Recensione: Il Più Antico Dei Giorni

Di Emanuele Calderone - 16 Marzo 2006 - 0:00
Il Più Antico Dei Giorni
Band: Magnifiqat
Etichetta:
Genere:
Anno: 2004
Nazione:
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85

Signore e signori ecco a voi un vero e proprio capolavoro tutto italiano.
Siamo nel 2004, i Magnifiqat composti da Emanuele Rastelli, fondatore della black/medieval band Crown Of Autumn, assieme al mostruoso Mattia Stanciou (virtuoso batterista dei Labyrinth) e Massimiliano Biganzoli al basso, danno vita a uno dei più bei dischi gothic mai prodotti in Italia: “Il Più Antico dei Giorni”, album appartenente al così detto movimento white metal, suonato magnificamente da parte di tutta la band, ricco di spunti originali e freschi.

Il disco viene aperto dalla song “Dalla Bocca dell’Inverno”, che ci viene introdotta da un arpeggio di chitarra classica, molto vicina a toni medievali. Dopo qualche secondo, chitarre distorte e classiche iniziano così ad intrecciarsi in un crescendo di passioni ed emozioni, accompagnate dalla suadente e calda voce di Rastelli; originale la scelta fra l’ altro di utilizzare un cantato in lingua madre, preferito (e direi anche con eccellenti risultati) al classico, e spesso abusato, cantato in inglese. Ottimo anche il lavoro svolto dalle tastiere, che vanno ad arricchire ulteriormente la traccia.
Chitarre distorte ci introducono invece alla seconda traccia “All’Imbrunire”, nella quale Emanuele duetta con la splendida voce della soprano Francesca Cavalieri: il risultato che ne viene è fantastico, infatti la song, accompagnata anche da flauti, risulta essere particolarmente affascinante.
Atmosfere medievali si respirano in “Diadema”, nella quale ritroviamo gli intrecci vocali tra voce maschile e soprano; il testo (da incorniciare), si unisce ad una base musicale delle migliori di tutto l’album, risultando così un’ottima traccia.
Altro “goal segnato” con “Anastasis”, canzone marcatamente gothic, che nelle sue melodie tanto ricorda i vecchi Sister Of Mercy: ancora una volta il punto focale della traccia risiede nel duetto tra le voci delle due soprano e la calda voce maschile; ottima anche la base ritmica condotta da Mat e Massimiliano.
Violini dalle tonalità celtiche aprono “Il Canto della Pietra”, nella quale un misto di base elettronica accostata a cori di stampo gregoriano, ci accompagneranno in un viaggio fascinoso della durata di quasi 4 minuti di pura estasi. La totale assenza del cantato (esclusi i cori gregoriani ad inizio e fine traccia), fa di questa traccia una vera e propria perla.
Si torna alla voce solistica maschile con “Ninfea”, traccia condotta da chitarre elettriche e violini: la traccia pur non brillando particolarmente per originalità, si lascia comunque ascoltare più che piacevolmente.
Arriviamo così alla title-track, nonchè ennesima conferma di quanto di buono sentito fino ad ora: ancora violini che si intrecciano con la profonda e delicata voce di Rastelli, accompagnata da un batteria che molto delicatamente va a scandire tempi lenti e riflessivi. Ottimi i cori.
Toni orientaleggianti ci introducono a “Dune”, che mi è sembrata un la traccia più debole dell’intero album a causa di una melodia un po’ forzata. Sia chiaro, la canzone non è assolutamente brutta, anzi, però rispetto al resto del disco è sicuramente la meno riuscita, anche per colpa di un eccessivo utilizzo di basi elettroniche.
Il disco si chiude con una breve strumentale dal nome “L’Ora Senza Fine”, che svolge il suo lavoro più che egregiamente.

L’ album è finito, lasciando un senso quasi di dispiacere, ma anche di soddisfazione, per aver potuto ascoltare un album sicuramente molto più che piacevole, e degno di essere considerato un piccolo capolavoro del metal/rock italiano.

Tracklist:
01 Dalla Bocca dell’Inverno
02 All’Imbrunire
03 Diadema
04 Anastasis
05 Il Canto della Pietra
06 Ninfea
07 Il Più Antico dei Giorni
08 Dune
09 L’Ora Senza Fine

Emanuele Calderone

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