Recensione: History Hand

Di Susanna Zandonà - 20 Novembre 2022 - 0:01
History’s Hand
Band: Enemy Eyes
Etichetta:
Genere: AOR  Hard Rock  Heavy 
Anno: 2022
Nazione:
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80

La mano della storia si poggerà su di noi: “History Hand” è l’album di debutto degli Enemy Eyes, centesima official release del cantante Johnny Gioeli (Hardline, Axel Rudi Pell, Crush 40).

Dietro a questo titolo una grande riflessione di carattere filosofico, riassumibile in questo concetto: la storia è un insieme ciclico che si ripete e allo stesso modo lo è il nostro destino. Tutte le azioni che compiamo, da quando nasciamo fino all’ ora della nostra morte, determinano il nostro futuro. Rimane solo a noi scegliere se agire nel bene o nel male. La nostra storia è quindi nelle nostre mani e il tempo scorre tra le dita come sabbia in una clessidra: “it’s better don’t f*** it up”, ci comunica Gioeli.

Quello che accade al mondo, in fondo, è anche una nostra responsabilità.

Appio Claudio Cieco nella sua “Sententiae” formulava la massima morale: “homo faber fortunae suae” ovvero “ognuno è artefice del proprio destino”, frase poi ripresa dagli umanisti in epoca rinascimentale, con un’ accezione però dettata – in parte – dalla sorte.
Machiavelli (letterato laico) sosteneva in effetti che l’uomo era artefice del suo destino per il cinquanta per cento delle sue azioni e per il restante si doveva invece considerare: “nelle mani della fortuna”. Paragonando la fortuna ad un fiume in piena che l’uomo poteva domare, però, attraverso la costruzione degli argini.
Insomma, quello che vi voglio dire è che la differenza la fa sempre una sola dote: la virtù.

Johnny Gioeli si può considerare un virtuoso nel suo genere (o oserei dire in più d’uno)… in effetti “History Hand” risulta – all’ ascolto – una commistione di esperienze sapientemente concentrate in un unico bagaglio.
Nella valigia rientrano sicuramente l’hardrock targato LA a cui ci aveva abituati con gli Hardline, a cui aggiunge un caleidoscopio fatto di differenti generi di matrice metal nord-europea, che sfociano in fusioni sonore che spaziano enormemente: power, post-grunge, metalcore, groove metal… solo per citarne alcuni.

Un progetto decisamente ambizioso, in cui però spicca il lavoro di arrangiamento svolto da tutti i componenti della band che permette un ascolto continuativo, senza avere la sensazione (come spesso capita in progetti di questo tipo), di fare grandi voli pindarici da una traccia all’ altra.
La percezione è di piuttosto avere una scansione di “momenti differenti” a guidarci in un percorso.
Insomma, se dovessi fare un paragone letterario, questo album è una raccolta di racconti, narrati sempre dalla stessa persona ma in periodi diversi.

Gioeli riesce brillantemente a trascendere la figura del cantante sempre fedele a sé stesso e compie un (rischioso) passo in avanti, uscendo dalla zona di comfort, senza però allontanarsi troppo dallo stile cui ci aveva abituati in precedenza. Penso ad esempio all’ americanissimo album solista del 2018, “One Voice”. La sua sigla vocale permane decisamente legata all’ heavy statunitense a tratti più melodico cui sono insite le sue radici – che per inciso è impossibile non sentire in “What I Believe”, in cui arriva prepotente la bonjoviana memoria di “Always” – , caratteristica che gli permette di rimanere riconoscibile. Tuttavia con gli Enemy Eyes fa però un ulteriore passo in avanti, udibile in tracce come “The Chase” o “Preying on your weakness” che dal mio punto di vista ben evidenziano questa volontà di contaminazione.
Ho buona ragione di ritenere, proprio per questo motivo, che un fan di qualsiasi genere metal che non preveda growl o scream, possa trovare almeno una traccia di suo gradimento all’ interno delle 11 proposte.
Dal punto di vista della scrittura dei testi risulta decisamente meditativo e a tratti suggestivo, affrontando anche tematiche di grande attualità.

Si intuisce dalla prima traccia ”Here We Are” la poeticità delle parole di Gioeli: “flying like a thousand wings / piercing through each other / striking like a night of dreams / until we wake again”.
Tastiere epiche, ritmica cadenziata serena come un volo di linea che viaggia a velocità di crociera, riff di chitarra a seguire, bel chorus da cantare.

History Hand” arriva invece dritta come un bello schiaffone, una mano forsennata sulla batteria, quasi thrash… Fabio Alessandrini è batterista anche degli Annihilator e qui si sente tutta la dura prepotenza “annientatrice” forgiata nel metallo. Alessandro del Vecchio al basso con un riff dai toni angosciati, si incarica di introdurre la voce di Gioeli, che ci fa pervenire un messaggio bello tosto: l’uomo è una bestia egoista che ha devastato per i suoi scopi opportunisti la Terra: “he sees nothing but himself / with no regard to you / or anyone”. Ce lo dice nel modo giusto, comunicando prima tutto lo sdegno e la rabbia, per poi divenire più debole e malinconico in chiusura: “born as a child / feares as a man”. Al rallentare sembra svanire nei tanti ricordi e l’assolo di chitarra di Marcos Rodriguez (ex Rage) chiude le fila del discorso.

Consiglio di vedere anche il bellissimo video musicale.

I riferimenti all’odierna situazione mondiale si sprecano e “Peace & Glory” ne è un altro esempio, dove la furia omicida è giustificata dal desiderio di una pace e gloria, alimentata purtroppo dal fuoco del risentimento. “This is why I live to die / fight for the peace and the glory / lift me up in the name of us “.
Trovo curiosa la scelta del nome “Enemy Eyes” e mi fa riflettere sul fatto che bisogna avere sempre il coraggio di guardare negli occhi il nostro nemico. Se è vero che gli occhi sono lo specchio dell’ anima, vale la pena di esaminarli meglio per capire, forse, che il nostro nemico non è nient’altro che un uomo come noi, con le stesse paure e insicurezze.

Affrontare noi stessi per capire gli altri… forse questo sarebbe un ottimo presupposto e punto di partenza in una società che si basa spesso sull’ individualismo spietato.
Una visione nuova che vale la pena di affrontare e soprattutto di sentire, per rimanerne affascinati.

 

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