Recensione: Hallowed be thy name

Di Beppe Diana - 18 Novembre 2002 - 0:00
Hallowed be thy name
Band: Mob Rules
Etichetta:
Genere:
Anno: 2002
Nazione:
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72

….Azzz, ma allora è vero!!!! E si, cari amici miei, oramai è una realtà di fatto ben consolidata che le band facenti parte del management del talent scout Limb Schnoor stanno abbandonando l’ovile una ad una, infatti e se si eccettuano i nostri Rhapsody, oramai sempre più padroni dello starsistem internazionale, tutti i grossi nomi del più quotato heavy metal rooster europeo, si stanno sistemando tutte altrove, così che la nomea di produttore/mangia soldi che pervade il personaggio sopraccitato, prende sempre più forma consistente facendoci presupporre che come al solito “non è sempre oro quello che luccica”.

E così dallo split degli Angra, a quello degli Heaven’s Gate, all’abbandono degli Eldritch, a quello dei Cinchilla, fino ai qui presi in esame Mob Ruels, forse una delle band più quotate sul mercato, almeno in campo true metal. Con un ritmo quasi stacanovistico di un album ogni quindici mesi, la band tedesca capitanata dal chitarrista Matthias Mineur, celebre in terra teutonica per essere una delle penne più apprezzate di Rock Hard, sforna con questo “Hallowed be thy name” il terzo capitolo di una saga che, sia a livello stilistico che concettuale, riprende le tematiche trattate sulle due precedenti releases “Savane land” e “Temple of two sun”, ovvero una sorta di concept incentrato sul potere esplicato in diversi contesti, da quello religioso a quello autoritario, da quello dell’amore a quello più strazziante della morte, il tutto contornato come al solito da un caparbio cover artwork ad opera dell’onnipresente Eric Philip.

 A livello prettamente musicale, il nuovo platter sembra invece vertire su sonorità leggermente più melodiche e velatamente malinconiche, forse anche troppo per i miei gusti, elemento che potrebbe in qualche modo attirare le critiche più severe dei metal fans più oltranzisti, , e se la tastiera del buon Sasha Onnen, è oramai sempre più presente nel songwriting dei nostri, sono sempre le due chitarre dell’accoppiata Mineur/Fuhlhage a dettare i tempi al resto della band che si destreggia di par suo in un intricato “groviglio” sonoro che ha nei Savatage, Virgin Steele ed Helloween dell’ultimo periodo, i propri numi tutelari.

A tal uopo un ascolto al singolo apripista “Lord of Madness” mi sembra proprio d’oc, un brano che alterna l’epicità propria dei Virgin Steele del capolavoro “Noble Savane”, ad aperture armoniche ad effetto in piena scuola Helloween-iana, soprattutto per ciò che concerne le chitarre “gemelle”, nonché l’uso dei cori con la splendida voce del caposaldo Klaus Dirks, sempre più vicino a sua maestà Andy Deris.

Lo spirito del buon Chris Oliva aleggia trionfante sulle note della fastosa title track, forse uno dei più bei brani di questo anno, che conferma la buona impressione che mi ero personalmente fatto della band già con i primi due platter, mentre è un’assolo al fulmicotone del buon Roland Grapow ad impreziosire le trame metalliche di “Way of the world”.

Detto che  “(In a land of) Wind and Fire” sembra estrapolata direttamente dall’oscuro e sottovalutato “Dreamspace” album di Tolkki-niana memoria, tocca all’altro ospite Peavy Wagner sigillare la splendida ballad “How the gypsy was born” che suggella la buona prestazione offertaci da un ensamble in grado di competere alla pari con le bands più rinomate del settore.

Beh, certo è che se i nostri avessero inserito altri due o tre brani veloci come “Ghost town”, sicuramente staremmo parlando di capolavoro assoluto, ed invece….. invece “Hallowed be thy name” mi lascia quell’amaro in bocca del “poteva essere, e non è stato”. Ripeto, nel suo intero l’album è più che lodevole, ma con il ripetersi degli ascolti, si sente che manca il colpo ad effetto, quel quit in più che avrebbe permesso alla band di spiccare il volo verso lidi a lei più congeniali, ed invece…..

 

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