Recensione: Master of Puppets

Di Abbadon - 25 Novembre 2002 - 0:00
Master of Puppets
Band: Metallica
Etichetta:
Genere:
Anno: 1986
Nazione:
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100

Correva l’anno 1986, e il mondo musicale stava vivendo il periodo d’oro della musica Metal, dopo che questa era letteralmente esplosa sul panorama rock qualche anno prima. In particolare il genere chiamato Thrash, ovvero un tipo di metal diretto a dir poco, spesso rozzo, veloce,
tritacarne e di grandissima efficacia per quanto riguarda emozioni e “cattiveria” trasmesse, era all’apice (grazie al vivaio teutonico e a quello della famosa Bay Area di San Francisco, sempre generosa in fatto di gruppi), soprattutto grazie alle band che avevano creato e dato lustro al thrash stesso, sconvolgendo spesso gli addetti ai lavori. Basti citare i nomi di Slayer, Sodom, Exodus, Megadeth, Kreator, che con la loro violenza vennero considerati il primo genere di musica estrema.

Oltre a questi gruppi la categoria thrash comprendeva anche i Metallica, dei prodotti proprio della bay area, che avevano conquistato grazie alla loro musica prima rozza (Kill’em All), poi più melodica ma sempre molto diretta (Ride the Lightning) una grande fetta di Fans, che li pose subito sul trono del Metal in concomitanza con Iron Maiden e pochi altri.

Torniamo al 1986. Dicevo il thrash, già affermato vive il suo massimo momento con l’uscita di due album, che vengono tutt’ora considerati forse i due migliori di sempre del genere, ovvero Reign in Blood degli Slayer e sopratutto Master of Puppets dei Metallica.
Come descrivere Master of Puppets? Beh immenso e dir poco, tecnicamente come è fatto? La band di Ulrich, Burton, Hetfield e Hammet
proseguì il lavoro già iniziato con Ride the Lightning (e che poi sarà ampliato quasi a dismisura con l’uscita di “And justice for All” ovvero pezzi un po meno diretti ma molto più complessi strumentalmente), pubblicato due anni prima, ovvero quello di un sonoro che non fosse solo rozzo, ma presentasse una melodia di fondo, tuttavia non trascurando e anzi accentuando il ritmo, cercando di trasmettere cattiveria, decisione e altre emozioni di questo tipo all’ascoltatore. La tecnica, già miglioratissima da Kill a Ride, viene affinatra ulteriormente, i riff sono forse meno pesanti rispetto al passato ma eccellenti, veloci e senza sbavature.
I quattro strumenti sono ben definiti e si sentono tutti abbastanza bene, con Cliff che fa davvero la differenza al basso, quasi alle sue ultime note prima del maledetto incidente, James che detta il ritmo alla grande con la chitarra e la voce che risulta sempre veloce ma comunque chiara nella comprensione, seppur lievemente differente rispetto al passato a mio avviso, Hammet che regala assoli indimenticabili alla chitarra elettrica e Lars che picchia le pelli ad ottimo livello, non da più grande di sempre (quale lui
non è mai stato nel ruolo), ma comunque da ottimo batterista, dando personalità al gruppo.

Master of Puppets si distingue anche per la qualità media delle canzoni che la compongono, infatti stiamo parlando di 8 capolavori, dei quali ciascuno potrebbe entrare in una top ten di preferenze di un metallaro, a seconda dei gusti. Passiamo dunque a elencare e descrivere brevemente gli otto pezzi
in questione. L’album si apre con una dolce (dolce ?!? facciamo pacata) melodia di chitarra, che nulla lascia a presagire quello che sarà il primo pezzo, ovvero “Battery”, una track che definire dinamica è dir poco, una sequenza di potenza allo stato puro, veloce, cattiva, frenetica, eppure perfetta nei suoi passaggi, dalle strofe all’assolo, che rimangono indelebili e fa venire voglia di riascoltarli piuttosto che passare alla canzone successiva. Beh a mio avviso meglio passare alla canzone successiva, non per altro ma perchè trattasi per il sottoscritto della miglior song (come media qualitativa dei fattori analizzati intendo) che in vent’anni di carriera abbiano mai prodotto James e soci, ovvero la terrificante title Track, “Master of Puppets”.
Ogni descrizione sarebbe inutile, bisognerebbe solo sentire il pezzo più e più volte, tuttavia ci provo. Beh Master of puppets racchiude in se la potenza, una perfetta tecnica strumentale (già dalle scale iniziali della track si potrebbe intuire a cosa si va incontro), l’originalità della song in sè, ma soprattutto una varietà nella canzone stessa, che alterna pezzi proprio cattivi ad un incredibile assolo che tutto è tranne che cattivo, bensì tranquillo, melodico, dolce, per poi sfociare ancora in tutt’altro assolo e seguenti riff… Beh che dire… se chiedete a un metallaro una canzone dei Metallica penso che la prima risposta sia o Fade to Black, o Master of Puppets e poche altre, tanto per intenderci. Proseguiamo oltre e si apre la horrorifica “The Thing that should not be”, la cosa che non dovrebbe essere, pezzo dedicato come il predecessore “Call of Khtulu” al mondo horror del Maestro Lovercraft. Il Ritmo è molto inferiore rispetto alle prime due canzoni, ma più cupo, sonoro, pesante, giustamente visto che a cosa si ispira la canzone. In questo pezzo si sente in maniera particolare il basso di Cliff, che fa davvero un’ottimo lavoro (come sempre verrebbe da dire) e che guida perfettamente questa cavalcata al mondo malato del signor H.P.L (già la prima frase “Messanger of fear in sight, Dark deception kills the light” la fa capire tutta) e fa di questa “cosa che non dobrebbe essere” forse il pezzo più singolare e cupo dell’album.  Il lato A della cassetta si chiude con la Favolosa “Welcome Home (Sanitarium)”, stupenda in musica e anche in psicologia in quanto tratta di cosa si prova ad essere chiusi in un manicomio, riuscendoci alla perfezione con note e parole. Stavolta non sono degno di descrivere le emozioni che suscita la canzone… tristezza, sconforto, lacrime…. EMOZIONI, quindi andatevela subito a sentire in caso non lo abbiate mai fatto.

Apro il mio bravo Walkman, giro la cassetta e pigio play. Dopo pochi secondi inizia una musica ritmata, cattiva, ma diversa dalle precedenti, che sembra quasi rievocare i campi di battaglia dell’età moderna. E questi sono infatti i principali ingredienti di “Disposable Heroes” che mette in evidenza con una dose di potenza non indifferente, al fatto che in fondo la guerra
e la violenza poco ottengono, se non la perdita di migliaia di vite e amici. Sinceramente non muoio dietro a questo pezzo, tuttavia devo riconoscere che è fatto davvero molto bene e sopratutto mi piace come lo canta James, con la giusta dose di cattiveria, tanta. Inoltre è molto più che pregevole l’assolo del buon kirk, forse alla sua massima espressione, come i suoi compagni del resto. Sesta canzone, ma senza dubbio tra le migliore 3-4 del disco, ecco l’oscura Leper Messiah, presenza fissa come battery, sanitarium, master e battery nei numerosi gig dei Metallica. Il pezzo è abbastanza lento ma davvero sontuoso e autoritario al mio ascoltare, e con una lirica davvero singolare e con qualche doppio senso che ancora devo afferrare. Comunque, come tutte le altre canzoni già descritte, solo questa varrebbe il prezzo dell’album (e non e poco purtroppo attualmente). Nota : per me ci sta il più bell’assolo dell’album, seppure sicuramente non sia il migliore tecnicamente. Siamo quasi al rush finale quando Cliff va davvero al lavoro, iniziando a fare dei giri di basso che solo quelli sono una garanzia, lenti, decisi, in una sola parola ESALTANTI nella loro non particolare difficoltà, ma davvero esaltanti. Ulrich dopo un po lo segue picchiando i piatti, e James attacca a suonare pure lui seguito da Kirk. E bisogna stare in silenzio perchè è partita la strumentale “Orion”, una delle “poche altre” che intendevo qualche riga sopra dicendo quali sono le canzoni preferite dai fans dei Metallica.
E Orion è davvero devastante, non tanto in violenza quanto in emozione trasmessa, si nota tutta la tecnica della band di San Francisco,
soprattutto del buon bassista, che qui fa davvero la differenza come in poche altre occasioni (in fondo questa è la SUA canzone per eccellenza insieme a “To Live is to Die” che verrà con l’album seguente). Il tema musicale/ritmico della canzone non è lineare, anzi diciamo che si può scomporre in tre parti ben distinte, la prima più aggressiva, con basso pompato al massimo, la seconda più melodica e con predominanza della chitarra di Hammet che fa davvero un lavoro egregio, e la terza che è quasi un ritorno alla prima ma dove ancora Kirk la fa un po da padrone con un delizioso assolo veloce con gli altri tre che comunque gli fanno dietro tutt’altro che male… decisamente no. Questa canzone è stata tra l’altro molto poco riproposta nei tour nonostante la sua bellezza, credo proprio come tributo verso Cliff, visto che è la SUA canzone, e ingrandendo il suo ormai mito musicale che e uguale a quello di poche altri singoli.
Ora siamo davvero in dirittura d’arrivo ma manca ancora l’ultimo pezzo, il più potente strumentalmente parlando in assoluto di questo Master of Puppets, ovvero “Damage Inc”, ma che  onestamente trovo un gradino sotto a tutti gli altri, non so perchè. Il pezzo e velocissimo, cantato abbastanza bene, ma mi lascia come una sensazione di vuoto dentro
che non riesco a capire… come la sensazione che manchi qualcosa. Comunque a chi piace la musica di una certa violenza sonora, qui dorme tra due guanciali. Beh finisce la cassetta e vorrei tornare da capo a sentirla, ma prima mi tocca dare il voto all’album. Qui e veramente facile, gli do il massimo consentito, in quanto come citato all’inizio, Master of Puppets è di fatto con Reign in Blood un disco che ha cambiato la storia del genere in senso assoluto, quindi non limitandosi solo al thrash, uno dei migliori album di sempre.
Mi spiace solo di non potergli dare ancora di più.

1) Battery
2) Master of Puppets
3) The Thing that should not be
4) Welcome Home (Sanitarium)
5) Disposable Heroes
6) Leper Messiah
7) Orion
8) Damage Inc.

Riccardo “Abbadon” Mezzera.

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