Recensione: Higher

Di Mauro Gelsomini - 10 Ottobre 2003 - 0:00
Higher
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Anno:2003
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75

Tornano gli Harem Scarem, proseguendo il discorso interrotto con “Weight Of The World” e ribadendo una grande nostalgia per il gusto zuccheroso che aveva contraddistinto il debut album e il classico “Mood Swings”. Il ritorno alle melodie struggenti e smielate è forse esasperato dalla massiccia presenza di ballad di chiara matrice pop, orecchiabili all’inverosimile e mai così easy-listening. Per non appiattire il platter ad una monotonia strappalacrime lunga un’ora, i Nostri non dimenticano di inserire qua e là refrain anthemici e arrangiamenti hard non troppo banali. Un certo modernismo è forse da annotare nella scelta di un sound molto pop-oriented, che indurrebbe a non stupirsi nel caso di passaggio in un network ultra commerciale.
A contrastare l’estrema facilità nello scrivere brani ipermelodici da parte di Harry Hess e Pete Lesperance c’è la professionalità di artisti che conoscono il genere come le proprie tasche, e riescono a muoversi con una tale destrezza da rendere tutto quasi troppo semplice. La familiarità, anche nel sound stesso degli Scarem, si nota fin dalla opener “Reach”, e nel suo chorus polifonico in perfetto stile AOR. Vincente anche il refrain di Waited, che alterna al mid-tempo dominante diversi intermezzi acustici, sempre mettendo in risalto la voce di Hess, a suo agio anche su riffing dal suono più vicino agli anni ’90. Il discorso è analogo per “Torn Right Out”, sempre più ’90es-style, e prosegue nella stessa direzione con il rock attuale di “Give It To You”. La titletrack è la power ballad di rito, summa dello Scarem sound, sulla scia dei migliori Def Leppard. Si attestano sugli standard ottantiani “Run And Hide” e “Lies”, dal riffing aggressivo e trascinante, interrotte solo dal curioso e coraggioso effetto applicato alla voce di Hess in “The Lucky Ride”, che però non tarda a rientrare nei binari. “Gone” entra subito in testa per il pomposo climax che accompagna al coro, mentre esce un poco dal seminato “Lost”, grazie a una distorsione di chitarra particolare, affiancata ad effetti non troppo azzeccati. Ad ogni modo anche questa track non tarda sfociare nei canoni di un refrain memorabile ricco di cori e sovraincisioni vocali.
Non posso far altro che ribadire la coerenza artistica di una band che sa come si suona AOR, che rimane un caposaldo del genere, che non tradirà le aspettative degli irriducibili, e che, perché no, riuscirà ad avvicinare nuovi adepti ad un genere
che molti considerano un anacronismo, ma che ma ha ancora molto da insegnare in fatto di musica.

Tracklist:

1. Reach
2. Waited
3. Torn Right Out
4. Give It To You
5. Higher
6. Run And Hide
7. Lucky One
8. Lies
9. Gone
10. Lost

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