Recensione: Hobbs Angel of Death

Di Andrea Bacigalupo - 9 Luglio 2020 - 14:20
Hobbs Angel of Death
Etichetta:Steamhammer
Genere: Thrash 
Anno:1988
Nazione:
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85

Siamo nel 1988. Il mondo del Thrash sta tutto dentro un calderone a ribollire come lava incandescente.

C’è aspettativa ed anche esigenza: stanno per uscire i seguiti di tre album eccezionali, che hanno lasciato un marchio della storia, ancora oggi ineguagliati. Metallica, Slayer ed Anthrax stanno per pubblicare il loro quarto album, rispettivamente ‘… And Justice For All’, ‘South of Heaven’ e ‘State of Euphoria’, successori di ‘Master of Puppets’, ‘Reign in Blood’ e ‘Among the Living’. I fan sono concentrati su di loro e su altri grandi: i Testament danno alle stampe ‘The New Order’ i MegadethSo Far, so Good … So What!’, i Nuclear AssaultSurvive’ ed i Sacred Reich l’EP ‘Surf Nicaragua’, giusto per citarne qualcuno.

Siamo anche nel periodo in cui il Parent Music Resource Center di Tipper Gore, conosciuto come P.M.R.C., tenta di stendere il suo velo censorio su tutti quei contenuti ritenuti volgari e diseducativi (o politicamente scomodi veh!), non adatti alla crescita dei ragazzi, colpendo non solo il mondo metallico, ma anche quello della musica moderna in generale, scatenando parecchie reazioni contrarie, pur ottenendo anche qualche appoggio.

In questo contesto è difficile emergere per chiunque si voglia affacciare sul mercato discografico, figuriamoci per una band australiana, che già suonava Old School quando ancora non si chiamava così, che sfoderava, quindi, uno stile assolutamente non originale oltre ad avere un gusto terribile per le copertine.

Sono gli Hobbs Angel of Death di Peter Hobbs che, a marzo del 1988, strappato un contratto con la Steamhammer, fanno uscire un album dal titolo omonimo.

A parte l’orrenda cover, che ritrae un indemoniato e megalomane Hobbs avvolto dalle fiamme, anche più magro che nella realtà (un qualcosa che si sogna la notte dopo aver mangiato del fritto cotto nell’olio stantio), l’album è una bomba, un concentrato di Thrash genuino, vecchia maniera, senza fronzoli, diretto e sparato in faccia senza alcuna remora.

Unico obiettivo: massacrare chiunque e gli Hobbs Angel of Death ci riescono bene, non importa se suonano tremendamente ‘Slayer’.

Anche i testi sono forti e sanguinari: in un periodo in cui il ‘vecchio satanasso’ cominciava ad essere messo da parte dai Thrasher se non per essere utilizzato come metafora, per porre l’accento sulla negatività di argomenti concreti come il pericolo nucleare, la guerra, la corruzione politica e l’estremismo religioso (argomenti che oggi non sono cambiati di una virgola) loro scrissero brani come ‘Crucifixion’, ‘Satans Crusade’ e ‘Lucifers Domain’, lasciando pochi dubbi sulle tematiche maggiormente trattate, che non descrivevano certo la giornata di preghiera di timide monache chiuse dentro un convento, attingendo dalle idee di Venom, Possessed od i già citati Slayer di qualche anno prima.

L’album è un concentrato di malvagità, tutto di buon tiro, suonato con tecnica certosina, ben articolato nel songwriting e, soprattutto, grondante phatos da tutti i solchi. Peter Hobb and friends hanno vera passione per quello che fanno e riescono a trasmetterla con forza viva.

La produzione rende il sound pesante e mefitico: ascoltando ‘Hobbs Angel of Death’ si entra nell’inferno, dal quale è difficile uscire.

Velocità smodata, cambi di tempo repentini, ritmiche serrate, linee di basso profonde ed incisive messe nella giusta evidenza, voce demoniaca, assoli precisi e taglienti ed un drumming che non dà tregua: c’è tutto quello che è il Thrash primordiale in brani neri quanto coinvolgenti come ‘Jack the Ripper’, la già citata ‘Crucifixion’ e ‘Brotherhood’.

Particolare menzione per la granitica ‘House of Death’ e per la malvagia ‘Satans Crusade’. Soprattutto per la conclusiva ‘Marie Antoniette’, una mini suite di circa sette minuti e mezzo di grande enfasi: cadenzata e funesta che infonde la stessa angoscia patita dalla Regina di Francia nel ‘700 durante i suoi ultimi attimi di vita, quando percorre la strada per il patibolo.

Sfortunatamente il perfezionismo di Peter Hobbs non è stato solo il suo pregio, ma anche un suo difetto. Intorno a lui sono ruotati quasi una trentina di musicisti, con una consequenziale instabilità che ha causato lo sfascio della band più di una volta.

Dopo l’esordio è seguito ‘Inheritance’ nel 1995 e poi ‘Heaven Bled’ nel 2016, entrambi album relativamente trascurabili.

Purtroppo, nel 2019, Peter Hobbs è mancato. Il ricordo più tangibile che rimane di lui è proprio questo primo album (più volte ristampato con le bonus track ‘Bubonic Plague’ e ‘Cold Steel’) che, nonostante abbia dovuto competere con dei mostri sacri dell’epoca, è riuscito ad emergere e ritagliarsi un suo spazio nella storia.

Assolutamente da rispolverare e da ascoltare.

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