Recensione: Journey Of A Rough Diamond

Di Diego Cafolla - 14 Settembre 2004 - 0:00
Journey Of A Rough Diamond
Band: Mind Key
Etichetta:
Genere:
Anno: 2004
Nazione:
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Nati da un’idea di Dario De Cicco (tastiere) e Emanuele Coltella (chitarre) nell’aprile del 1999, i Mind Key dichiarano a più riprese che le loro influenze sono da ricercarsi nel progressive “moderno” di Dream Theater, Symphony X, ma anche Shadow Gallery, Elegy e Royal Hunt, con, ciliegina sulla torta, una componente di hard rock melodico in stile Whitesnake e Europe. Fermo restando che poco o nulla si carpisce della parte meno metallica – se ogni band melodica dovesse rifarsi all’hard rock… – i nostri rappresentano perfettamente cosa c’è che non funziona nelle produzioni prog-metal di oggi.

Cominciamo col dire che la produzione è ottima, che i musicisti sono tutti tecnicamente molto preparati e che l’artwork è curato. A questo punto vi starete (giustamente) chiedendo cosa c’è che non va nel dischetto in questione. Innanzitutto una fastidiosissima tendenza a “fare il verso” ai Dream Theater, tendenza che a volte sfocia quasi nel “reprise” di alcune soluzioni della suddetta band, con la pulsione irrefrenabile da parte dell’ascoltatore di canticchiare ad esempio Voices o altri brani del combo americano mentre ascolta il disco della band partenopea, soprattutto in brani come la seconda “Love Remains The Same”, dove il riff distorto dopo la parte acustica sembra uscito direttamente da Awake. Non a caso le cose migliori vengono fuori quando la band prova ad evadere dalle stagnanti melodie a “Denominazione di Origine Theateriana”, come nel buon intervento “jazzistico” in “Deep Inside” o nella parte acustica finale della conclusiva “Waiting For The Answer”, forse uno dei picchi compositivi di questo Journey Of A Rough Diamond. Il singer Mark Basile manco a dirlo tende molto a rifare il verso all’ amato/odiato James LaBrie con la tendenza ad appiattire spesso l’interpretazione che a volte risulta forzata e priva di mordente nonostante sia in possesso di una discreta tecnica vocale (anche se a volte l’intonazione non è perfetta). I momenti migliori del disco sono rappresentati dalla già citata “Deep Inside” e dalla robusta “Lord Of The Flies”, dove si intravede qualche spiraglio di personalità. Come già detto la band si presenta tecnicamente preparata ma invece di fare tesoro degli insegnamenti delle band capostipite del movimento prog (rock e metal) per rendere personale la propria musica, si limita a riproporre un sound formalmente perfetto ma assolutamente anonimo, dove la tecnica strumentale non riesce a compensare una vena creativa del tutto derivativa (difetto assolutamente non trascurabile in ambito progressive metal). La band infatti non ha nessuna caratteristica distintiva in grado di farla emergere da tutta quella serie di gruppi simil-Dream Theater che si sono affacciate sul mercato discografico nell’ultima decade.

Allo stato attuale delle cose questo Journey Of A Rough Diamond è un disco superfluo, adatto solamente a chi si eccita al primo 5/4 sincopato, ai maniaci della tecnica (ma neanche troppo) e a chi non bastano i Dream Theater… poi, come il buon Franco Califano insegna, “tutto il resto è noia”.

Tracklist:

Secret Dream
Love Remains The Same
Deep Inside
Memory Calling
Lord Of The Flies
World Of Illusion
Without Rain
Waiting For The Answer

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