Recensione: Naiv

Di Tiziano Marasco - 11 Febbraio 2020 - 5:29
Naiv
78

“Geometria”, uscito due anni fa, era stato un punto di arrivo e di svolta al tempo stesso per i Thy Catafalque, progetto governato dalle sapienti mani di Tamás Kátai da Seghedino (Szeged). Non era difficile notarlo, o meglio, presumerlo. L’attività della band in effetti, negli ultimi anni si è fatta assai intensa. Facciamo un rapido rewind. Tra “Réngeteg”, vertice artistico del catafalco, e il successivo “Sgùrr” sono trascorsi quattro anni. Sgùrr è uscito cinque anni fa eppure dopo di lui Kátai ha dato alle stampe altri tre dischi.

Per dirla meglio “Sgùrr“, “Meta” e “Geometria” sono usciti nell’arco di 30 mesi, due anni e mezzo. Numeri alti per i giorni nostri, numeri alti per uno che ha sempre centellinato le uscite e non ha mai lesinato alle voci originalità e sperimentazione. Questi tre album in effetti possono essere visti come una sorta di triade. Il primo esaltava il lato follemente sperimentale, il secondo quello furiosamente black e il terzo li sintetizzava, virando però maggiormente verso l’elettronica, le voci pulite la melodia, anche un po’ pop.

Ora, con l’uscita di “Naiv”, siamo in grado di capire che quanto ascoltato due anni or sono era al tempo stesso un punto d’arrivo e di partenza. “Naiv” riparte e supera quello che avevamo già sentito in “Geometria”.

In soldoni: canzoni semplici, più brevi; melodie facili; più clean. growl quasi assente.

Certo, bisogna dire che “A bolyongás ideje” apre il disco in maniera spiazzante e ci propone i riff più classicamente black e furiosi mai datici dai Thy Catafalque nell’ultimo decennio, salvo poi inserire line vocali femminili malinconiche e compassate che creano un curioso effetto di contrasto. Inizio spiazzante, seguito più nella norma. Ma neanche troppo. La successiva “Tsitsushka” parte riprendendo certe melodie da musica elettropop anni 80 e prosegue inserendo dosi, non troppo massicce, di chitarroni metal, fiati, strumenti vari, in una cavalcata sostenuta e martellante.

Segue poi il brano di lancio dell’album, “Embersólyom” (che in ungherese significa “dove avrebbero potuto arrivare gli Eluveitie se avessero saputo che farsene di Anna Murphy“). E qui forse iniziano ad allungarsi delle tenui ombre. “Embersólyom” è in effetti un gran bel pezzo ma, detta senza mezzi termini, è un pezzo un po’ troppo normale per quello cui Kátai ci ha abituati. Non si scappa, questo è un singolone, una canzone classica che mischia linee musicali di black tagliente a quelle vocali folk magiare. Certo, questa è sempre stata la caratteristica del mix sonoro del Catafalco ma in effetti qui pare proprio che ci sia, per la prima volta, più forma che genio, più mestiere che sperimentazione.

Rimanendo in tema di singoloni, il discorso lo potremmo rifare pari pari con “Napút” (che, a scanso d’equivoci, è forse ancora migliore di “Embersólyom”, e non solo perché gli Eluveitie non vengono in mente). Meglio ancora, sempre restando ai singoloni, la conclusiva “Szélvész”, che da spazio a una timida comparsata di black, fa uso di voce maschile e più massiccia elettronica.

Certo, non mi pare che in un album dei Thy Catafalque ci siano mai stati tre “singoli” per struttura e durata. E questo è un segnale evidente del desiderio di semplificazione del magiaro – a scanso di equivoci, i tentativi di commercializzazione possono essere scartati senza tema di smentite, il disco è facile, ma probabilmente solo per chi è abituato al sound della band.

“A valóság kazamatái” lascia spazio ad una breve comparsata di screaming vocals. “Kék madár” è poi un altro brano strumentale (dura sei minuti e potremmo dire che è lungo, se la band fosse un’altra), malinconico e ben costruito, ma ancora una volta la sensazione è che qui ci sia più mestiere che passione. “Vető” è infine la composizione lunga e complessa (ma in realtà dura solo 8 minuti). “Vető” ci ridona il catafalco più sperimentatore, quello in cui tutte le varie anime convivono assieme – sempre giustapposte e mai fuse. Questo è a tutti gli effetti l’unico pezzo effettivamente complesso dei dodici in scaletta.

Fermo restando che “Naiv” è un ottimo disco, una volta ascoltatolo diverse volte ci si trova a percepire dell’amaro che affiora in bocca.

Scardinati gli elementi più sperimentali ed eliminate le composizioni che sforano i dieci minuti – due scelte che ovviamente favoriscono l’ascolto – pare che il Thy-Catafalque-sound complessivo abbia perso un po’ della sua profondissima anima. O se preferite della sua debordante sbruffonaggine elitista tipicamente ungherese. “Naiv” è sicuramente il disco da consigliare a mani basse ai neofiti, che partiranno con questo grazioso antipasto per essere successivamente sparati, senza neppur troppa creanza, sulle montagne russe di “Réngeteg“. Noi che seguiamo il signor Kátai da diversi anni invece, seppur non possiamo ritenerci insoddisfatti, anzi, siamo lontanissimi dal pensarlo. Tuttavia l’idea che in “Naiv” il mestiere prevalga sul genio c’è e non se ne vuole andare. Tra tutti i dischi che l’ungherese ci ha regalato, questo è paradossalmente il meno naïf di tutti.

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