Recensione: From The Waters Of Death
La mitologia è una raccolta di narrazioni che racchiudono in sé allegorie escatologiche e cosmogoniche di un popolo. Tra i blackster c’è una profonda conoscenza di questa materia, poiché numerosi gruppi attingono a piene mani da questi universi per forgiare il loro suono, al punto tale che anche società come quella vichinga sono state in un certo senso “riscoperte” proprio grazie alla diffusione di un certo tipo di musica.
Tra queste narrazioni, ce n’è una in particolare che negli ultimi venticinque anni è stata quasi riscoperta e riportata alla ribalta mediatica, a causa dell’esegesi proposta da alcuni studiosi come Zecharia Sitchin in chiave ufologica: parliamo delle avventure dell’eroe sumero Gilgamesh, Re di Uruk, eroe semi-divino protagonista della prima opera epica della storia dell’uomo. Rispetto ad una fase iniziale in cui lo stesso è un personaggio forte e arrogante, gli Dèi, mandano sulla terra, ad affrontarlo, il bestiale Enkidu, nemico che poi diventerà compagno di numerose battaglie che caratterizzano la sua epopea, che lo porterà a concludere il suo viaggio cercando di scoprire il segreto dell’immortalità, che alla fine scopre essere nel lascito ai posteri.
L’artwork di From The Waters Of Death è opera di Dávid Glomba che si è occupato tanto della copertina che dei magnifici dipinti e caratteri cuneiformi splendidamente esposti nel sontuoso booklet. Lo split prevede la collaborazione di ben quattro band per cinque brani, che, complessivamente, raggiungono i 120 minuti: un’opera magna, che rappresenta, con dovizia di particolari – e testi piuttosto prolissi – l’epopea di Gilgamesh, re di Uruk. Ci sono due elementi ricorrenti (e complementari) in From The Waters Of Death: il primo, è la presenza continua dell’incredibile vocalist Alice Corvinus, degli Swords of Dis; il secondo, un uso sistematico di one man band.
La prima che incontriamo è quella dei finlandesi Serpent Ascending, il progetto del polistrumentista Jarno Nurmi, che si avvale del supporto di Alice e Richard Corvinus degli Swords of Dis. Aruru Births The Lord Of The Wilderness, e introduce alla storia dell’eroe. Il tessuto musicale è quello di un death metal molto ordinato, in cui si alternano voci pulite (quasi sempre di Alice) al growl, in cui c’è una notevole pulizia del suono e delle chitarre, molto lineari, che trovo uno sfogo tecnico nei passaggi prog, molto adatto alla fase iniziale della storia, quella in cui Gilgamesh si incontra con Enkidu.
Into The Wailing Darkness They Fell, Where The Mouth Of Fire ha il marchio francese di Ôros Kaù, altra one man band, di Guillaume Cazalet dei Neptunian Maximalism – che i nostri lettori hanno recentemente incontrato leggendo la recensione di Le Sacre Du Soleil Invaincu – supportato dagli Sword of Dis. Qui i due eroi si scontrano e ciò si ripercuote nella musica: un suono disturbato, cupo, in cui troviamo un black aspro e dissonante, a tratti violento, con voci abissali che ne enfatizzano l’oscurità. Un’altra gemma che testimonia il talento compositivo e visionario di Cazalet.
Nel cuore del lavoro, troviamo gli Sword of Dis. From Egalmah They Rode Toward The Howling Cedars Where The Blood Of Beasts Is Spilled And The Silence Of A Scorned God Cracks The Earth parte con sonorità che richiamano un passato lontano, ancestrale e la tradizione sumera, fagocitato, qua e là da chitarre che ricamano note di vecchio e puro black metal e creando un forte connubio. Il risultato è un brano da un forte impatto visivo, che racconta attraverso sovrapposizioni tra clean (di una certa teatralità) e growl, un cortometraggio che rappresenta lo scontro che vede da opposti da un lato Gilgamesh ed Enkidu (prima rivali, ora inseparabili amici) contro Humbaba, un demone mesopotamico posto a guardia di una foresta di cedri.
Dopo che Gilgamesh ha disonorato, rifiutandola, Ishtar, la Dea medita vendetta, chiedendo al padre Anu di liberare il Toro Celeste, inizia un nuovo capitolo dalla saga, Blood Stains The Altar Of The Sun And In Ishtar’s Mourning The Feral Lord Of Desolation Awaits The House Of Dust, sempre firmato dagli Sword of Dis. Liberato il Toro Celeste, viene ucciso da Gilgamesh ed Enkidu e quest’ultimo viene fatto morire da Enlil a causa delle loro azioni sediziose. Questo passaggio ricalca, idealmente, il sentiero tracciato dal precedente, migliorandolo: qui, le sonorità degli Sword of Dis, si fanno più oscure, complici anche le tematiche trattate, influenzate da una maggiore componente folk; anche le spoken words, sembrano quasi recitate, dando quasi l’idea di assistere fisicamente ai dialoghi tra eroi e divinità.
L’ultimo capitolo viene affidato alla collaborazione tra Alice Corvinus e Midnight Odyssey, altra one man band dietro la quale c’è il talento visionario di polistrumentista australiano Dis Pater. Qui, il nostro eroe, affranto dalla perdita dell’amico, inizia a viaggiare lontano da Uruk alla ricerca dell’immortalità: le sonorità si fanno più ritualistiche, con linee vocali che abbracciano le atmosfere spirituali, pronte ad abbracciare, nel prosieguo, l’oscurità, che non è mai pungente, ma delicata come la Morte.
Siamo di fronte ad uno di quei dischi che non sono semplice e puro intrattenimento, ma una vera e propria opera che abbraccia più arti – letteratura epica, musica e illustrazione – e che trascende la mera dimensione sonora abbracciando quella didattico-formativa: l’idea di raccontare, attraverso l’espressione musicale, la prima epopea di cui si abbia testimonianza scritta, è un progetto a dir poco ambizioso, che può bruciare le ali di Icaro. From The Waters Of Death riesce in questa impresa titanica, attraverso un songwriting minuzioso, dettagliato, e legato alle atmosfere musicali, che esprimono, su pentagramma, quella che è l’evoluzione della storia, attraverso sonorità etniche, cupe, rabbiose, delicate e violente. Il vero problema, semmai, è stato cercare di contenere questo lungo viaggio, in uno solo full-length e in soli cinque brani, creando un effetto overload che può minare l’attenzione necessaria all’ascolto di un lavoro di questa portata, riducendo drasticamente la soglia dell’attenzione che, per apprezzarlo, deve comunque restare piuttosto alta.
