Recensione: Gone with the Devil

Di Marco Donè - 8 Maggio 2026 - 7:00
Gone with the Devil
Band: Yoth Iria
Etichetta: Metal Blade Records
Genere: Black 
Anno: 2026
Nazione:
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70

Davvero curioso il caso degli Yoth Iria. Nata nel 2019 su impulso di Jim Mutilator e The Magus – due eminenze nere della scena ellenica – la band arrivò al debutto discografico solo due anni più tardi. “As the Flame Withers” – questo il titolo del lavoro pubblicato nel 2021 – rappresentò una ventata d’aria fresca per il black mediterraneo. Il combo greco attirò subito l’attenzione di appassionati e addetti ai lavori, generando grandi aspettative.

Nel 2023 avvenne uno scossone interno: l’uscita di The Magus, un evento che consegnò la leadership degli Yoth Iria nelle mani del carismatico Jim Mutilator. Il bassista trasformò gli Yoth Iria da semplice collaborazione a band vera e propria. Il risultato di quest’evoluzione fu “Blazing Inferno”, un disco più incline alla tradizione ellenica. “Blazing Inferno” si rivelò un platter altalenante, con pezzi efficaci ma in cui erano presenti alcuni passaggi meno convincenti. L’album permise però agli Yoth Iria di girare l’Europa (noi ve ne parlammo qui, n.d.a.) e portò la compagine dell’Attica a firmare per la prestigiosa Metal Blade Records. Il frutto di questo nuovo corso è “Gone with the Devil”, disco che ci troviamo a curare in queste righe. Un lavoro che potrà rivelarci cosa siano diventati gli Yoth Iria: una band fedele alla tradizione black ellenica o una formazione capace di andare oltre gli schemi convenzionali? Per scoprirlo, non dobbiamo fare altro che inserire “Gone with the Devil” nel lettore e premere play.

È sufficiente la prima traccia, ‘Dare to Rebel’, per trovare risposta alla nostra domanda. Con “Gone with the Devil” gli Yoth Iria sviluppano ulteriormente il sentiero intrapreso con “Blazing Inferno”. Ci troviamo al cospetto di un lavoro di chiara matrice ellenica, che risulta più centrato e curato rispetto al disco del 2024. “Gone with the Devil” è senza ombra di dubbio un album elegante, ricercato e, per certi aspetti, pensato per coinvolgere una platea più ampia di appassionati. Le composizioni presentano un incedere maestoso ed enfatico e la cura per la melodia risulta importantissima nell’economia di ogni singolo pezzo. Per limare ulteriori difficoltà di approccio, vengono inoltre inserite delle parti in clean voice, che donano maggior respiro all’ascolto e rendono “Gone with the Devil” più vario rispetto al recente passato della band. Oltre a questi aspetti, il platter regala dei ritornelli pensati per la dimensione live, come abbiamo già potuto assaporare nel singolo ‘Blessed Be He Who Enters’. Non possono inoltre mancare i richiami al folklore ellenico. Non a caso, nelle composizioni emergono una coralità che potremmo definire popolare e ritualistica (‘The Blind Eye of Antichrist’, n.d.a.), e l’uso di strumenti tradizionali greci. Una combinazione che aumenta il pathos delle canzoni, creando l’atmosfera perfetta per addentrarsi e vivere appieno l’immaginario Yoth Iria. Divinità ctonie e una visione legata al satanismo romantico rappresentano il filo conduttore di “Gone with the Devil”, generando un legame indissolubile tra componente musicale e dimensione lirica. Un legame valorizzato da una produzione curata e volutamente rétro, che dona ulteriore magia ai brani.

Questi sono senza ombra di dubbio i punti di forza di “Gone with the Devil”, ma il disco, purtroppo, presenta anche degli aspetti meno efficaci. L’album si rivela debitore alla visione artistica dei Rotting Christ del nuovo millennio, a quella commistione tra black metal mediterraneo e folklore greco. L’influenza di lavori epocali come “Theogonia” e “Aealo” è evidente, e alcune parti corali richiamano soluzioni presenti in “Genesis”. Come evidenziato poco sopra, dobbiamo poi sottolineare la volontà della band di rendere più accessibile la propria proposta, con la chiara intenzione di ampliare il bacino di ascolti. Con questa chiave di lettura, “Gone with the Devil” si rivela un disco che avrebbe potuto essere molto più di quanto sia in realtà. È come se gli Yoth Iria avessero voluto giocare in sicurezza, ottenendo però l’effetto collaterale di limitare la propria espressività artistica. Un vero peccato. Sì, perché “Gone with the Devil” è un disco piacevole, con alcuni passaggi capaci di regalare emozioni forti. È però evidente che, se Mutilator e compagni avessero lasciato più spazio all’istinto, il risultato sarebbe stato ben più incisivo. Le composizioni sembrano invece nate sotto l’egida della razionalità, perdendo quell’imprevedibilità che avrebbe potuto spingere “Gone with the Devil” su livelli qualitativi elevatissimi.

Gone with the Devil” è quindi un disco pregevole, che scorre con piacere e si lascia ascoltare dall’inizio alla fine. Come evidenziato in sede di analisi, è però innegabile che avrebbe potuto raggiungere livelli ben più elevati. La speranza è che gli Yoth Iria possano presto liberare tutto il proprio estro, abbandonando quei limiti autoimposti nati per rincorrere una maggiore accessibilità delle composizioni. Alla fine, il grande salto potrebbe arrivare proprio così. Le qualità ci sono, eccome.

Marco Donè

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