Recensione: Fetus In Fetu

Di Dario Carneletto - 16 Marzo 2020 - 0:01
Fetus In Fetu
Etichetta: Malevolence Records
Genere: Thrash 
Anno: 2020
Nazione:
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73

Dunque, avevamo lasciato i Self Disgrace al 2018, anno di pubblicazione del debut album “Partner in crime”. Esordio arrivato sul lungo periodo in quanto il gruppo Brianzolo – in verità solo per quota parte, in quanto composto da un batterista di origine Svizzera ed una cantante Catanese – si è formato nel 2007 attorno alla figura della chitarrista Isabella ‘Isa Brutal’ Fronzoni, per poi sciogliersi nel 2010, trovare stabilità di formazione ed emettere il primo vagito giusto due anni orsono. Un lavoro che aveva mostrato una freschezza compositiva contagiosa, coinvolgente e così old school da rimandare alla mente tutto ciò che era lo spirito del metallo anni ’80.
Operazione nostalgia non certo pianificata e fine a sé stessa, in quanto il gruppo denotava convinzione ed un’identità ben precisa. Personalità che viene confermata e rafforzata da questo secondo parto (e mai termine fu più azzeccato n.d.a), intitolato “Fetus in Fetu”, lavoro uscito lo scorso 7 marzo via Malevolence Records. Il lavoro è prodotto da Bratt Sinclaire che ricordiamo, tra gli altri, all’opera nell’ultimo album targato Bulldozer, nonché dello storico live “Alive in Poland” del 1990.

Diciamo innanzitutto che a livello tematico il presente lavoro è un continuum del debut: ove là si parlava di violenza, nel particolare orientata al gentil sesso, qui il focus è sulle conseguenze. Il seme immondo dello stupro insito nel feto stesso (il ‘Fetus in Fetu’ è, clinicamente, una rara anomalia embrionale che si verifica nelle gravidanze gemellari e caratterizzata dalla crescita di un ‘gemello’ parassita nel feto stesso n.d.a.), panorama dove l’aborto diventa panacea ed unica via. In tale senso va anche interpretata la sanguinolenta copertina opera di Agus Zoer che, ad onor del vero, risulta un tantino splatter e forse più vicina all’immaginario di gruppi quali Cannibal Corpse e Mortician, anziché ad un gruppo che fa del thrash-death old school il proprio marchio di fabbrica.

E l’etichetta di cui sopra è proprio il contesto in cui i Self Disgrace sguazzano con naturalezza: fin dall’opener ‘Deliverance’, con la sua malefica nenia introduttiva ed il coretto ‘Ave Sathanas’ che puzza più di presa per il culo o retrospettiva che di convinzione, vengono messe in campo le caratteristiche del platter, con riff di chiara derivazione Metallica, Exodus, Nuclear Assault o Agony ed atmosfere che possono rimandare ai primi lavori di Necrodeath, Schizo e Sodom. Il tutto sorretto dal basso pulsante di quel figlio illegittimo di DD Verni che è Overteo Businaro e dal drumming potente e preciso di Remo Monforte. Su di essa (la nenia) si intassellano poi il cantato in vari registri della bravissima Dielle Green, cori e parti liriche: davvero un bel pezzo!
Segue ‘Never Born’ ed anche qui si avverte l’importanza che ha la forma-canzone nell’economia del patter: ciò che nell’opener si è costruito con i giochi di voci, ora si sviluppa con i continui cambi di tempo, con la varietà dei giri di chitarra e della ritmica ed il sussurrato dopo il primo chorus è malvagio da mettere i brividi.
La terza traccia ‘The Mansion’, titolo degno del Re Diamante, è pure un concentrato thrash spezza collo, con tom, rullanti e piatti che paiono percossi da una clava. Ancora una volta validissimo il lavoro vocale di Dielle Green: cantante tascabile ma aggressiva ed abrasiva come la più feroce delle fiere. Ella alterna screaming acido a growling gutturale – meno bene invero solo nella ricerca di toni eccessivamente profondi – relegando a sprazzi il cantato pulito invece molto più presente nel primo album. E, d’altra parte, il tema del disco porta ad una trasposizione musicale più violenta, non necessariamente nella ferocia o nella velocità di esecuzione, quanto nella sensazione di malvagità latente; così la voce, la strinante sei corde di Isa Brutal e gli altri strumenti seguono a ruota.
Volendo farne una trasposizione cinematografica è come se i capolavori di Fulci e Bava si fondessero con la violenza splatter di certi film di Rob Zombie e Rodriguez: insomma, sangue si… ma ridiamoci su!
Note stonate evidenti non ce ne sono a parte forse, come detto, un artwork un tantino gore che comunque rappresenta fedelmente il tema dell’album, o stralci di taluni pezzi che danno l’impressione di poter essere gestiti meglio, come ad esempio il chaos percepito nelle parti più accelerate della traccia ‘In Chains’.
Il gruppo si muove compatto, coesione figlia di anni di stabilità di formazione e numerose date live, e dimostra di aver lavorato di squadra per la realizzazione di un disco meno immediato del predecessore, ma ugualmente fresco, articolato e piacevole.

Con quale riferimento numerico dunque concludere la disamina di questo lavoro? Beh, volessimo fare i masterchef del Metal, sarebbe mediato tra il contenuto, l’impiattamento, la percezione sensoriale ed il gusto. Or dunque: la pietanza non è nuova o particolarmente ricercata, ma pur sempre di sostanza (e vi sfido a schifare ‘na carbonara! n.d.a.). Il piatto è presentato bene, senza ostentare inutili vezzi ma con l’attenzione giusta nel particolare. Del percepito si è già detto ed il gusto è bello pieno, rotondo, forse un po’ ferroso inizialmente, ma persistente.
Dal momento che noi che ci cibiamo di Metal non siamo Cracco, né parliamo come Bastianich e anzi, spesso, siamo degli Andrew Zimmern con i nostri orrori da gustare, non possiamo non apprezzare la dose di genuinità propinataci dai Self Disgrace. Loro sono il metallaro della porta accanto, il fratello-sorella con cui scambiare due chiacchiere davanti ad una birra e quella persona che traspone la propria passione in musica. E lo fa divertendosi.
Dopo due album, la speranza è di continuare a trovarli tra il pubblico dei concerti dei “grandi”… ma anche di riuscire presto a vederli sul palco, magari ad aprire le danze.

Dario Carneletto

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