suoi sentimenti, a quella sfera emozionale che risulta inevitabilmente soggettiva. Fortunatamente il nostro sentimento è ancora qualcosa che ci appartiene, non sono per il momento riusciti a strapparcelo per catalogarlo e venderlo. Gli Adagio ce lo ribadiscono con forza.

Alessandro “ShredderManiac” Martorelli

Tracklist:
1. Fire Forever
2. Dominate
3. Terror Jungle
4. Children Of The Dead Lake
5. R’ Lyeh The Dead
6. The Darkitecht
7. Kissing The Crow
8. Fame
9. Undying (bonus track for Japan)

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