Recensione: eartHFlesh

Di Gianluca Fontanesi - 10 Maggio 2024 - 15:56
eartHFlesh
Band: Syk
Etichetta: Season Of Mist
Genere: Black  Death 
Anno: 2024
Nazione:
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75

Bastano tre note di questo nuovissimo eartHFlesh per generare un’unica domanda nella mente dell’ascoltatore: Cos’è successo ai Syk? Per chi non li conoscesse, parliamo di una band italiana che ha sempre suonato e prodotto musica di altissimo livello, e Pyramiden, datato marzo 2022, ne fu un ottimo esempio. Disco acclamato un po’ ovunque, e a ragione, proponeva un progressive metal molto estremo ma con la bellissima voce di Dalila Kayros a fare da contrappunto. Quando le cose sembrano andare per il verso giusto, in musica come nella vita arriva spesso una doccia fredda a spegnere tutto, e i Syk si trovarono in un amen senza batterista e la stessa cantante a causa di non specificati motivi personali.

Quella che ascoltiamo oggi quindi, rispetto a due anni fa, è una band completamente differente. La line up è completata da Federico Leone alle pelli, Alan La Roca al basso e il microfono passa direttamente a Stefano Ferrian, leader e fondatore della band.

Passiamo quindi da una musica estremamente complessa a una proposta molto più semplice e di impatto. eartHFlesh è un disco death metal a tutti gli effetti e si va a collocare tra Wothrosch e Vredehammer o, se preferite, ci avviciniamo alla proposta dei Septicflesh ma senza le partiture orchestrali. C’è sì qualche sporcata di ambient qua e là, ma il 99% dell’album è death metal nella sua forma più ermetica e soffocante. Non raggiungendo i picchi emotivi e oscuri dei greci e neanche il groove assassino dei norvegesi, l’album dei Syk è comunque godibile e risulta ben scritto oltre che ben suonato e di buon impatto.

La sezione ritmica é piuttosto potente, il riffing spesso mononota è dissonante e oppressivo e l’approccio vocale di Stefano somiglia molto alle linee vocali di un certo Jens Kidman; l’album presenta in ogni caso alcuni chiari riferimenti ai Meshuggah anche a livello strumentale, che mai male non fanno. In eartHFlesh funziona praticamente tutto e ci troviamo per le mani un monolite nero che andrebbe ascoltato sempre nella sua totalità; il suo unico difetto è quello di essere inferiore agli album delle band a cui si ispira. Qui si propone infatti un territorio già esplorato e, anche se lo si fa in maniera ottima, ci si assesta sempre su un livello discreto senza mai oltrepassare la comfort zone creata. Il brano migliore del lotto è quello posto in chiusura, The Passing: gli echi femminili all’inizio e alla fine si rivelano un bel valore aggiunto e il brano rappresenta alla perfezione quello che sono i Syk oggi.

eartHFlesh è un cucciolo di Vredehammer: un bel bambino, circondato dalle comari del rione che dicono che da grande cambierà tutti i connotati. I tratti distintivi ci sono e ben marcati, il carattere si farà; per ora va bene così, avvicinatevi alla carrozzina, complimentativi e fategli le facce stupide, riceverete la più piacevole delle coltellate.

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