Recensione: Frisson Noir
Il ritorno di Tarja Turunen con il suo decimo album in studio nella sua ormai celebrata carriera solista torna ad accontentare i fan del metal sinfonico con un disco che riporta quelle sonorità più heavy e incalzanti che mancavano dai tempi di In The Raw del 2019. Tarja in questo nuovo Frisson Noir (un’espressione che potrebbe tradursi dal francese come una specie di “sussulto emozionale oscuro”), riporta ai fan un disco orchestrale, pomposo, cinematico e con risvolti gotici e dark, miscelati a delle chitarre e una produzione più heavy che la stessa vocalist finlandese ha fortemente voluto e ricercato in questo nuovo disco.
In svariate interviste ha esplicitato infatti il bisogno di ritrovare quel lato heavy del suo sound tanto da chiedere alla casa discografica un produttore adatto per rendere il suono delle chitarre il più pesante possibile, ricatturando inoltre l’essenza che hanno i suoi live show.
L’album è un lavoro davvero ambizioso, sia nelle composizioni che nei suoni, ma soprattutto nei tantissimi guest più o meno famosi che strabordano sul platter: come non menzionare quindi Dani Filth (Cradle Of Filth), gli Apocalyptica, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, Marko Hietala (ex-Nightwish) e tantissimi altri che andremo a sviscerare nel corso della recensione. L’album per la prima volta inoltre vede delle liriche interamente scritte da Tarja Turunen, senza altri collaboratori, liriche personali e fortemente introspettive che hanno funzionato quasi come una catarsi per la stessa Tarja. Il disco ha una produzione encomiabile e davvero incredibile, produzione che risulta essere veramente uno dei punti forti di un disco ambizioso, un’ora di viaggio attraverso quella che sembra una colonna sonora a tinte metal, con dei suoni magnifici, potenti e gratificanti, una complessità strumentale invidiabile tra strumenti della tradizione giapponese come lo Tsugaru (suonato da Sayo Komada), tastiere e pianoforte, orchestrazioni, violini, e chitarre roboanti.
Frisson Noir è un disco quindi che dal punto di vista prettamente tecnico si presenta come un prodotto di altissimo livello, considerando anche la prova vocale come sempre fantastica di Tarja Turunen. Come spesso si dice però, “non è tutto oro quel che luccica”, perché se ad un primo ascolto il disco può ammaliare anche per via dell’incredibile lavoro svolto in sede di produzione, dell’ambizione e della varietà dell’album, ecco che la musica in sé spesso scricchiola e non sempre funziona a meraviglia risultando talvolte fiacca e derivativa.
Parliamoci chiaro, un brano come la suite At Sea, fulcro centrale di questa epopea, risulta malinconica, oscura e avventurosa, con un meraviglioso lavora fatto da Niklas Pokki al pianoforte e delle orchestrazioni di prim’ordine. Inoltre la melodia vocale di Tarja della prima strofa sarebbe anche musicalmente molto bella se non ricordasse fin troppo quella di 10th Man Down della sua ex-band i Nightwish. Ed è proprio qui che il disco viene affossato, ossia nelle sue melodie vocali, cantate in maniera sublime ma spesso piatte e poco ispirate. Una sensazione che onestamente non ci è nuova nei lavori della vocalist finlandese, ma d’altronde è vero che quando non si ha alle spalle un compositore della levatura di Mr.Holopainen ecco che il tutto si fa estremamente più arduo. Nonostante questo, At Sea si candida come uno dei migliori pezzi di questo disco, grazie ad un magnifico uso dei violini e del pianoforte per un brano ricco di saliscendi che richiama il suo titolo in maniera perfetta. Sembra davvero di essersi persi in mezzo al mare ed in balia delle onde in un viaggio che porterà in luoghi tempestosi e tormentati, ma allo stesso tempo attraverso panorami meravigliosi ed affascinanti. C’è tutta la dualità del concetto di viaggio in questo pezzo da dieci minuti, con oltretutto dei bellissimi cori, quasi in stile gotico in alcune sezioni.
Ma il viaggio offerto da Tarja ci propone anche brani più immediati come la title-track che viene anticipata da una breve intro dai toni minimali ed inquietanti. Ancora egregio il lavoro di pianoforte prima che il pezzo esploda in un sound di chitarra granitico e heavy che riesce ad essere incredibilmente d’impatto anche quando è accompagnato dalle orchestrazioni. Il feel del pezzo è sempre piuttosto oscuro ed enigmatico ed è proprio nel ritornello che esplode la parte più prettamente lirica della tonalità della stessa Turunen. Ancora una volta veniamo avvolti da dei cori gotici tormentati, prima che il pezzo sfoci in una bella apertura melodica trainata da pianoforte e voce. Insomma potenza e melodia per questa title-track senza dimenticarsi un assolo di chitarra.
The Eternal Return ci offre ancora una volta un incipit assolutamente metal e sferzante, mentre delle atmosfere alla Dark Passion Play dei Nightwish ci avvolgono. Parole sussurrate, melodie vocali regali e atmosfera da “casa infestata” (come scandisce la stesssa Tarja in una frase della canzone), ci offrono un brano gradevole ma che ancora una volta non spicca il volo. Lo stacco di pianoforte nelle sue prime note ricorda un pochino troppo la sequenza di note dell’apertura di My Immortal degli Evanescence, accompagnata però da dei vocalizzi di Tarja e poi da un’entrata dirompente di chitarra basso e batteria.
Le Atmosfere tra Century Child e Once dei Nightwish pervadono il brano scritto assieme a Marko Hietala Leap Of Faith, anche qui tanta oscurità e melodia anche se il buon Marko non riesce ad incidere come un tempo e la sua voce appare onestamente un pochino priva di mordente. Eppure il loro duetto non potrà mai lasciare indifferenti. Lo stacco puramente cinematico e orchestrale di questo brano è davvero meraviglioso. Sono queste le piccole gemme distribuite qui e lì in questo disco che ci fanno sobbalzare, per una epopea sonora avvolgente e dei momenti degni delle migliori colonne sonore di Spielberg ma con un twist più “dark”.
Blaze Forever come suggerisce il titolo è davvero heavy ma ancora una volta si presenta con dei riff un pochino banalotti e strasentiti in questo genere. Il ritornello è potente e d’impatto ma non migliora le cose risultando anche in questo caso poco originale e stucchevole. Sorprendete però la sezione solistica intrecciata sul finale con delle chitarre dissonanti e un wall of sound potente e massiccio. C’è poi una curiosa sezione quasi ambient con delle parole che sembrano registrate al contrario da parte di Tarja per chiudere questa canzone nel modo più sinistro possibile, senza grandi sussulti anche questa volta.
The Trace Outlives ci porta la tradizione antica giapponese direttamente in questo pezzo con le sue atmosfere oniriche, ma udite con attenzione il riff di chitarra portante della canzone… è palesemente quello di Tribal dei Nightwish. Un riff sferzante e super groovy ma ciò non toglie che rimane troppo, troppo simile ad un qualcosa di già sentito almeno da parte dei fan più devoti della band di Tuomas Holopainen. Casualità? Può essere, noi crediamo nella buona fede della singer. Il pezzo ha anche delle belle linee vocali, probabilmente tra le più riuscite del disco peccato per quella macchia….sentitevi il riff di chitarra che parte dal minuto 1.40, poi ascoltatevi quello di Tribal e ne riparliamo.
I Don’t Care con Dani Filth offre qualche eco del progetto Devilment dello stesso vocalist dei Cradle per un brano catchy e fruibile dove lo stesso Dani ci offre una prova vocale sporca ma allo stesso tempo melodica tipica dell’ultimo periodo della celebre gothic/black metal band inglese. Una collaborazione un pochino spenta onestamente.
Anemonia vede altri guest e un interessante uso della chitarra classica nel suo incipit, oltre che l’ennesima pregevole sezione di pianoforte per un pezzo melodico e malinconico che viaggia su atmosfere più soft, con una voce delicata soffusa e sempre toccante da parte di Tarja.
Potremmo andare avanti a sviscerare le pochissime canzoni che restano ma a questo punto la cosa sembra quasi inutile avendo capito chiaramente pregi e difetti del disco. Frisson Noir è infatti un album che si presenta in maniera ineccepibile; una ricca e ambiziosa avventura dark, gotica e sinfonica, dove la produzione è il fiore all’occhiello del lavoro restituendoci un suono che risulta gratificante nei suoi momenti più heavy, ed incredibilmente affascinate nelle sue sezioni più da colonna sonora. In tutto questo c’è una schiera di guest invidiabili, da Chad Smith a Dani Filth, passando da Marko Hietala e una varietà compositiva che vi terrà sempre sulle spine… il problema di questo disco è la freschezza del songwriting in sé che troppo spesso cade in dei quasi-plagi, delle linee vocali cantate magistralmente ma che risultano allo stesso tempo spente e delle parti più heavy dettate da riff prevedibili. Dove il disco brilla è nei dettagli, in quei meravigliosi stacchi di pianoforte, nelle sue atmosfere avvolgenti e crepuscolari e nel suo lato più sinfonico. Forse basterà ai vecchi fan dei Nightwish che a quasi 20 anni di distanza si troveranno un nuovo Dark Passion Play (perché sì, questo disco richiama molto le atmosfere grandiose, teatrali, dark e cinematiche proprio di DPP), ma cantato e prodotto dalla Ex-Nightwish che tanti ancora oggi rimpiangono . Eppure dietro ad una facciata così sfavillante, questo platter di certo non offre la brillantezza di quel lavoro sopra citato. Pazienza, rimane comunque il disco più heavy, drammatico e ambizioso della carriera della Turunen. E già questo non è poco.
