Recensione: Impius Viam

Di Tiziano Marasco - 23 Aprile 2020 - 5:30
Impius Viam
Etichetta: Noble Demon Records
Genere: Black 
Anno: 2020
Nazione:
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75

La Svezia, in termini di black, sta sfornando della bella roba ultimamente. Solo l’estate scorsa era uscito il secondo album dei Wormwood, che aveva messo in mostra una band matura e con molte idee. Ora arriva il debutto dei Night Crowned da Göteborg. A scanso di equivoci, questi qui invece di avere tante idee ne hanno solo una ma molto ben definita: usare violenza ai timpani.

“Impius Viam”, debut che segue a due anni di distanza il demo “Humanity will echo out” è un concentrato di black anche piuttosto elaborato e raffinato, ma suonato a ritmi forsennati. Se togliamo la title track, che funge da breve intro strumentale, il resto è un concentrato di doppia cassa, chitarroni e growl che creano 55 minuti di ferocia pura. Si, ogni tanto c’è della tastiera, ma giusto per farvi riposare qualche secondo.

Sul guitar work anzitutto dobbiamo spendere delle parole perché qui sta la forza del dico. In questo album infatti c’è un quantitativo di riff impressionante e quel che è peggio è che sono tutti micidiali. E c’è della gran versatilità.

Le classiche basi nervose del black, poi un accelerazione verso spazi siderali neri e affascinanti, il tutto contornato da uno scream indemoniato. Questa è “Reborn”, a tutti gli effetti la vera opener, e se questa vi piace, andate a colpo sicuro su tutto il disco, perché bene o male questa è la formula.

Venendo poi al cantato, si è detto dello scream indemoniato, ma vanno notate le parti in clean che danno profondità, quando vengono usate. È questo il caso di ‘Ira’ (perché tanto si fa a livello sonoro che vuoi non riprenderlo anche a livello tematico) e della conclusiva ‘Ego sum bestia’. In realtà il clean compare solo in questi due episodi, su dodici totali. Non sarebbe male sentirlo più spesso, questo clean. Non in tutte le song, certo che no. E giusto per intenderci, non è che questi rallentano quando c’è del pulito.

Ci sono invece dei rallentamenti (nel senso che i bpm si abbassano, non nel senso che ci sia della requie), nella parte centrale del disco, con  ‘Black Bones’ e ‘Unholy Path’, dove i riff si fanno un po’ più complessi e danno vita a delle splendide cavalcate cosmiche.

In tutto questo, “Impius Viam” ha due piccoli difetti, che però sono combinati. Se da un lato è una buona cosa che le canzoni si somigliano un po’ tutte, sicché il disco è una mattonata, dall’altro il senso di mattonata è smorzato dalla lunghezza. Cinquantacinque minuti, due canzoni di troppo, e comunque per scendere alla lunghezza desiderabile (quarantacinque) si sarebbe davvero in imbarazzo nel decidere che togliere.

Detto questo, i Night Crowned partono da basi ben solide, il black è quello (soprattutto quello dei Dark Funeral), ma ci mettono del loro. Sono nordicamente tamarri ma creano atmosfere molto affascinanti. In ultimo sfornano un numero impressionante di riff, molti già sentiti, eppure riescono a non farli sembrare banali.  In parole povere, questi quattro svedesi in qualche modo riescono a mettere in mostra una loro identità. E a buttare fuori un ottimo debut. In trepidante attesa dei prossimi capitoli.

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