Recensione: Gravity

Di Daniele D'Adamo - 27 Dicembre 2021 - 0:00
Gravity
Band: Starkill
Etichetta: Autoprodotto
Genere: Death 
Anno: 2019
Nazione:
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78

Corsi e ricorsi storici, a volte ci si chiede come sia possibile che una band dall’alto livello qualitativo come gli Starkill – peraltro ricchissimi di esperienza dal vivo e quindi di padronanza assoluta dei propri mezzi tecnici – non abbiano il meritato successo. Di più, siano costretti a ricorrere a un’autoproduzione per uscire comunque sul mercato, essendo privi di un contratto discografico.

Nella fattispecie, trattasi del loro ultimo LP, “Gravity”, uscito nel maggio del 2019. Il quarto una serie che mostra un lungo passo evolutivo in avanti grazie, ma non solo, all’inserimento, nella line-up, di Sarah Lynn Collier. Certo, c’è sempre il mastermind Parker Jameson a percorrere la strada del growling seguendo la sua chitarra ma è indubbio che la voce pulita della Collier abbia apportato al sound del gruppo un arricchimento notevole. Tanto più che le linee vocali sono percorse principalmente da lei, con qualche buon inserimento dell’altro axeman Tony Keathley come da tradizione del combo a stelle e strisce (‘Cloudless’, da “Shadow Sleep” (2016); ‘Master of My Life’, in questo caso).

Un cambiamento che tuttavia non sposta lo stile da un melodic death metal di stampo moderno, in linea con i tempi se chi lo propone evita di essere sfiorato da echi provenienti dagli anni novanta. Un cambiamento che sfugge al “pericolo” di varcare i confini del territorio del power metal. Non che ciò sarebbe stato un male, ovviamente, ma è importante sottolineare che la filosofia degli Starkill sia sempre la stessa: proporre uno stile personale, molto potente, in alcuni tratti assolutamente aggressivo, certamente lungi dall’essere classificato come easy listening nonostante la profusione di armonizzazioni, inserimenti di tastiere e orchestrazioni che permeano le tracce del disco. Non potendo non citare un uso dell’elettronica piuttosto spinto, benché non incisivo a modificare un sound non solo moderno, come già scritto, quanto addirittura futuristico. Con ampio rimando a visioni brillanti, colorate e dall’umore un po’ melanconico. Una volta tanto lontani dalla distopia narrata dal 99% di act che disegnano gli anni a venire. Il che denota un approccio compositivo piuttosto originale, esulante da cliché triti e ritriti, perlomeno nel campo del metal estremo.

Così facendo, il quintetto di Chicago riesce a parere di chi scrive nel non facile compito di emergere dalla marea di gente che suona tutta alla stessa maniera. Non si deve gridare al miracolo, questo è altrettanto certo, tuttavia occorre dare atto al quintetto stesso di essere riuscito a forgiare nel fuoco il proprio marchio di fabbrica. Indicativo di un sound pieno, carnoso, adulto, senza difetti, preciso negli inserimenti dei vari strumenti, delle voci e dei cori; nonché adatto anzi più che adatto per essere apprezzato da chi ama l’antitesi fra morbidezza e ruvidità. Da una parte ritornelli da sogni, dall’altra furibonde bordate di blast-beats, insomma.

Non è solo il suono a essere eccellente, però. Circostanza ancora più importante: le canzoni. Dodici per cinquanta minuti di musica che non annoia. Anzi, aumentando i passaggi aumenta parallelamente l’assorbimento del platter e delle sue peculiarità. Arrivando a non poter fare a meno di ricominciare da capo. Ogni brano è una sorpresa in sé, meritevole di guadagnarsi la massima attenzione onde gustarlo per bene. Non ci sono riempitivi, cali di tensione, scivoloni. Niente, da ‘Detonate’ a ‘The Real Enemy’ ci si può divertire davvero a nutrire la mente con una musica accattivante – non catchy – come poche. Ogni song è scritta con linearità, rispettando i tempi della forma-canzone di derivazione rock, evitando inutili fronzoli e orpelli, sì da risultare esplosiva. Ecco, esplosività. L’aggettivo più corretto per definire con un solo termine “Gravity”. Tanta energia, tanta melodia, un incedere scoppiettante e irresistibilmente trascinante.

Sinceramente, tirando le somme, non si capisce proprio perché i Nostri abbiano questa difficoltà a diventare delle stelle luminose o, perlomeno, a produrre dischi sotto l’ala protettrice di una label importante e internazionale. Misteri della fede. E, di fede, gli Starkill, ne hanno a profusione. In se stessi e nell’obiettivo di raggiungere una notorietà che non sia solo circoscritta all’Illinois.

Daniele “dani66” D’Adamo

 

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