Recensione: Ghost Town

Di Manuel Gregorin - 20 Marzo 2026 - 10:00
Ghost Town
Etichetta: Steamhammer
Genere: Hard Rock  Heavy 
Anno: 2006
Nazione:
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71

Credo che ormai ogni nuova uscita di Axel Rudi Pell sia da considerare una delle consuetudini del Made in Germany, alla pari dell’Oktoberfest o della Bundesliga. Dall’alto dei suoi diciannove album pubblicati (ventitré, contando quelli realizzati con gli Steeler), più svariate raccolte e live, il German Guitar Wizard può vantare una media di uscite con cadenza quasi annuale. Forse non riesce proprio a stare senza la chitarra in mano, o, molto più probabilmente, si tratta di una strategia di mercato per tenere sempre attivo il suo nome, cercando così di evitare il rischio di restare tagliato fuori da un panorama musicale sempre in movimento. D’altronde, Axel sa che non può competere con le giovani band contemporanee, quelle che magari ambiscono a scalare le classifiche, allora meglio puntare a trovarsi un piccolo spazio nella scena, con una presenza sempre costante. Eccoci qua, allora, per parlare di “Ghost Town”, diciannovesimo lavoro in studio del biondo Axe Man, prodotto lui stesso assieme a Tommy Geiger, e registrato presso i Twilight Hall Studios di proprietà dei Blind Guardian.
Se Uli Jon Roth può essere definito il Jimi Hendrix della Germania, Axel Rudi Pell ha deciso che vuole esserne il Ritchie Blackmore. Nei suoi lavori, infatti, troviamo, come di consueto, un hard rock fatto di riff potenti e melodie orecchiabili, molto debitore ai Rainbow, creando così una versione Currywurst-Soße della band autrice di “Rising” e “Long Live Rock n’ Roll”. Ed anche se il chitarrista di Bochum non ha mai avuto l’occasione di collaborare con Ronnie James Dio, ha potuto comunque avvalersi delle voci prestigiose di Jeff Scott Soto, prima, e Johnny Gioeli, poi. Senza contare che alla batteria siede un certo Bobby Rondinelli, uno che con i Rainbow ci ha suonato veramente. Anche in questo lavoro, quindi, ci viene presentato un connubio di hard and heavy fatto di anthem rocciosi, epiche cavalcate e ballad evocative, dove l’ascoltatore troverà poche sorprese, se non addirittura nessuna.
Dopo l’intro di rigore, ci imbattiamo in “Guillotine Walk”, brano strutturato con un marchio di fabbrica spesso ricorrente nelle produzioni targate Axel Rudi Pell: riff potente in apertura, voce che poi entra fluttuando su una brezza fatta da batteria e tastiere, infine, il tutto confluisce in un ritornello accattivante che fa esplodere il pezzo. Un cliché spesso abusato, ma che ha già fatto funzionare composizioni come “Fool Fool” e “Rock the Nation”, e che troviamo qui riproposto, oltre che nel opening track, anche in “Holy Water” e “Sanity”. Una formula che ha dato buoni risultati in passato e che Pell intende mantenere, considerando che i cambiamenti e le rivoluzioni non sono una costante nella sua carriera. A cominciare dalla scelta della label, ad esempio: come tutte le uscite precedenti, anche “Ghost Town” esce infatti per la Steamhammer, l’etichetta che ha firmato praticamente tutti i lavori del chitarrista fin dagli esordi. Persino la formazione della band ha visto pochi mutamenti nel corso degli anni, con il vocalist Johnny Gioeli e il tastierista Ferdy Doernberg in squadra dal 1998, mentre Rondinelli, presenzia alla batteria da ormai tredici anni. Per non parlare del bassista Volker Krawczak, una figura presente al fianco di Pell già dai tempi degli Steeler. Una stabilità forse un po’ inedita in quello che è il progetto solista di un guitar hero, dove i cambi di line-up tendono ad essere frequenti. Ma d’altronde, stiamo parlando di un chitarrista un po’ atipico in questo senso, uno che preferisce dare maggior risalto all’equilibrio della band piuttosto che mettere in mostra la propria esibizione tecnica. A differenza di molti suoi colleghi, lui si concentra sulla creazione di canzoni che raccontino una storia ed esprimano un’emozione. La sua chitarra è certamente una componente fondamentale, ma non l’unica, di questo progetto, e si integra con gli altri strumenti per creare un suono coerente e coinvolgente. Un concetto che lo stesso Axel Rudi Pell ci tiene a spiegare: “Non mi è mai importato di essere uno dei chitarristi più veloci al mondo! Certi chitarristi prima scrivono l’assolo, e poi creano la canzone intorno ad esso. Quando io compongo, invece, l’assolo fa parte della canzone stessa, e a volte riesco a dire molto di più in poche note che con mille.” Parole chiare che esprimono il suo concetto di band e di musica. Un’attitudine che lo porta a suonare ciò che sente, senza dover dimostrare qualcosa o il voler stupire qualcuno. E non è un problema se gli album si assomigliano, perché l’obiettivo non è innovare a tutti i costi, ma semplicemente creare musica che piaccia.

Il disco procede così in scioltezza con il susseguirsi della vivace “Ghost Town”, o del doom di “The Enemy Within”, che non avrebbe certo sfigurato su un album dei Black Sabbath dell’era Martin. “Hurricane” guarda verso lidi speed/power, mentre nella ballata “Towards The Shore” le note suonate da Ferdy Doernberg salgono in cattedra a fianco alla chitarra di Pell.

Nella band, tutti danno il loro contributo alla buona riuscita della causa, anche se una menzione particolare va fatta per Gioeli, che rivela ancora una volta di essere l’arma in più, grazie a una voce graffiante ma capace di mantenere sempre un’intensità melodica. Il vocalist statunitense conferma così di essere quel valore aggiunto che spesso può fare decollare un disco, valorizzando anche quei brani che magari non brillano per particolare genialità.
Suscita un certo interesse “Breaking Seals”, traccia che vede Gioeli duettare con Udo Dirkschneider, l’ospite speciale chiamato per l’occasione, che qua si rende protagonista di una prestazione particolarmente arcigna. Chiude il disco “Higher Call”, che dopo un inizio mesto si sviluppa in un brano dai tratti riflessivi, a cavallo tra qualche riff galoppante ed un paio di fraseggi alla Iron Maiden.
“Ghost Town” è un album che non aggiunge novità rispetto le uscite precedenti, continuando a muoversi dentro degli schemi fissi che non sembrano destinati a cambiare. Per ciò, tutti quelli che sono alla ricerca di originalità e soluzioni innovative, farebbero meglio ad andare a rivolgersi da qualche altra parte, altrimenti sarà lo stesso Axel a mandarceli con qualche colorita espressione. “Ghost Town” è quindi rivolto agli estimatori più fedeli del chitarrista tedesco, che sanno già cosa aspettarsi da questo lavoro. Magari si sente un po’ la mancanza di un brano sopra le righe, capace di levarsi dalla media delle altre tracce presenti, qualcosa sulle coordinate di “Tear Down The Wall” o “Strong As a Rock”, che con un paio di accordi indovinati faccia da traino al disco.
A parte questo, pur riutilizzando sempre le stesse idee, ci troviamo davanti a un album che riesce ancora ad essere piacevole. Ed anche nell’eventualità che col tempo doveste iniziare a stufarvi di ascoltarlo, non preoccupatevi: tanto fra un paio d’anni Axel Rudi Pell ne avrà già pronto un altro.

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