Recensione: Krushers Of The World

Di Paolo Fagioli D'Antona - 16 Gennaio 2026 - 12:00
Krushers Of The World
Band: Kreator
Etichetta: Nuclear Blast
Genere: Thrash 
Anno: 2026
Nazione:
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67

In questo 2026 i Kreator di Mille Petrozza si ergono sempre più trionfalmente verso uno status di vere e proprie leggende del thrash metal teutonico e non solo. A quarant’anni di distanza dal seminale Pleasure To Kill e a quattro dal precedente platter in studio, la band teutonica ci regala un nuovo album incendiario dal titolo Krushers Of The World (naturalmente con la K!).

Dopo aver toccato lidi di popolarità altisonanti (specialmente per una band del genere), grazie alla comparsa del leggendario Pleasure To Kill nella celebre serie TV tedesca di Netflix Dark, il libro Your Heaven, My Hell dello stesso vocalist e chitarrista della band e il film distribuito al cinema Hate & Hope, i Kreator sono pronti a regalarci l’ennesimo capitolo di una discografia infinita che dopo la parentesi non esaltante degli anni novanta (Coma Of Souls escluso), è riuscita a risorgere con album quali Violent Revolution del 2001, Enemy Of God del 2005 e Phantom Antichrist del 2012.

Va detto che a nostro giudizio da quel disco in poi la band a livello qualitativo è andata incontro ad una spirale discendente con il buon Gods Of Violence, il discreto penultimo lavoro e purtroppo la tendenza non cambia con questo nuovo Krushers Of The World. Il sedicesimo disco della band teutonica infatti, ci offre un sound simile al precedente disco con lo stesso tipo di “deviazioni sonore” presenti in esso, che sia il sound più sinfonico e grandioso di alcuni pezzi, o anche la collaborazione con l’ennesima voce femminile.

In generale il disco si presenta più asciutto, tirato, ed “in your face” rispetto al precedente lavoro, quasi a voler tributare un passato ormai remoto che i Kreator omaggiano sulla copertina del disco. Se ci fate caso infatti, l’artwork creato da Zbigniew Bielak, rinomato per il lavoro svolta per band quali i Ghost, resuscita quei trademark visivi che la band aveva adoperato ai tempi del classico Pleasure To Kill (nel font), o anche in Out Of The Dark… Into The Light (1988) e Coma Of Souls (1990). Sicuramente una varietà di Easter Eggs che i fan più devoti non potranno non apprezzare e allo stesso tempo un glorioso tributo ai fasti di questa band.

Il full-lenght parte con la bella e tirata Seven Serpents, che dopo una intro atmosferica ed una bella linea di chitarra melodica, esplode in una furia di riff classicamente Kreator per un pezzo che non fa prigionieri e che introduce il platter in maniera ottimale. Bello il pre-chorus dal cantato più melodico di Petrozza, per una canzone che live sicuramente farà faville e che presenta il disco in maniera ottimale. Interessante la sezione pseudo-gotica sul finale per un brano dove la band non inventa assolutamente nulla, ma ci restituisce una composizione più che piacevole.

Satanic Anarchy fa riemergere quello stile di titolo dal vibe satanista/anti-religioso con cui i Kreator hanno rimpinzato i loro album negli anni (Satan Is Real, Phantom Antichrist, Enemy Of God, Killer Of Jesus… e la lista prosegue), per un pezzo dal ritornello esageratamente smielato e melodico che appare onestamente molto forzato. Esso stride con dei riff belli d’impatto e carichi e il brano ha anche una sezione in cui il buon Petrozza esplode in una serie di parole vomitate a velocità altissima. C’è anche una sezione più “classic heavy metal oriented”, condita da alcuni assoli interessanti.

Krushers Of The World è ormai un mid-tempo fin troppo collaudato, sentito e già sentito nella discografia della band con dei riff cadenzati e monolitici ed un chorus che vuole essere una sorta di inno da cantare a squarciagola ma che non fa altro che ricordarci di momenti migliori scritti dalla stessa band in passato. C’è anche una sezione all’interno del pezzo con una voce in spoken word molto claustrofobica che ci conduce nel bel mezzo di una pellicola di Hollywood prima che un assolo prolungato ci accompagni verso il finale.

Transenpalasyt con le sue tastiere iniziali dal forte vibe gotico e crepuscolare ci introduce ad un brano che rappresenta un vero e proprio tributo da parte di Mille Petrozza a Dario Argento e al suo film Suspiria. Il brano vede lo stesso vocalist duettare con la vocal coach Britta Gortz (degli Hiraes) che con la sua voce in scream (piuttosto in stile Alissa White-Gluz come timbrica per fare un paragone), riesce ad offrire un connubio interessante alle vocals più melodiche del frontman dei Kreator. I riff sono granitici e dal vibe molto “artico” in certi punti, non mancano sezioni più galoppanti e nel mezzo della canzone ecco che riappare il mood gotico dettato dalle stesse tastiere che hanno aperto la canzone. I cori di questo pezzo sanno molto di occulto, mentre un grido forsennato di Petrozza ci conduce ad una sezione di assoli melodici e di gusto.

Con Barbarian torniamo ai pezzi più spaccaossa e tipicamente Kreator. Eppure proprio quando ascoltiamo la strofa di questa canzone non possiamo non avere una sensazione di “già sentito” che ci attanaglia le orecchie. Nonostante questo, il ritornello del brano è molto efficace e trascinante, rendendo questo pezzo alla fin fine un brano di più che piacevole fattura.  Interessante il break più groovy e cadenzato in mezzo alla composizione, per poi arrivare ad una serie di assoli davvero frenetici e caotici che poi si tramutano in uno stile solistico più “classic/heavy oriented” con venature neoclassiche. Super epico anche il finale con quel tocco di orchestrazioni che danno un che di molto atmosferico al pezzo.  Un brano decisamente buono nel complesso.

Blood Of Our Blood vorrebbe essere altrettanto violenta e vorace ma non riesce a bissare la qualità del pezzo precedente anche questa volta per colpa di alcune strofe che sono diventate ormai eccessivamente “standard” per la band, quasi come se il gruppo si fosse crogiolato nella sua confort zone. Eppure la vena melodica del pezzo specialmente nelle linee di chitarra fa la sua figura e anche gli assoli intrecciati sono ben scritti.

Combatants con i suoi suoni elettronici minimali iniziali spiazza, trasformandosi però ben presto in un mid-tempo carico di melodia abbastanza ordinario nel catalogo della band, nonostante la sezione in stile “marcia militare” al suo interno.

Deathscream riporta l’aggressività al centro del suono dei Kreator regalandoci però la sensazione di un pezzo che ha più le caratteristiche di un filler che di altro. Psychotic Imperator parte con delle atmosfere tra il distopico e l’epico, sorretto ancora una volta da delle orchestrazioni e sinfonie molto minimali e una linea di chitarra melodica molto nello stile di quella vista in Seven Serpents. Il pezzo diventa un massiccio tritacarne di riff e dal punto di vista chitarristico fa il suo, ma offre ben poco di interessante nelle sezioni cantate da Petrozza che suonano scialbe e senza mordente. Peccato perché il groove sferzante di alcuni riff ci hanno piacevolmente sorpreso, così come la sezione di assoli finali!

Loyal To The Grave come da tradizione in un disco della thrash metal band teutonica, vuole essere il pezzo più atmosferico e cinematico del lotto con dei cori spettrali che aprono il brano per una composizione che si dilunga in sezioni dal classico stile heavy metal, tra parti mid-tempo e vocals molto passionali da parti da parte del frontman Mille, per il pezzo sicuramente più melodico e “cantabile” del lotto, che si avvicina a territori sonori sicuramente più in linea col metal classico piuttosto che col thrash.

Insomma Krushers Of The World ci riporta dei Kreator che rimangono fedeli e conformi a quanto proposto negli ultimi dischi, asciugando un pochino il loro sound per renderlo più diretto e aggressivo, per una formazione che anche dal punto di vista visuale (a partire dalla splendida copertina pregna di easter eggs ispirati ai loro album più classici), sembra voler tributare il loro passato con un disco che però, per quanto ci riguarda, segue la parabola discendente intrapresa dalla band nel periodo post-Phantom Antichrist. Si ha spesso la sensazione infatti che la band si rifugi un po’ troppo spesso nella propria confort zone sonora con delle strutture talvolta accattivanti, ma spesso già sentite e che di certo hanno un impatto minore rispetto a molti altri brani scritti in passato. La carica sonora si sente che vorrebbe esserci e a tratti c’è anche, ma si inizia a sentire il peso di una band che ormai avanza con l’età e che non riesce più a regalare quella totale devastazione sonora di un tempo, nonostante l’ottima (ma forse meno incisiva) produzione di Jens Bogren. Un ascolto piacevole per i fan della band, ma nulla di più.

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