Recensione: Figli dell’alba

Di Edoardo Turati - 13 Settembre 2020 - 10:37
Figli dell’alba
Band: Neverdream
Etichetta:Elevate Records
Genere: Progressive 
Anno:2020
Nazione:
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85

“Ehi, c’è nessuno?” direbbe la particella di sodio di una simpatica pubblicità. Già perché sembra che non ci sia proprio nessuno ad accorgersi del grande valore dei Neverdream. Sono già al quinto disco in 20 anni di carriera anche se l’ultima uscita The Circle risale a 6 anni orsono. Un gran bel disco, da non crederci se pensiamo che fu un LP autoprodotto e messo a disposizione anche con il libro del romanzo a corredo in modo gratuito (ma come si fa a campare?). Eppure nonostante le difficoltà i ragazzi capitolini sono andati avanti dimostrando un amore incommensurato per la musica. Questa volta una label l’hanno trovata (e meno male!) la Elevate Records sempre attenta al panorama metal underground del nostro paese (Secret Sphere e DGM partirono proprio da qui). Speriamo che per i Neverdream sia l’inizio di un percorso più strutturato e con la visibilità e stabilità che si meritano (soprattutto dopo la scomparsa della Twilight Records).

La musica proposta non si discosta da quanto ascoltato sino ad oggi, ossia una miscela eterogenea che va dal progressive metal quando il gruppo vuole irrobustire il sound, ma anche concessioni al progressive rock, sino a sfiorare l’AOR nelle parti più struggenti e melodiche. Anche questa volta i Neverdream ci propongono un concept impegnativo e la meravigliosa copertina ci dà indicazioni precise su dove ci troviamo. Alle spalle campeggiano le bandiere degli Stati Uniti e degli gli Stati Confederati d’America, e quindi siamo in piena guerra di secessione intorno al 1865. Ma non è la storia di Washington o del Generale Lee a farla da padrona, non ci sono vincitori o eroi. I nostri ci raccontano una storia di schiavitù, una storia che ha radici antiche, ma che risulta essere di sorprendente attualità nel soffermarsi sul tema della discriminazione razziale e sulla misantropia più in generale degli esseri umani. Rispetto al precedente album, sicuramente Figli Dell’Alba suona più metal, forse viste anche le tematiche toccate, in cui rabbia, odio, amori strappati e voglia di rinascita sono accompagnati da momenti musicalmente forti e carichi di pathos.

Altra novità assoluta (ma forse anche l’unico punto a sfavore del disco) rispetto a quanto proposto sino ad oggi è la scelta di un disco totalmente in lingua madre. Scelta sempre coraggiosissima quando si suona un certo tipo di musica, presumo per la complessità dei testi e per la voglia e l’esigenza di far arrivare il messaggio nella sua completa genuinità, senza il filtro distorcente della traduzione in inglese. Oppure semplicemente per onorare la lingua più bella del mondo? Chissà, resta il fatto che i testi sono di caratura elevata, mai banali o ripetitivi ed è un piacere cogliere ogni sfumatura del racconto. Peccato però, perché probabilmente il disco rimarrà relegato al nostro Paese e viste le tematiche e l’ambientazione era opportuno dare a chiunque la possibile di godere di questo gioiello musicale; non solo, era ma anche un’opportunità per i Neverdream di avere una visibilità (e consacrazione?) oltralpe, visto che il terreno del metal in Italia non è dei più rigogliosi da tempo…

Altra novità è il cambio di tutta la sessione ritmica della band, troviamo infatti Luca Urbinati alla batteria e Marco Baldassarra al basso, volti già noti nel panorama metal ed il contributo che danno secondo me è notevole a livello di groove. Il resto della band rimane invariata con la bellissima voce calda e duttile di Giorgio Massimi, la chitarra di Marinelli (che suona per due ve lo assicuro) e Mauro Neri alle tastiere (che forse avrebbe meritato più spazio). Come per The Circle tutte le parti femminili della storia sono affidate alla stupenda Alessandra Filippi (in tour anche con i Sailing To Nowhere) la cui voce, che spazia tranquillamente tra pop e lirica, ha un timbro unico che si sposa alla perfezione con la musica proposta dai Neverdream.

Tutto il concept si dipana su 13 pezzi per oltre un’ora di musica, ma non risulta mai stucchevole proprio per le diverse soluzioni musicali proposte e l’alternanza di momenti in cui l’ascoltatore si ritrova ad urlare il ritornello per poi rilassarsi e farsi trasportare dall’eleganza sonora spesso delegata al pianoforte di Neri e alla chitarra acustica di Marinelli. “Fuga da un sogno” è una breve intro acustica western che ci piazza nel mezzo del Colorado assolato seduti accanto ad un cactus, l’unico disposto ad ascoltare il nostro grido di aiuto rivolto al sole. Due colpi di baionetta e ci ritroviamo nella meravigliosa “Figli dell’Alba” che ci porta su territori Progressive Metal con tutti i suoi canoni. Pezzo riuscitissimo con un ritornello che non può non entrarti in testa enfatizzato da un Massimi in forma smagliante. “Onde Scure” rallenta un po’ i toni scurendoli (scusate il gioco di parole), essendo un brano introspettivo in cui viene fuori tutto il dolore e la sofferenza di chi è stato privato con le catene della propria libertà (unica nota mi sembrano fuori contesto le chitarre spagnoleggianti all’inizio del brano).

Con “Pioggia di Catene” è il momento di rilassarsi con un elegante prog rock. Qui le tematiche parlano di rabbia e vendetta e nei momenti più intensi anche la musica cresce insieme alla collera di chi subisce soprusi. “Il Prezzo della Libertà” ripropone il progressive più puro con un chiaro omaggio a The Great Gig in The Sky, dove i vocalizzi della Filippi sono da brividi per potenza e pulizia. “Grimorio” è un pezzo power-prog con un intro quasi speed. Una bella cavalcata in cui la doppia cassa di Urbinati si fa sentire come non mai e l’incedere quasi epico raggiunge picchi di assoluto valore. “Versi di Speranza” è forse il brano meno riuscito del disco. Quello che convince poco è l’arrangiamento che non sembra sposarsi appieno con le linee vocali di Massimi, così come la formula progressive in cui il ritornello rallenta notevolmente e gli strumenti si “nascondono” per lasciare spazio alla melodia, soluzione ridondante che ritroveremo spesso nell’album.

Barnum” è una lunga suite di quasi 12 minuti che raccoglie un po’ tutte le caratteristiche dei Neverdream. Nella prima metà il testo e la musica ricordano gruppi storici del progressive italiano anni ‘70 come PFM e Le Orme con un geniale accostamento al circo di Barnum, come se la diversità razziale potesse annullarsi in un ambiente “protetto”, sotto un tendone dove la diversità è spettacolo. A metà suite si spinge sul pedale con momenti melodici d’incredibile empatia e dopo una sfuriata progressive la band toglie tutta la potenza del sound lasciando solo le tastiere e la lisergica (con accezione positiva ovviamente) voce della Filippi che chiude in maniera maestosa un brano incredibile. Ritroviamo la cantante in “Venere”, brano pensato appositamente per le sue doti vocali. Pianoforte e chitarra acustica accompagnano un brano emozionale che riesce davvero a toccare le corde più intime. Commovente. “Danza del Fuoco” è un altro breve brano di intermezzo acustico in cui tornano i vocalizzi della Filippi, ma questa volta sono una preghiera carica di speranza; “Dentro una Divisa” contiene un bellissimo assolo di chitarra, anche se (come in “Versi di Speranza”) comincia a notarsi una certa ripetitività a livello compositivo e soprattutto nella struttura del pezzo. Con “La Clessidra nel Vento” torna il power-prog con riff pesanti in cui si intravedono anche a spruzzate di elettronica. “Il Mare dei Sogni” ha il compito di chiudere questo lunga storia. Le catene vengono spezzate e si respira un certo senso di libertà anche nella musica che risulta più ariosa e armoniosa. Lo stile è un prog rock elegante e raffinato che in qualche modo ha caratterizzato tutta la maestosa opera.

Siamo arrivati alla fine della storia, “…e vissero tutti felici e contenti?” Beh non proprio, visto che la piaga della diversità etnica e razziale resta qualcosa di indelebile, probabilmente scritta nel nostro DNA. Quello che rimane di positivo è un messaggio di speranza e di libertà, di forza e di coraggio di chi ha lottato e lotta ancora per i propri diritti e la propria dignità.

In realtà qualcuno che alla fine visse felice e contento c’è: chi ha avuto la fortuna di ascoltare questo disco meraviglioso. Un disco non perfetto ovviamente che in alcuni casi si è dimostrato ridondante, ma che ha un valore artistico notevole e visto il coraggio dei Neverdream di affrontare un Concept così complesso nelle tematiche ed articolato nelle composizioni non possiamo far altro che fare plauso a questa grande band, alla quale auguriamo soprattutto la giusta riconoscenza artistica che si stramerita di avere.

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