Recensione: In lumine lunae

Inter sonos animam tuam reperies
I Viamer, o meglio Krystian Jurkiewicz, artista polacco che si occupa di tutto, dalla strumentazione ai testi, dopo due anni di lavoro hanno finalmente dato alle stampe il loro primo full-length, “In lumine lunae“.
Album che, come affermato dal suddetto mastermind, segna l’appartenenza a una miscela di blackgaze, post-black metal, shoegaze, atmospheric black metal e metalgaze (sic!). A parere di chi scrive, il termine più estensivo riguarda però le coordinate stilistiche del post-black che, se si vuole, possono abbracciare anche i succitati generi.
Definizioni stilistiche a parte, che lasciano il tempo che trovano, il disco possiede un sound piuttosto potente, deciso, a volte duro ma, soprattutto, ed è qui che si trovano le risposte alla natura dei Viamer, lento, profondo, immersivo, trasognante. Ed è quest’ultimo aggettivo che rappresenta il leit motiv delle canzoni dell’album, canzoni narrate in polacco ma dai titoli in latino. Forse, per creare sin dalla lettura dei temi portanti, quella mirabile atmosfera che solo la blackgaze è in grado di generare.
Il primattore Jurkiewicz si fa subito notare per le sue linee vocali, che caratterizzano in maniera importante tutta la musica dell’LP. Accanto a morbide e tenui aliti di voce pulita, si alternano aspre harsh vocals che portano con sé disperazione, tormento, sofferenza e dolore. Stati d’animo che, prima di ogni altra elucubrazione, esplodono al detonare delle song, come per esempio accade nel furibondo segmento presente nell’opener-track “In excitatione terrae“, reso incandescente da violentissimi blast-beats.
Il Nostro manovra molto bene anche la chitarra, distorta senza arrivare agli estremi del black metal più brutale e prepotente, la quale si muove incessantemente per creare il tappeto armonico sui cui sviluppare le proprie idee. Si tratta di un approccio tipico dei generi e sottogeneri citati all’inizio, volto in primis a dare vita a un sound che, oltre a essere come detto deciso, entra in profondità dell’animo umano per esplorarne i più reconditi anfratti. Antri nei quali la mente nasconde i meravigliosi sentimenti che scuotono il cuore. Tristezza, malinconia, melanconia e nostalgia si fondono assieme, ammantando il platter di una cupa e oscura atmosfera a mo’ di grigio sudario (“Smaragdus somnium”).
E a proposito di chitarra, si devono citare anche gli assoli o, meglio, i delicati ricami nati della medesima per aiutare il suono ad approfondire la parte più intimistica dell’anima: certo, poiché i moti che si percepiscono entro di sé non potrebbero esistere. Di conseguenza, ciò che è dentro lascia intravedere qualcosa a ciò che è fuori. Si tratta fondamentalmente di richiami a ricordi lontani, rappresentanti da attimi di sfuggente felicità ma anzitutto di piena coscienza della distruzione operata dall’Umanità sulla Natura; con la conseguente rabbia e patimento che strazia il pensiero (“Liberum arbitrium“).
Tutte riflessioni interne dovute alle intense allucinazioni che scaturiscono a fiotti dai brani che compongono “In lumine lunae“. Operando esclusivamente sulle sostanze lisergiche che si possono scatenare all’interno della massa cerebrale, il suono dell’album fiorisce con la materializzazione di paesaggi immersi nella nebbia ma anche innevati. Meravigliosi dipinti in cui insinuarsi e lasciarsi andare. Perché è questo che si ottiene immergendosi nel post-black ma anche nella blackgaze e così via. Arrendersi alla crudeltà della vita, che non risparmia niente e nessuno grazie, anche, ai maestosi cori di “Magna paranoia“.
Jurkiewicz mastica assai bene il post-black, in “In lumine lunae“. Si percepisce peraltro il grande lavoro e la grande passione profusi nella realizzazione dell’Opera Prima. Anche nella bontà della produzione, sebbene autonoma, che non fa rimpiangere quelle ufficiali.
Daniele “dani66” D’Adamo
