Recensione: Live at Eden Project

Di Andrea Bacigalupo - 6 Giugno 2026 - 22:45
Live At Eden project
Band: The Who
Etichetta: EarMUSIC
Genere: Hard Rock 
Anno: 2026
Nazione:
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90

Cos’è l’Heavy Metal? Quando è nato? Chi lo ha inventato? Sono domande classiche, filosofiche quanto quella “E’ nato prima l’uovo o la gallina?” e che un po’ tutti ci siamo posti. Nel corso di oltre 55 anni in molti hanno provato a rispondere: esperti autorevoli ma anche figure mosse dai propri interessi, con il risultato di una crescente confusione che, ancora oggi, avvolge la storia del nostro genere musicale.

Proviamo anche noi a dire la nostra.

Cos’è l’Heavy Metal? È la frangia oscura dell’Hard Rock. È un antieroe, come Venom o Deadpool, diretto, scorbutico e disturbante quanto il gessetto che stride sulla lavagna, ma anche schietto e sincero. È un animale selvatico che si nutre di accordature ribassate opprimenti e sinistre, eppure dense di energia, che scava le sue tane nei meandri più bui della mente umana. Nel corso dei decenni si è frammentato in mille sottogeneri, diversi per sound o tematiche, ma tutti legati dallo stesso filo: l’Heavy Metal è come la materia oscura.

Quando è nato? Per cercare di dare ordine al caos gli storici fissano date certe, nel nostro caso quelle delle uscite discografiche. Il 13 febbraio 1970, giorno della pubblicazione di ‘Black Sabbath’, può essere considerato l’atto di nascita dell’Heavy Metal, anche se Tony Iommi e compagni all’epoca ancora non lo sapevano. Anzi, il loro sound veniva definito semplicemente “Dark Sound” e manteneva una forte radice blues, che poi si è via via estremizzata fino quasi a sparire. Non è che un giorno i Black Sabbath abbiano detto “Cosa facciamo oggi? Ma sì dai inventiamo l’Heavy Metal”. Molti artisti si erano già addentrati in territori oscuri e taglienti qualche anno prima: i Kinks con ‘You Really Got Me’ (1964), i Beatles con ‘Helter Skelter’ (1968), gli Steppenwolf con ‘Born To Be Wild’ (1968), i Blue Cheer con ‘Summertime Blues’ (1968) e poco dopo, i Led Zeppelin con ‘Communication Breakdown’ e ‘Whole Lotta Love’ (1969).

Non c’è dunque una singola data di nascita. L’Heavy Metal è il risultato di un processo lento, che ha spinto i musicisti a scurire l’Hard Rock e a dare voce a coloro che cercavano qualcosa di più profondo, viscerale e privo di compromessi.

E ora l’ultima domanda. CHI lo ha inventato? C’è già confusione su chi abbia dato via al gesto simbolo delle corna (poi tramutato nel segno universale “I Love You” della lingua dei segni), la cui paternità è contesa tra Gene Simmons dei Kiss, che voleva addirittura brevettarlo, i Coven e la nonna di Ronnie James Dio, figuriamoci se si può risalire ad un inventore per l’intero genere.

Il termine stesso ha una genesi frammentata. Viene fuori per la prima volta nel 1961 nel romanzo di fantascienza ‘The Soft Machine’ di William S. Burroughs, che descrive il personaggio di Uranian Willy come “The Heavy Metal Kid”. Poi arrivano gli Steppenwolf che lo infilano nella strofa di ‘Born To Be Wild’, colonna sonora del film ‘Easy Rider’. Nei primi anni ’70, infine, critici musicali come Lester Bangs cominciano a descrivere il suono di band come Black Sabbath e Blue Öyster Cult come “uno sferragliare di metallo pesante”, con modi dispregiativi.

Ma non c’è niente che rafforza di più del disprezzo e questo aggettivo è diventato presto il nome potente di un’identità non solo musicale.

Alla fin fine, l’Heavy Metal non lo ha inventato nessuno, ma è il risultato di una particolare esigenza di un’evoluzione culturale iniziata negli anni ’50 quando, in un’America conservatrice e bacchettona, alcuni ragazzi ribelli ed indisciplinati decisero di svegliare i propri coetanei a suon di Rock ‘N’ Roll. Un’evoluzione che, nel suo sviluppo, ha spinto gli artisti in varie direzioni alla ricerca di una libertà non solo materiale ma anche mentale: da una parte chi cercava sonorità articolate e sofisticate, dall’altra chi, invece, preferiva sfogare le proprie emozioni oscurandole e pestando duro.

Non la pensa così Pete Townshend, che ha affermato, in un’intervista del 2019, di aver inventato lui l’Heavy Metal con l’album ‘Live at Leeds’, dichiarazione peraltro confermata di recente da Roger Daltrey.

Lasciando perdere l’arroganza dell’affermazione, bisogna dire che i The Who, magari, l’Heavy Metal non lo hanno inventato, tuttavia sono stati tra le band più dure della cosiddetta British Invasion e possono essere considerati dei pionieri nella ricerca delle sonorità pesanti, nell’entrare nella parte scura della mente nonché nell’esercitare una precisa attitudine indomita e selvaggia.

Pete Townshend sfasciava le chitarre sul palco decenni prima di Cronos il suo basso, Keith Moon fu il primo batterista Rock ad usare la doppia cassa (all’epoca prerogativa del Jazz) abbattendosi sul suo strumento con la stessa foga di un martello demolitore e andando oltre il semplice concetto di “tenere il tempo” e John Entwistle, con la sua tuta da scheletro, anticipò di anni la teatralità macabra del Black Metal.

Brani come ‘Summertimes Blues’, ‘Baba O’Riley’, ‘My Wife’, ‘Young Man Blues’, citandone qualcuno a memoria, sono pesanti e duri come l’uranio impoverito, dei veri macigni. Con i concept di ‘Tommy’ (1969) e ‘Quadrophenia’ (1973) la band ha esplorato i lati più oscuri e dolorosi della mente umana coma la dissociazione, l’isolamento sensoriale (Tommy) ed il disturbo della personalità (Jimmy). Insomma, se i The Who l’Heavy Metal non l’anno inventato si posizionano indiscutibilmente alla base delle sue radici.

Oggi i due superstiti, Pete Townshend e Roger Daltrey, rispettivamente di 81 e 82 anni, portano ancora il nome The Who in giro per i palchi. Una forza indomita di quella generazione inossidabile che rifiuta di sedersi (tra l’altro, in questo periodo, anche i coetanei Rolling Stones, Paul McCartney e Ringo Star stanno producendo nuova musica). Accidenti, questi giganti possono essere “bisnonni” eppure continuano a suonare dal vivo: “Mamma, perché il bisnonno non viene alla festa del mio compleanno? Perché il Papà di tua nonna è da qualche parte nel mondo a roteare quel belin di microfono cantando ‘My generation’ come fa ormai da 61 anni”.

Nel loro girare per i palchi a luglio del 2023 i The Who hanno tenuto un concerto, facendosi accompagnare dalla Heart of England Philharmonic Orchestra (tra le più prestigiose al mondo e già abituata a lavorare in ambito Rock con gente come Pink Floyd e Led Zeppelin), presso l’Eden Project, parco ecologico e complesso turistico in Cornovaglia ricavato all’interno di una ex cava di caolinite e dotato di enormi cupole geodetiche trasparenti dove si ricreano i biomi della foresta pluviale e del Mediterraneo.

La particolarità della location, che ha consentito una maggiore iterazione tra band e pubblico, ed il valore aggiunto dell’orchestra sinfonica hanno reso l’evento speciale, questo è stato immortalato nel “Live At Eden Project“, album reso disponibile dal 29 maggio 2026 tramite EarMUSIC nei formati CD e in vinile in vari formati.

Che dire, in due ore e passa, con ben 24 canzoni, Roger Daltrey, Pete Townshend, la band e l’orchestra sinfonica ripercorrono la carriera dei The Who saltando pochissime parti (parlando di album, non hanno inserito nulla da ‘A Quick One’ del 1966, ‘The Who Sell Out’ del 1967, ‘The Who By Number’ del 1975 e dagli ultimi 2 ‘Endless Wire’ del 2006 e ‘Who’ del 2019) creando momenti dalle forti emozioni.

La scaletta è divisa in tre parti. La prima è dedicata essenzialmente a ‘Tommy’, l’Opera Rock ineguagliata e, probabilmente, ineguagliabile (che è anche un disco ed un film), la storia di un ragazzo, Tommy Walker, che subisce un trauma tale da renderlo cieco, sordo e muto e che, a causa di questo, diventa una vittima indifesa di abusi fino al giorno in cui, scaraventato dalla mamma contro uno specchio, guarisce e diventa una sorta di messia i cui discepoli, però, gli si rivoltano contro (nella realtà la storia è molto più complessa, ma non è questa la sede adatta).

I The Who ne sviluppano un riassunto attraverso 7 brani rappresentativi, partendo da ‘Overture’, che apre il concerto e chiudendo la sezione con ‘We’re Not Gonna Take It’. L’amalgama “orchestra sinfonica – musicisti Rock” crea un muro del suono indissolubile, (è inutile dire che è tutto suonato benissimo), l’impatto emotivo va alle stelle e si perdona a Roger Daltrey la rottura della sua voce quando va troppo in alto (e ci manca …). ‘We’re Not Gonna Take It’ è l’esplosione finale, da lacrime agli occhi, con il grido d’aiuto “See me, feel me, touch me, heal me” di una potenza stordente e la dirompenza della parte finale “Listening to you, I get the music / Gazing at you, I get the heat” (per chi non ci crede, vada a vedere il filmato di Woodstock). La prima parte si chiude con un’avvincente versione di ‘Who Are You’ e poi con ‘Eminence Front’ (da ‘It’s Hard’ del 1982), dopodiché l’orchestra si riposa e si passa alla seconda sezione.

Qui l’eterna anima rock viene fuori tutta, magari con toni meno selvaggi e meno distorsione di un tempo e più guidata dalla consapevolezza che non dall’istinto, ma la fiamma ribelle è sempre presente in questi “diversamente giovani”. A parte ‘You Better You Bet’, energico brano Hard Rock tratto da ‘Faces Dances’ del 1981 (primo album registrato senza Keith Moon, morto tragicamente il 7 settembre 1978), la carrellata spazia tra i primi pezzi della band, pubblicati tra il 1964 ed il 1965, alcuni rimasti singoli e inseriti più tardi in alcune raccolte (tra cui l’importante ‘The Kids Are Alright’ del 1979, che è anche un film documentario assolutamente da non perdere se si vuole conoscere la straordinaria potenza di fuoco dei The Who).

L’energia cinetica trasmessa da ‘Substitute’, ‘I Can’t Explain’ e l’inno ‘My Generation’, giusto per citare qualche pezzo della sezione, è contagiosa. Se i The Who sono stati tra i principali artefici della British Invasion c’è un motivo e questa parte del concerto lo spiega benissimo.

La seconda sezione va a chiudersi con un brano ancora tratto da ‘It’s Hard’ (‘Cry If You Want’) e con due da ‘Who’s Next’ del 1971: la dirompente ‘Won’t Get Fooled Again’, con il suo urlo di rabbia verso una classe sociale dittatrice ed il suo Synth ipnotico e travolgente e poi con l’emozionante ‘Behind Blue Eyes’: “No one knows what it’s like/To be the bad man/To be the sad man/Behind blue eyes”, il cattivo che non vorrebbe esserlo … molto Heavy Metal come testo.

La terza ed ultima parte dello show è dedicata a ‘Quadrophenia’, altro capolavoro indiscusso della band che racconta la storia del giovane Mod Jimmy, ragazzo affetto da un forte disturbo della personalità che la porta a dissociarla in 4 parti (ognuna rappresentata da un membro dei The Who). C’è poco da dire, l’articolazione delle canzoni, la loro emotività, il calore aggiunto dalla Heart of England Philharmonic Orchestra portano il concerto a livelli altissimi.

Chiude con il botto finale ‘Baba O’Riley’, una versione meno Metal di tante altre ascoltate ma comunque molto emozionante, con un assolo di violino talmente rovente che rischia di incendiare l’Eden Project, causando danni incalcolabili ad anni di lavoro per la preservazione dell’ambiente.

Insomma, concludendo, ‘Live At Eden project’ è un album che non solo piace, ma emoziona parecchio attraverso l’esecuzione di brani divenuti senza tempo, capaci di uscire fuori da ogni categoria. Hard Rock, Rock ‘N’ Roll, Heavy Metal, chiamatela come volete, questa è, a tutti gli effetti, solo buona musica.

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