Recensione: Hell of Fame

Di Fabio Vellata - 4 Settembre 2020 - 9:02

Ricominciamo da dove ci eravamo lasciati.
Con lo scorso album, “See you on the Dark Side”, l’idea concreta era stata quella di un processo di maturazione giunto a compimento.
La definizione di un gruppo che per valore artistico, capacità dei singoli, estro ed inventiva, poteva dirsi ormai pronto per entrare nel novero delle migliori realtà internazionali di settore.

Partendo dalla descrizione del disco uscito nel 2018 e collegandoci a questo “Hell of Fame“, possiamo viaggiare diretti alla definizione tranciante di ciò che, in breve, è il succo della questione.
Insomma, il 2020 parrebbe anno di conferme, perché anche per gli Hell in the Club, ci troviamo a ripetere quanto di buono espresso per il precedente capitolo.
Un gruppo completo, solido, rodato. Che non improvvisa ma ha piena coscienza di se stesso e delle proprie capacità, tanto da saperle mettere a frutto ormai con disinvoltura e senza particolari sforzi.

Gli Hell in the Club sono in giro ormai da un po’. Le loro prime scorribande risalgono a quasi dieci anni fa quando, già all’epoca, si intravedeva un talento non proprio comune ed ordinario. Un patrimonio messo poi a frutto in una serie di album dal valore quasi sempre più che buono che, nel tempo, hanno consentito alla band piemontese di arrivare in alto.
Alla luce di questo nuovo capitolo, insomma, che appare quanto mai ben assortito, completo, e privo di significativi punti deboli, i paragoni con The Poodles, Dynzaty, Eclipse e Kissin’ Dynamite non sono per nulla campati in aria.
Roba di serie A, per farla breve.

Una massima serie cui gli Hell in the Club partecipano con onore in virtù dell’ennesimo buon disco in cui mescolare tantissima melodia ad un comparto strumentale aggressivamente “gustoso”, con suoni ben torniti e ritornelli sempre immediati.
Il manuale del glam-hard rock di nuova (ma pure vecchia!) generazione presentato con agile scioltezza, esibito prendendosi pure il lusso di centrare alcune canzoni che vanno di diritto ad assestarsi tra le cose migliori scritte sin qui dal quartetto.

Detto di una panoramica piuttosto omogenea che garantisce buona musica lungo tutta la tracklist, ci sono, in effetti, alcuni highlights che spiccano più di altri.
Con l’iniziale “We’ll never Leave the Castle” si scivola immediatamente verso il lusso di un hard rock sontuoso e divertente, ricco, arioso e vitale. Arrivano mano a mano altre canzoni ispirate e gradevolissime (“Last of Undying Kind”, “Nostalgia”, “No Room in hell“…) per sfociare in un finale col proverbiale “botto”.
Tokyo Lights” è, per quanto ci riguarda, una delle canzoni più belle dell’anno. Una melodia fresca, con un ritornello esaltante che chiama davvero da vicino i già citati The Poodles e rimembra un po’ anche i vecchi Wig Wam.
Potrebbe sembrare, di primo acchito, un pezzo facile, per via di una struttura che privilegia l’easy listening quasi radiofonico.
Eppure tutti, dai tecnici più esperti sino ai semplici appassionati del genere, non potranno far altro che convenire sul come sia tutt’altro che facile riuscire a mettere assieme così bene ogni elemento utile a costruire un brano in grado di “ficcarsi” nelle orecchie con tanta decisione.
Bisogna esserne capaci. Bisogna esser bravi.
E gli Hell in the Club, ormai l’abbiamo capito da un pezzo, lo sono. Davvero.

Il limite? Il solito, quello di non inventare, dopo tutto, nulla di nuovo.
Sebbene, quella miscela di hard rock scintillato con tocchi quasi power ed una strafottenza tutta glam, non è proprio così comune e banale da reperire sul mercato odierno.
Soprattutto poi, se rapportata a questi livelli qualitativi.

Poche storie, via.
Tra le migliori realtà del settore: una sicurezza conclamata.

 

Ultimi album di Hell In The Club