Recensione: Into Oblivion

Di Manuel Gregorin - 13 Maggio 2026 - 14:00
Into Oblivion
Band: Venom
Etichetta: Noise Records
Genere: Black  Heavy 
Anno: 2026
Nazione:
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72

Piaccia o no, ma davanti ai Venom bisogna alzarsi in piedi e tirarsi giù il cappello, perché è fuori discussione che, quando si parla del trio di Newcastle, si va a toccare la storia del metal estremo. Con il loro formidabile uno-due d’esordio formato da quelle pietre miliari di “Welcome to Hell” e “Black Metal”, i Venom hanno dato una scossa come pochi altri alla scena musicale, ma soprattutto hanno tracciato una via da cui poi si sarebbero sviluppate tutte le varie correnti di un certo tipo di metal che voleva a tutti i costi essere sopra le righe. Il loro proto-black/thrash era un qualcosa che prendeva definitivamente le distanze dagli ultimi rimasugli della cultura freak anni ’70 ancora presente in un certo tipo di metal, per lasciare spazio a una malvagità grezza e sboccata. La loro musica cattiva, becera, ruvida e frenetica era un qualcosa che non si era ancora mai sentito prima. Una miscela di heavy metal e punk riprodotta in chiave mötorheadiana, con un’attitudine blasfema quanto una partita a briscola tra muratori.
Le formazioni black, death o thrash venute dopo sono tutte debitrici dei Venom, che possono a pieno diritto proclamarsi padrini e pionieri dei generi sopracitati.
Dopo quello sfolgorante esordio, però, sono cominciati ad arrivare i primi problemi: e mentre nella scena musicale si facevano largo i loro vari figliocci e discepoli, quelli che pochi anni prima avevano imparato il mestiere ascoltando i loro dischi, i Venom iniziavano una parabola discendente che sarebbe culminata con lo scioglimento. Poi, nel 1995, la rinascita e la meritata riaffermazione, anche se non sono mancate nuove fasi altalenanti fatte di litigi, defezioni, dispute legali ed album non sempre riusciti, fino alla scissione in Venom e Venom Inc.
Nonostante tutto, va riconosciuto a Conrad “Cronos” Lant, Jeffrey “Mantas” Dunn e Tony “Abaddon” Bray il merito di aver indicato a generazioni di musicisti una strada che continua a essere percorsa ancora oggi.
Arriviamo così ai tempi recenti, con l’attuale incarnazione dei Venom che vede solamente il cantante e bassista Cronos come reduce della formazione classica, ancora impegnato a portare avanti il nome e la storia della band. Ad affiancarlo da alcuni anni troviamo il chitarrista Stuart “La Rage” Dixon e il batterista Danny “Dante” Needham.
Con questa line-up, a maggio 2026, i Venom danno alle stampe il nuovo capitolo discografico intitolato “Into Oblivion”. Un lavoro con cui la band rimarca quello che è il suo solito territorio di caccia, dove però non passano inosservate un paio di autocitazioni di troppo: una copertina che è la versione ritoccata con l’IA del loro superclassico secondo album, e un primo singolo intitolato “Lay Down Your Soul”. Due richiami al glorioso passato così palesi da rasentare il plagio, alla stregua della più volgare tribute band.
Superate queste premesse non proprio incoraggianti, ci basta poi premere il tasto “play” per sentirci più rassicurati grazie alle note di “Into Oblivion”, la ruvida traccia d’apertura che con il suo ritmo frenetico fa partire il disco con il giusto sprint. Niente di nuovo all’orizzonte, quindi, ma comunque una piacevole conferma.
Suscitano pareri favorevoli anche l’heavy/speed di “Kicked Outta Hell”, la galoppante “Nevermore” e la marcia doom di “As Above So Below”.
Dal canto suo, “Man & Beast” piazza un riff monolitico ed un ritornello ipnotico ripetuto in modo ossessivo da rimanere per forza inchiodato nella testa dell’ascoltatore.
Va detto che i Venom di oggi sono più paragonabili ai Motörhead che non alle varie correnti di metal estremo. La loro musica ha più similitudini con la NWOBHM che non con la scena death della Florida o la corrente black scandinava. Anche le loro congiunzioni con il black metal, ormai, si limitano essenzialmente al titolo del secondo album e all’attitudine “evil” con cui si presentano, che non al discorso musicale.
Ma anche se oggi un paragone tra i Venom ed i vari Gaerea e Blood Incantation può sembrare quasi una barzelletta, sbaglia chi ironizza troppo sminuendo il ruolo del trio britannico.
Chiunque abbia vissuto quegli anni in prima persona, infatti, non si sognerebbe mai di scindere il nome del combo di Newcastle dalla scena estrema sviluppatasi negli anni a seguire. Basti pensare che Cronos e soci sono stati una delle principali fonti di ispirazione per nomi come Possessed, Bathory, Metallica, Mayhem, Sepultura, Death, Sarcofago, Sodom e Slayer, e la lista potrebbe continuare all’infinito. Tutta gente che ha scritto pagine importanti del thrash/black/death, ma che ha imparato i primi accordi strimpellando “Witching Hour” e “Countess Bathory”.
Ai Venom non interessa avere il blast beat più veloce, lo screaming più malvagio o l’assolo più tecnico di tutti. E non sono di certo i tipi da pompose contaminazioni sinfoniche o elaborate influenze jazz-fusion: a loro basta irradiare una generosa dose del loro proto-black cafone e rumoroso per ricordare a tutti qual da dove sono partite certe correnti musicali. Un po’ come una vecchia gloria della Formula Uno che guarda compiaciuto i piloti moderni ricordando però che: “Anche ai miei tempi facevamo queste cose, ma guidavamo macchine con una meccanica da motocoltivatore.”
Tracce come “Metal Bloody Metal” e “Deathwitch” suonano come i titoli lasciano immaginare, spaziando tra metal estremo della prima ora, speed e hard and heavy. “Death The Leveller” ha invece una carica rock n’roll che pare più adatta a un party che non a candidarsi come ipotetica colonna sonora per l’Armageddon. Pur non facendo particolari sforzi per prendere le distanze dalla “Black Metal” a cui ha scippato la frase per il titolo, “Lay Down Your Soul” funziona. Merito della ritmica speed che spinge per poi culminare col refrain costruito su quel verso che ogni fan dei Venom conosce a memoria.
Rimane il tempo per “Unholy Mother”, dove la band si apre a certe atmosfere più tetre che, senza rivoluzioni, recuperano la vena occulta di un tempo. Una scelta che, se avesse avuto più spazio, avrebbe dato al disco quell’attitudine malefica di cui i Venom sono stati creatori e protagonisti.
I Venom targati 2026, artefici di “Into Oblivion”, fanno quello che tutti si aspettano di ascoltare. Il nuovo lavoro gioca a carte scoperte riuscendo comunque a portarsi a casa la partita. Dopotutto non si può chiedere a Cronos e company di competere con i nuovi leoni della scena estrema. A loro basta uscire di tanto in tanto per fare un po’ di cagnara con la loro musica e rimarcare posto che gli spetta.
Quindi si potrebbe dire che alla fine i Venom hanno creato una scena che ha iniziato a correre più veloce di loro, ed alla quale con gli anni non sono più riusciti a stare dietro? Proviamo invece a vederla così: i Venom hanno semplicemente scavato un buco, ma altri lo hanno poi usato come fondamenta per costruire una solida struttura. E di questo bisogna rendergli atto.

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