Recensione: Metalmorphosis
Quando, nel 2003, uscì il primo, omonimo, disco dei Masterplan pensai che ormai era fatta: il metal si era messo definitivamente alle spalla quella traversata del deserto che erano stati gli anni Novanta. La rinascita del metallo era cominciata con dischi fondamentali (e classicamente metal, appunto) come Land of the Free dei Gamma Ray (1995) e Glory to the Brave degli Hammerfall (1997): Masterplan, il primo prodotto dell’allora nuova band di Roland Grapow, appena uscito dagli Helloween, suggellava l’immortalità del nostro genere preferito, da lì in poi destinato all’eternità, pur per sempre lontano dai fasti qualitativi e commerciali degli anni Ottanta.
Masterplan era un gioiello di heavy-power, impreziosito dalla batteria di Uli Kusch e, soprattutto, dalla voce di Jørn Lande, che probabilmente trovò nella band tedesca la migliore valorizzazione delle proprie immense doti.
Il solido Aeronautics (2005), l’ottimo MK II (2007), con alla voce un ispirato Mike DiMeo e alla batteria lo strabordante Mike Terrana, e il buon Time to be King (2010), che vide il ritorno di Lande, consolidarono il nome dei Masterplan ai vertici della scena. Infine, l’avvento di Rick Altzi al microfono in Novum Initium (2013) segnò l’apparente conclusione della discografia dei Masterplan, in quanto l’evitabile PumpKings del 2017 non era altro che una raccolta di brani degli Helloween scritti da Grapow e risuonati per l’occasione.
Insomma, temevamo di aver perso per strada i Masterplan. E, invece, grazie alla Frontiers, ecco che ci ritroviamo per le mani questo nuovissimo Metalmorphosis: e, cari miei, è un gran godimento. Non solo la vena compositiva di Grapow non si è esaurita, ma la sua penna è ancora ispiratissima e capace di scrivere linee melodiche semplici, straordinariamente epiche e, in una parola, fieramente metalliche. Il recensore, che si affanna a trovare minuti di esaltazione nei più recenti prodotti della scena, respira aria fresca in Metalmorphosis, ritrovando in esso l’heavy metal declinato nella sua più pura variante. Splendida sensazione.
Il disco non ha cali e, anzi, regala una notevole varietà di suoni, atmosfere, arrangiamenti e melodie che è il risultato dell’annosa esperienza della band ed è un piacere continuo per il fortunato ascoltatore.
Chase The Light mette subito le cose in chiaro (in chiarissimo): bella dritta, doppia cassa, muro di suono, apertura melodica, ritornello da urlare e saltare sotto il palco. Magistrale.
Rick Altzi gioca un po’ a fare Jørn Lande, ma, per nostra fotuna, se lo può permettere: la sua personalità arricchisce una Electric Nights che, altrimenti, sarebbe certamente meno ficcante.
Shadow Man rallenta la velocità e aumenta il groove, creando un’atmosfera epicamente drammatica, che Altzi interpreta ottimamente.
Bound To Fall è sorretta da una base ritmica pienissima che dà sostanza a una melodia da corna levate al cielo. Pain Of Yesterday è un mid-tempo orientaleggiante che non è facile potersi permettere: i Masterplan possono.
Quindi, ecco la title-track Metalmorphosis, un piccolo Bignami dell’heavy metal nella sua versione più conservatrice e, quasi paradossalmente, contemporanea: cinque minuti di lezione di fondamenti di metallo a cui assistere facendo headbanging. Che pezzo questa Metalmorphosis: canonica, ma fresca, melodica, ma aggressiva, articolata, ma semplice.
Through The Storm è puro power metal fatto (molto) bene, mentre Ghostlight è un altro bel mid-tempo cadenzato che fa un po’ il paio con Shadow Man.
The Call è una piccola opera: scelta come singolo, con i suoi otto minuti abbondanti sfida lo skip annoiato della Rete. Il pezzo, prevedibimente, alterna diverse atmosfere e scaturisce in un bel ritornello, nel complesso ricordando (un po’ troppo) gli Avantasia.
Infine, il disco si conclude con la album version del singolo Rise Again, uscito nel 2024, che non aggiunge molto a quanto già noto.
Metalmorphosis è un eccellente disco, che dimostra ancora una volta la vitalità dell’heavy metal, grazie alla dedizione di musicisti di grande qualità come sono i Masterplan. Certo, non si tratta di nuove armi all’esercito del metallo, se pensiamo che il 66enne Roland Grapow, che per i più vecchi tra noi resterà per sempre “il nuovo chitarrista degli Helloween”, entrò nella scena che conta all’altezza del 1991 (anno di uscita di Pink Bubbles Go Ape), ma coi Rampage pubblicò un paio di dischi all’inizio degli anni Ottanta. Al netto di questo, in Metalmorphosis i Masterplan suonano freschissimi ed è un piacere per l’incanutito metallaro celebrare il loro ritorno e aspettarli con ansia sotto qualche palco. Eterni.


