Recensione: Frances the Mute

Di Fabio Quattrosoldi - 3 Luglio 2005 - 0:00
Frances the Mute
Etichetta:
Genere: Prog Rock 
Anno: 2005
Nazione:
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85

Spesso mi capita di comprare dischi a scatola chiusa, senza un ascolto preventivo, fidandomi del mio “fiuto” e di recensione lette qua e là per il web. Per “Frances The Mute”, ho fatto un passo nel buio più lungo del solito: dei The Mars Volta non avevo mai sentito parlare, né tanto meno avevo mai ascoltato loro lavori precedenti; inoltre le opinioni raccolte dal popolo di internet non è che aiutassero più di tanto a farsi un’idea: echi dei seventies, psichedelia mista ad atmosfere andaluse, jazz, e poi, sai, ci suonano su anche Flea e Frusciante dei Red Hot! Insomma aveva tutta l’aria di essere un grande zibaldone. Ma uno zibaldone affascinante, già dall’indecifrabile copertina, molto pinkfloydiana nella grafica, molto simile a quella dell’ultimo Funeral for a Friend nei contenuti.

Premendo il tasto play, la curiosità si trasforma istantaneamente in sbigottimento: una ritmica epilettica fragorosa come una banda di paese, giochi di chitarra come colori schizzati a caso su una tela, voci che ti investono da ogni parte, un arrangiamento apparentemente sconclusionato e un appeal che riporta indietro di trent’anni.
I primi minuti della lunghissima Cygnus….Vismund Cygnus A mettono davvero alla prova l’ascoltatore. Non capita tutti i giorni di dover discernere un tale groviglio di idee compresse, ritorte secondo uno schema quanto mai labile e il tutto sparato a velocità folle. Dopo quattro minuti al cardiopalma i nostri concedono una pausa e la musica sfuma con fare psichedelico in una morbida linea di basso sulla quale si innesta la chitarra solista per un lungo assolo che sprigiona lo stesso feeling contenuto nei solchi di dischi quali Led Zeppelin I e II. Quando Cedric Bixler Zavala ricomincia a cantare si entra nella parte più espressiva del brano e sentire sonorità del genere nel 2005 fa venire la pelle d’oca. Hard rock puro, puro feeling. Il brano si chiude circolarmente con la reprise della galoppata iniziale.
Dopo alcuni ascolti l’effetto sorpresa viene meno e allora si può apprezzare fino in fondo lo straordinario lavoro della band. La preparazione tecnica dei musicisti è strabiliante. E’ praticamente impossibile seguire il lavoro di batteria senza perdersi fra rullante, cassa, piatti in una babele di tocchi. Gli schemi chitarristici sono poliedrici, spalmati su variazioni ritmiche estreme. Il brano trasuda personalità. Possibili riferimenti sono tutti indietro agli anni settanta. Anni settanta che sono quanto mai celebrati nella seguente Cygnus….Vismund Cygnus B, unico brano del platter che si possa definire “canzone”. Quattro minuti scarsi nei quali Cedric infila una serie di melodie vocali di grande respiro. La sua voce ricorda molto quella di Robert Plant per acutezza e impostazione, pur essendo meno acida e più spinta verso gli estremismi vocali. I brevi soli che costellano il brano sembrano uscire dalla penna di Jimmy Page.

La terza parte di Cygnus….Vismund Cygnus è ancora più ostica e imprevedibile della prima. Alterna parti propriamente rock, introdotte da vigorosi assoli di chitarra e ornate da tappeti tastieristici vagamente Deep Purple, a lunghe pause acustiche con chitarre e percussioni caraibiche e un pianoforte dal sapore latino. Le radici della band escono allo scoperto in un brano molto vario che riesce a non far pesare i suoi 12 minuti di durata. Per Cygnus….Vismund Cygnus D (anche qui siamo sui 13 minuti!) i riflettori sono su Cedric. La sua interpretazione è struggente, su tonalità che non so quanti altri cantanti potrebbero permettersi, per un brano dolce e intenso. Ciliegina sulla torta l’apertura e la chiusura del brano sono affidati a una intera sezione di fiati, trombe e tromboni. Da qui in poi la distinzione in brani della musica è puramente indicativa. Da The Widow fino a Cassandra Gemini è un lungo flusso musicale, una sarabanda di sonorità senza soluzione di continuità, nella quale c’è tutto e il contrario di tutto: voci filtrate, flauti di andersoniana memoria, riff hard, cambi di atmosfera, trombe e ottoni, dilatazioni a un passo dalla psichedelica più acida, ritornelli di grande efficacia che fioriscono quando meno te l’aspetti, passaggi solistici che cambiano pelle come serpenti impazziti, vocalizzi multiformi e un andamento labirintico tipico di certo progressive. Il risultato è sorprendentemente naturale e suona come una lunga jam session, nonostante con il trascorrere dei minuti un po’ di freschezza venga meno e si allunghino strascichi rumoristico-strumentali che appesantiscono l’ascolto.

Assistiamo ormai da anni a una riscoperta delle radici rock della nostra musica. Vanno a ruba le ristampe dei classici. Fioriscono le reunion, non ultima quella dei Van Der Graaf Generator. I nuovi big si volgono sempre più spesso ai padri ispiratori, e penso ai The Darkness, ma anche a Mike Pornoy che si accinge a coverizzare i Beatles. In tale ottica, incoraggio i lettori più open mind ad avvicinarsi a questa opera, magari un po’ prolissa, magari troppo contaminata per chi ascolta solo metal, ma sicuramente ispirata e genuinamente rock, scevra da trovate pacchiane o tamarre. Sorvolo sulla palese perizia tecnica dell’ensamble e preferisco dedicare un’ultima considerazione alla produzione, perfetta nel ricreare suoni retrospettivi, soprattutto per quanto riguarda chitarra e rullante, e sufficientemente pulita nell’accogliere la gran mole di strumentisti ospitati.

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