Recensione: Metal City

Di Marco Tripodi - 22 Settembre 2020 - 8:00
Metal City
Band: Raven
Etichetta: SPV / Steamhammer
Genere: Heavy 
Anno: 2020
Nazione:
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73

I fratelli Gallagher – quelli bravi… come si legge spesso online – hanno 60 (Mark) e 62 anni (John), tanto per dare l’idea, un parametro, un punto di partenza per come dobbiamo considerare una prova così “atletica” nell’anno di (dis)grazia 2020. Non un sostantivo usato a caso, poiché proprio per i Raven fu coniata la definizione di Athletic Rock quando, a partire dal 1981 ed in piena NWOBHM, i furetti di Newcastle (stessa patria dei Venom) iniziarono ad inondare gli impianti hi-fi del pianeta con perle saettanti ed infuocate come “Rock Until You Drop” (’81), “Wiped Out” (’82), “All For One” (’83), etc. Quarant’anni dopo i Gallagher non mollano nemmeno di un centimetro e, reclutato Mike Heller alle pelli al posto dello storico Joe Hasselvander, tornano alla carica con un album che è un manifesto delle intenzioni, tanto nel titolo (“Metal City“) quanto nell’artwork fumettoso e arrembante. L’incipit è affidato ad una doppietta al fulmicotone, “The Power” e “Top Of The Mountain“, che certo non lascia adito a dubbi di sorta, non solo i Raven sono sempre loro, autentici e fedeli alla linea al 100% ma, tornando a considerare per un attimo la carta d’identità dei nostri vecchietti inglesi, si dimostrano encomiabili e stupefacenti nella loro intenzione di far mangiare le polveri ai tanti ragazzotti delle band NWOTHM in circolazione che si aggrappano al metal anni ’80 come magneti al frigorifero. Si tratta di due pregevolissime canzoni (soprattutto “Power“), nelle quali si evidenzia anche la tracotante personalità di Heller. Il drummer, classe ’82, infila addirittura dei blast beats nelle trame dei Gallagher, e se questo inizialmente sorprende, alla lunga fa un po’ storcere il naso, perché ad esempio nella successiva “Human Race” non ce ne sarebbe alcun bisogno, tanto che il martellio indiavolato finisce col risultare un po’ un “vulgar display of power” che a mio modesto giudizio, anziché elevare a potenza la canzone, la schiaccia. D’altra canto è pur vero che la frenesia, l’urgenza febbricitante, la foga, sono dei veri e propri marchi di fabbrica del Raven sound da sempre, e quindi molto probabilmente in pochi riterranno di troppo o fuori posto le sfuriate di Heller.

 

La title track poggia su un riff che più ruffiano e retrò non si potrebbe, un altro timbro indelebile sul passaporto dei Raven, una composizione che porta marchiate a fuoco su di sé le coordinate spaziotempo: Albione e gli anni ’80. Ad impreziosire poi c’è sempre da tener di conto di qualche bell’assolo. “Battlescarred” scende un filo di tono, non per grinta ed energia (quelle sono a pallettoni per tutta la durata dell’album) ma per qualità del songwriting. Un pezzo carino ma non fenomenale. “Cybertron” è nuovamente caffeina allo stato puro, nervosismo, iper attività ed energia cinetica, quasi un pezzo da far invidia a Jeff Waters ed ai suoi Annihilator sempre più spompati. “Motorheadin’” non necessita di alcun tipo di spiegazione o contestualizzazione, ci siamo capiti, l’unica cosa certa è che alla fine dei suoi affilatissimi 2 minuti e 42 secondi avrete il fiatone. “Not So Easy” rallenta necessariamente i battiti (ma neanche più di tanto), mantenendo l’approccio vivace e scoppiettante, con un leggero flavour hard rock. “Break” è una nuova piccola flessione, come per “Battlescarred“, fondamentalmente un chorus rutilante e scimmiesco attorno al quale i Raven hanno costruito tutta la canzone. Buono però l’assolo. Si chiudono le danze con “When Worlds Collide“, la traccia con il minutaggio più esteso (mediamente doppio di tutte le altre, ovvero oltre i 6 minuti). E qui i Raven si prendono il tempo per strutturare la composizione in modo più articolato e meno schizzato del solito, anche se complessivamente non ne viene fuori una song memorabile. Per essere l’album numero 14 di una carriera tra il buono e l’eccellente, spalmata su quattro decadi e con le menti pensanti della band sempre saldamente in sella, non c’è di che lamentarsi, i Raven sono la dimostrazione che tenacia e caparbietà pagano se associate al talento. Un ritorno assolutamente gradevole, l’ennesimo, visto che gli altri due album precedentemente rilasciati negli anni 2000 (“Walk Through Fire“, “ExtermiNation“) sono stati all’insegna del “poco ma buono”. Guardando alla statistica, ora se ne dovrebbe riparlare nel 2025, quando i Gallagher aggiungeranno un altro lustro ai propri reumatismi, speriamo magari che i tempi si possano accorciare e, nel frattempo, chi può se li goda on stage.


Marco Tripodi

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