Recensione: New Religion

Di Fabio Vellata - 20 Marzo 2010 - 0:00
New Religion
Band: Crazy Lixx
Etichetta:
Genere:
Anno: 2010
Nazione:
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80

Tra i tanti nomi nuovi comparsi sul palcoscenico rock internazionale in questi ultimi anni, quello dei Crazy Lixx merita decisamente particolare attenzione e riguardo.

Propostisi al pubblico nel corso del 2007 con un discreto album di puro e gasatissimo glam rock stradaiolo, intitolato “Loud Minority”, il gruppo capeggiato dal folletto Danny Rexon ha, infatti, lasciato intendere sin dall’immediato qualche numero notevole, buone potenzialità e soprattutto, una voglia incontenibile di suonare alla vecchia maniera, infischiandosene con assoluta insolenza di chiunque li avesse tacciati di apparire “antiquati”, nonostante la giovanissima età anagrafica.

Certo, scopiazzare le ricette consolidate di un genere “classico” come il rock losangelino, è affare all’apparenza banale e di facile esecuzione. Alla portata, grosso modo, di chiunque sappia tenere in mano una chitarra elettrica in maniera decorosa ed impostare qualche ritmica accelerata e scapocciante.
Darne una resa tale da riuscire a convincere parecchi appassionati, nonostante l’inesperienza e la totale mancanza di spunti propri, è invece un passo oltre, un elemento concreto di superiorità in un universo di cloni, un germoglio di robustezza artistica che, se annaffiato adeguatamente, può portare in altri tempi e con altro supporto, a qualche conseguenza persino inattesa.

Ed è proprio ciò che, alla luce di quanto ascoltato sul nuovissimo “New Religion”, pare essere accaduto alla combriccola di Malmö, approdata presso l’ormai tentacolare Frontiers Records con il preciso obiettivo di bissare, se possibile migliorare, i già buoni riscontri maturati tre anni or sono.
Non c’è più Vic Zino, fondatore del gruppo, passato in pianta stabile nei più conosciuti Hardcore Superstar, non c’è più la produzione demodé ed ottantiana di “Loud Minority” ma, in particolare, non ci sono più quelle asperità nel songwriting che portavano le soluzioni eruttate dal quartetto ad accodarsi al filone tipico dello “sleaze rock” anni ottanta, croce e delizia che, in occasione dell’esordio, aveva dilettato alcuni e disgustato altri.
In compenso, l’innesto del nuovo acquisto Andy Dawson, giovane guitar player dal talento cristallino (eccellente in studio, ma ancor più dal vivo), una qualità dei suoni finalmente al passo con i tempi ed uno stile compositivo che non sposta epoca di riferimento, ma acquisisce una ricercata ed insospettabile maturità, “svoltando” su versanti più melodici e, per certi versi, più raffinati, sono le ragioni che portano a cogliere evidenti segni di progressione, al punto da intravedere i barlumi di un ottimo successo nella forma di un album piacevolissimo sotto ogni aspetto. Scorrevole, agile e brioso. In una sola parola, vincente.
Un miglioramento insomma, che non verte solo su cambio d’etichetta e conseguente accesso a maggiori risorse, ma coinvolge l’intero impianto stilistico, divenuto – nel giro di soli due album appena – più ricco, meditato e ricolmo di un numero maggiore di sfumature. Con ogni probabilità addirittura più ruffiano, ed in ragione anche di quest’ultimo aspetto, sensibilmente più maturo e completo.

Mantenuti sempre sotto tiro i modelli di Poison e Skid Row, questa volta, l’amalgama si innerva con potenti pennellate di armonie alla Alice Cooper periodo Desmond Child, Danger Danger, Firehouse e Def Leppard era “mediana”, arrivando ad abbracciare una gamma sonora che fa sembrare i Crazy Lixx come un accettabile compromesso tra stilemi retrò, melodie di facilissima assimilazione e modernità nei suoni, racchiusi in un involucro che al primo impatto, promuove la netta sensazione di avere a che fare con un release pensata proprio per piazzarsi nel bel mezzo di un’operazione di revival che finisce per piacere molto più di quanto non accaduto in precedenza con il pur positivo e gradito disco d’esordio.

Gli esempi parlano da soli, e sono testimonianza eloquente di un disco che non lascia nulla d’intentato al fine di sollazzare le orecchie dei melodic rocker.
Citiamone un nucleo limitato, lasciando il piacere di scoprire i restanti a chi vorrà accostarsi a “New Religion” e diciamolo senza troppi giri di parole: la spumeggiante e Poisoniana “My Medicine” (chi si ricorda “Unskinny Bop”?!?), le meraviglie alla Alice Cooper di “Road To Babylon” e “Children of The Cross”, ed i gloriosi esempi di cromatissimo glam rock d’alta classe intitolati “Voodoo Woman” e “She’s Mine” (in molti avranno la sensazione di ascoltare brani strappati direttamente dal songbook di Danger Danger e Poison), sono tanto solerti nel fornire tutte le caratteristiche necessarie al fine di farsi amare dal pubblico di appassionati, da risultare gradite senza troppe resistenze, stampando un bel sorriso sulla bocca di chiunque abbia adorato negli anni ruggenti questo tipo di musica, tanto vitale e ricca di positività.

Credibili anche se ancorati al passato, tanto affini alle epoche migliori dell’hard rock americano da sembrare quasi una band di reduci dei mitici anni ottanta, i Crazy Lixx vincono facile e piazzano nel lettore cd di chi vorrà offrir loro una chance, un album divertente, immediato, frizzante e carico d’ottime canzoni.

Ai fan della prima ora, la sterzata melodica forse non garberà del tutto. Ai più avvezzi alle derive orecchiabili, “New Religion” piacerà invece parecchio.
Voi, sia che apparteniate all’una o all’altra categoria, non fatevi cogliere di sorpresa e date un ascolto prima possibile…

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Tracklist:

01. Rock and a Hard Place 3:54
02. My Medicine 4:39
03. 21 ‘Til I Die 3:24
04. Blame it on Love 4:06
05. Road to Babylon 3:17
06. Children of the Cross 4:30
07. The Witching Hour 4:13
08. Lock up Your Daughter 4:05
09. She’s Mine 3:39
10. What of Our Love 4:16
11. Desert Bloom 0:46
12. Voodoo Woman 3:54

Line Up:

Danny Rexon – Voce
Andy Dawson – Chitarra
Joey Cirera – Batteria
Luke Rivano – Basso

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