Recensione: I Am The Enemy
La giovane frontwoman Austen Starr arriva al debutto con “I Am The Enemy” dopo un percorso tutt’altro che lineare, fra insicurezze, studi di registrazione e un immaginario che affonda le radici tanto nel pop quanto nel rock più deciso. Cantautrice e vocalist di base a Boston, ha iniziato a scrivere in tenerissima età, trasformando nel tempo la propria “autoindotta” inquietudine (ne abbiamo parlato anche in sede di intervista) in un motore creativo che oggi trova una casa naturale nel roster Frontiers.
La formula unisce orecchiabilità, chitarre elettriche in primo piano e una forte attenzione per il racconto personale. A completare il quadro, un cast di musicisti che colloca l’album subito in serie A: alle chitarre troviamo Joel Hoekstra (Whitesnake, Revolution Saints, TSO), affiancato da Chris Collier a basso e batteria e da Steve Ferlazzo alle tastiere, con Chloe Lowery ai cori.
Sin dalle prime battute del brano d’apertura, “I Am The Enemy”, che dà anche il titolo al disco, il quadro è chiaro: produzione moderna e levigata, riff incisivi ma mai eccessivamente aggressivi, e una voce che preferisce il controllo emotivo allo sfogo sguaiato. La struttura del pezzo segue coordinate rock radiofoniche ben collaudate – strofe tese, pre-chorus che accumula tensione e un ritornello immediato – ma ciò che colpisce è il taglio del testo, in cui l’artista ribalta la classica dialettica vittima/carnefice, assumendo su di sé il ruolo di “nemico” e giocando con le zone grigie della colpa e dell’auto-sabotaggio. Hoekstra si inserisce con gusto, scegliendo linee chitarristiche che enfatizzano i passaggi melodici senza schiacciare il cantato, e quando arriva il solo il suo tocco riconoscibile aggiunge quel quid drammatico che la canzone richiede senza trasformarla in un mero esercizio di stile.
Se “I Am The Enemy” rappresenta il volto più immediato del progetto, i singoli successivi mostrano come il disco non voglia limitarsi a un’unica sfumatura espressiva. “Remain Unseen”, ad esempio, indurisce i toni e affonda il coltello in un immaginario che rielabora in chiave realistica l’Alice nel Paese delle Meraviglie, con un sound più pesante rispetto al primo singolo e una scrittura che lascia emergere il lato più oscuro e “fantastico” della narrativa di Starr. Anche qui Hoekstra lavora di fino: riff compatti, armonizzazioni misurate e assoli brevi, sempre al servizio di un pezzo che resta ancorato a una forma-canzone ben definita, piuttosto che cedere alla tentazione del virtuosismo fine a sé stesso.
Un altro passaggio interessante è “Running Out Of Time”, dove la tavolozza sonora si sposta inaspettatamente verso territori punkeggianti, con un andamento più ruggente e serrato che costringe la cantante a spingere le proprie tonalità limpide su un terreno più ruvido. Il brano vive su un tema ritmico sostenuto, nel quale la sezione strumentale sceglie un approccio più diretto e “di pancia”, mentre il solo di Hoekstra, pur semplice e melodico, riesce a ritagliarsi uno spazio ben definito, fondendosi con l’esecuzione ribelle del resto della band. È uno di quei passaggi che spezzano la linearità del lavoro, suggerendo una versatilità che potrebbe essere ulteriormente esplorata in futuro senza perdere coerenza.
Nel complesso, “I Am The Enemy” è un debutto curato, in cui la scrittura vocale e lirica di Austen Starr incontra un impianto sonoro professionale e riconoscibile, fortemente caratterizzato dalla chitarra di Joel Hoekstra. La produzione lucida e la presenza di musicisti navigati giocano senz’altro a favore dell’impatto immediato del disco, ma ciò che evita al progetto di ridursi a un semplice “veicolo” per grandi nomi è la personalità autoriale di Starr, che affiora nei testi e in un modo di cantare capace di tenere insieme vulnerabilità e determinazione. Restano, qua e là, alcuni passaggi che seguono in maniera piuttosto fedele i canoni dell’hard rock melodico contemporaneo, ma la sensazione è che questo sia solo il primo passo di un percorso in cui, smussata qualche prevedibilità, l’intesa tra la cantante e Hoekstra potrà dare frutti ancora più maturi e distintivi.
In estrema sintesi, il disco centra l’obiettivo di presentare Austen Starr come una voce già matura nel modo di raccontarsi, capace di trasformare nevrosi e contraddizioni personali in un linguaggio immediato e comunicativo, senza ricorrere a forzature o teatralità gratuite. Se in futuro saprà spingersi un po’ oltre i confini rassicuranti del modello attuale, accentuando le asperità che già affiorano in brani più tesi come “Remain Unseen”, le premesse per una crescita artistica significativa ci sono tutte.
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