Recensione: Independent Harmony

Di Marco Di Mauro - 24 Agosto 2010 - 0:00
Independent Harmony
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Anno: 2010
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80

L’intuizione che si cela dietro la musica dei Division By Zero si rivela fin dall’interpretazione del loro monicker stampato in copertina. Potremmo identificare noi stessi con il numero Zero, un numero indefinito come le strade percorse dalle nostre vite attraverso la quotidianità, in una realtà a cui cerchiamo di dare un significato logico pur sapendo che è dominata costantemente dal caos. Una realtà che esiste solo se supportata dai nostri pensieri e dalla  espressione del nostro Io interiore proiettato verso l’infinito.
È proprio l’infinito a essere oggetto di attenzioni da parte degli autori di Independent Harmony, lavoro con il quale i nostri hanno voluto dimostrare di riuscire a trasformare i pensieri in musica sfruttando l’energia dei suoni e le vibrazioni prodotte dalla magia delle divisioni matematiche. Da qui nascono complesse e insolite strutture ritmiche, melodie spigolose e sperimentazioni tecniche.
Le influenze della band si percepiscono già dalla comparsa delle prime note: appaiono fin da subito soluzioni sonore che attingono da repertori di band quali Tool e Meshuggah e nella cui complessa rete metallica si inserisce perfettamente una voce versatile, mossa attraverso i chiaroscuri generati dalla sezione ritmica. Le liriche sono talvolta teatrali, talvolta capaci di inspessirsi attraverso un vigoroso utilizzo del growl.

I Division By Zero si inseriscono nel mercato discografico in punta di piedi e, viste le difficoltà iniziali di trovare un cantante stabile e compatibile con il proprio sound, il gruppo si addentra nei meandri del genere Metal Progressivo attraverso soluzioni puramente strumentali. Ci ritroviamo così tra le mani nel 2004 il primo EP, Code Of Soul, caratterizzato appunto, nelle due tracce che lo compongono, dalla totale assenza delle parti cantate.
Dopo un anno di ricerche finalmente i polacchi ottengono la possibilità di fornire un adeguato supporto vocale alle loro composizioni reclutando Slawek Wierny, versatile narratore le cui doti non possono che ricordare l’impostazione teatrale di Mariusz Duda dei Riverside. Un fattore questo, in grado di apportare alla struttura dei brani una dose massiccia di melodia la quale, messa in contrasto con le partiture strumentali generalmente fredde e distaccate che contraddistinguono le composizioni, contribuisce a sorreggere il giusto equilibrio tra potenza e melodia.
Con l’entrata di Slawek non tarda ad arrivare la prova del nove, seppur ancora in formato EP. Come testimoniano le recensioni positive presenti in rete, Out of Body Experience, rilasciato nel 2005, è ben accolto in diversi angoli del mondo. A novembre 2006 la band firma un contratto per la Insanity Record, mentre il tastierista Patrick Kumore viene sostituito da Robert Gajgier, rendendo così la lineup, rimasta invariata fino ai giorni nostri, definitiva. Il quintetto così riadattato pubblica il suo primo LP della carriera, Tyranny Of Therapy, il cui stile, pur mantenendosi ancorato al panorama underground, lascia un segno indelebile nei territori sconfinati del Prog Metal e contribuisce fortemente alla crescita personale e artistica di Wierny e soci.
Dopo un’attesa durata tre anni, nel 2010 la band ci delizia con il quarto disco, edito dalla neonata etichetta Prog Team, intitolato Independent Harmony, l’ennesimo centro di una realtà musicale che ha oramai tutte le carte in regola per essere accostata ai nomi più blasonati del genere.

Il disco si apre con il pianoforte della Titletrack Independent Harmony che, attraverso una manciata di accordi, costruisce un’atmosfera dal sapore vagamente Linchiano. Ci si sente avvolti da un profondo mistero, un misto di solitudine e malinconia che fa trasparire il presagio di una incombente virata verso lidi meno tranquilli. Infatti, da li a poco, il pianoforte si fa da parte per lasciare spazio a una chitarra tagliente e una batteria a dir poco devastante. I primi due minuti sono puramente strumentali, la sezione ritmica è corposa, gli strumenti si sovrappongono mentre le tastiere forniscono il giusto apporto melodico creando dei vorticosi saliscendi. Giunti al secondo minuto di ascolto la scena tende a divenire rilassata, permettendo la prima apparizione di Slawek Wierny.
Il timing rallentato permette al cantante polacco di inserirsi agevolmente al suo interno con una spiccata teatralità. La musica prosegue senza sostanziali modifiche strutturali fino al quinto minuto, dopodiché le note di tastiera generate da Robert Gajgier ci conducono a piccoli passi verso l’ultima fase della traccia, in cui trova spazio un songwriting di Opethiana memoria. A questo punto le liriche si incattiviscono e il growl prende dimensioni epiche concretizzandosi in un finale esplosivo che lascia il posto alla seconda track intitolata Wake Me Up: i rintocchi di una campana e il rombo di un motore la introducono.
Si parte con un riffing di chiara matrice Thrash mentre il ritmo, fin dai primi momenti, si mantiene sostenuto e in linea con quanto sentito nella prima parte della traccia d’apertura. Il lavoro alle chitarre di  Leszek Trela, inizialmente veloce e solitario, con il trascorrere del tempo rallenta riempiendosi di tonalità basse e cadenzate riuscendo così, sorpassato il primo minuto, a mostrare tutta la sua possente incisività. Le tastiere, generalmente mai troppo invasive, entrano in gioco rispondendo quasi di scherno ai riff forgiati dal buon Leszek, assumendo in questo frangente un carattere quasi giocoso. I minuti trascorrono alternando sezioni epiche ad altre più rilassate e, ancora una volta, l’atmosfera tende a subire un brusco cambio di rotta in concomitanza con l’entrata in scena di Slawek. La sua presenza porta un mare di emozioni e le parole prendono forma sotto il controllo delle note danzanti di un pianoforte che sorreggono l’eccellente melodia del ritornello.
La terza traccia, Glass Face,  parte con i controtempi della sezione ritmica guidata da Pretkiewicz. Il lavoro dietro le pelli è preciso e devastante, mentre viene seguito all’unisono dagli altrettanto incalzanti accordi di chitarra e dal basso di Maciej Foryta. Verso la fine del primo minuto si riparte in doppia cassa e con gli strumenti al galoppo, a cui si unisce il consueto tappeto di tastiere tessuto con la malinconia necessaria a invitare Slawek a mettere in scena l’ennesima prova teatrale. Questo brano raggiunge l’apice compositivo più alto del brano: la voce, calda e suadente, racconta di emozioni che provengono dal profondo. La tecnica del Singer forse non sarà comparabile alle doti canore di personaggi più famosi ma il suo carisma e la sua personale interpretazione forniscono un risultato sempre eccellente e capace di compensare certe mancanze oggettive. Per la restante durata del brano i nostri lasciano poco spazio alle divagazioni strumentali, limitandosi a seguire ed enfatizzare le linee vocali. Solo verso la metà del quarto minuto il gruppo si concede il lusso di apportare qualche modifica al flusso sonoro fino a quel momento concepito regalandoci due bellissimi assoli, il primo di tastiera e il secondo, di chitarra, incaricato di rielaborare e riassumere in venti secondi la melodia concettuale del brano.
La romantica Not For Play concede una pausa di riflessione: uno struggente accompagnamento di pianoforte produce sensazioni molto intime. Le parole, semplici ed essenziali,  conducono verso lande desertiche, in compagnia del nostro inconscio; un cammino lungo solo centoventi secondi attraverso il quale riconciliarci con il nostro essere più profondo e cercare l’armonia con il mondo che ci circonda.
Questa atmosfera trova libero sfogo nella successiva strumentale Jing & Jang, la cui straniante maestosità prende forma attraverso la riproduzione all’unisono di un basso martellante e una batteria dal sapore tribale. La chitarra solista, anch’essa avvinghiata alla soluzione ritmica di fondo, emana incessanti note ripetute come un mantra. Passati i primi quaranta secondi, l’arabesco intreccio creato si riempie improvvisamente di elettricità, muta e si espande tramutandosi in una colata lavica che distrugge ogni cosa. Una devastante sezione ritmica avanza di prepotenza attraverso l’uso di una doppia cassa impazzita e una chitarra che si avvale di tonalità basse. Sorpassato il vulcano, le linee delle sei corde di Trela procedono in maniera più parsimoniosa e i riff portanti, pur mantenendosi possenti, concedono alle tastiere di infiltrarsi e di amalgamarsi al resto degli strumenti al fine di creare e mantenere fino al temine del pezzo un’atmosfera dalle forti tinte orientali.
Una partenza Rock Fusion per la penultima traccia intitolata Don’t Ask Me. Già dal primo minuto, si percepisce la volontà dei nostri di non voler scendere a compromessi riguardo la varietà della proposta. In linea generale, il pezzo, pur vantando un’invidiabile combinazione di stili è dedito in misura minore all’estremizzazione. Gli strumenti, pur mantenendosi in primo piano, rispetto allo prove recedenti cercano di dominare meno la scena e fungono quasi sempre da colonna portante alla prestazione di Slawek. Il pezzo quindi risulta di ampio respiro, più immediato e accostabile alla concezione di musica progressiva partorita dalla mente dei conterranei Riverside. La prova vocale anche in questi casi rimane di ottima fattura e si concede solo qualche immersione in acque tipicamente Death attraverso un sapiente utilizzo del Growl.
Con la conclusiva Intruder i Division by Zero abbandonano gli elementi tipicamente Prog Metal per addentrarsi in territori Indy Rock. Una ricerca sonora, rielaborata in chiave Math che evoca band del calibro di Interpool e The Mars Volta. Compaiono infatti determinati fraseggi di chitarra e alcune coreografie di batteria che richiamano la new wave e il post punk tanto caro ai nomi sopracitati. Lo stesso Slawek ricorda molto da vicino Paul Banks per il timbro e lo stile vocale particolarissimo, con cui, bisogna dirlo, si destregga perfettamente.

In definitiva l’acquisto di Independent Harmony è caldamente consigliato a tutti i sostenitori dell’underground metal più tecnico e ricercato. il disco, pur non essendo un capolavoro di originalità è capace di destare interesse ad una fetta ampia di cultori del filone Progressive Metal a lungo raggio, soprattutto per l’approccio moderno del sound e la produzione di eccellente qualità.  Le promesse di un salto definitivo si mantengono intatte e per scoprirlo non ci resta che attendere il prossimo lavoro in studio.

 

Marco “Dima83” Di Mauro


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Tracklist:

1.    Independent Harmony
2.    Wake Me Up
3.    Glass Face  
4.    Not For Play   
5.    Jin & Jang  
6.    Don’t Ask Me  
7.    Intruder

 

Lineup:

Slawek Wierny – vocals
Mariusz Pretkiewicz – drums
Maciej Foryta – bass
Leszek Trela – guitar
Robert Gajgier – keyboards

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