Recensione: La Mort

Di Alessandro Marrone - 11 Febbraio 2020 - 0:00
La Mort
Band: Wacht
Etichetta:
Genere: Black 
Anno:2019
Nazione:
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72

I Wacht non sono il gruppo che vi aspettereste, ma il frutto della forte necessità di mettere in musica le sensazioni provate da Steynsberg ed Evangelion. Ci riescono bene e lo fanno principalmente accompagnati esclusivamente da un pianoforte e qualche occasionale cameo di chitarre (acustiche). Ovvio ipotizzare che le atmosfere saranno cupe, ma al tempo stesso abbiamo un lato melodico capace di imprimere a ogni singolo brano quella sensazione di selvaggio che a discapito di quanto capiti di trovare nell’atmospheric o ambient black metal (giusto per fare due esempi) si tinge di un sapore più naturale, dove per naturale penso a flora e fauna della meravigliosa cornice delle Alpi – infatti i Wacht vengono dal cuore alpino della Svizzera. Giunti al quarto disco ufficiale, rappresentano la tipica boccata di aria fresca in un panorama ormai saturo da produzioni di ogni tipo. Ma attenzione, non fanno per tutti.

Una lenta camminata che cerca di farsi spazio nell’accecante nebbia di una gelida introduzione come Pers, l’anello mancante tra un’introduzione più canonica e un incipit che con il passare dei minuti assume sempre più le forme di un vero e proprio brano, una malinconica, lancinante eppur melodica nenia che crea l’atmosfera ideale per Plövgia Sainza Guots, dal canto suo maggiormente impregnata da una tessitura di melodie più ariose e che sembrano rivolgersi verso quell’unica ipotetica finestra su un mondo indefinito, fatto di possenti riverberi sorretti da quello strumento che più di ogni altro caratterizza il sound su La Mort, il pianoforte. Si torna su toni decisamente più cupi con Meis Ultim Let, ancora più concentrata nei giochi creati da echi e sovrapposizioni di voci, una parete eterea che non fa sentire la mancanza di ritmiche tradizionali, ma offre uno spaccato acustico ben più spettrale e sinistro di quanto un muro elettrico e una batteria zeppa di doppia cassa potrebbero fare.

A suo modo Istorgias sembra aprirsi, o meglio dire addolcirsi – perlomeno per quel che riguarda la calda ed espressiva voce di Evangelion – nonostante mantenga intatto il gusto per la forte malinconia che ci guida verso la successiva Engiadina Sur Tuot! – un brano triste e proprio per questo motivo intenso e capace di entrarti dentro come la fredda brezza del cuore delle Alpi svizzere, location ideale per ispirare un così forte desiderio di libertà. La title-track La Mort è quella che più di ogni altra sembra assumere le tinte più folkloristiche del duo engadino. Ha un suo senso all’interno del disco, ma spezza troppo e si dilunga sino a oltre 7 minuti. Giusto il tempo per voltare l’angolo e trovare la conclusiva La Fossa Sül Sunteri, una calma e quasi intorpidita chiusura che chiude il cerchio disegnato con i primi e più convincenti brani del disco.

La Mort non è un disco per tutti, ma non è nemmeno uno di quei lavori che vengono liquidati con il tipico “lo si ama, o lo si odia”. Ammesso che abbiate voglia o pazienza per proseguire nell’ascolto, saprà svelare un lato onirico capace di trasmettere la fredda umidità di una foresta abbandonata da qualsiasi essere vivente, un luogo che potrete fare vostro e assaporare realmente per come i Wacht lo hanno concepito. Un album introspettivo, non troppo impegnativo, ma che va assimilato senza barriere, non aspettandosi i tratti principali di un disco metal – non ce ne sono nemmeno un po’, sappiatelo. Approfittate della stagione giusta, attendete il calare della sera, magari con il sottofondo naturale della pioggia e sedetevi in qualche luogo isolato, lasciando che il vostro sguardo si perda nella natura più incontaminata e che il vostro udito si faccia trascinare dal criptico messaggio di La Mort. Ne resterete ammaliati.

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