Recensione: None but the Brave

Di Stefano Usardi - 30 Agosto 2016 - 0:00
None but the Brave
Band: Ironsword
Etichetta:
Genere: Heavy 
Anno:2015
Nazione:
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73

Per come la vedo io ogni fruitore di musica, per quanto ami definirsi open-minded o disdegni in modo sprezzante la suddivisione musicale in varie etichette, sotto sotto ha un genere-feticcio: quel genere o sottogenere che gli trasmette emozioni in modo più facile ed immediato di qualunque altro e che, in definitiva, riesce a toccare senza sforzo le invisibili corde della sua anima. Per i metallari succede più o meno lo stesso, e visto che io non faccio differenza non mi vergogno ad ammettere che il mio feticcio si chiama epic metal. Magari non quello caciarone e sguaiato dei Manowar, ma quello più oscuro e sacrale dei Manilla Road e di gruppi nostrani come Dark Quarterer e Doomsword.
Perché questo preambolo? Semplice, perché sto per parlarvi del quarto album dei portoghesi Ironsword, uscito un annetto fa sotto Shadow Kingdom Records. Già dal primo sguardo al barbaro che campeggia sulla copertina di questo “None But the Brave”, si capisce che il gruppo di Tann non ha cambiato nulla nella sua attitudine e, dopo sette anni dal precedente “Overlords of Chaos”, propone ancora un ignorantissimo e sanguigno heavy metal di stampo epico, del tutto refrattario alle mode del momento e sprezzante dinnanzi a concetti come innovazione e contaminazione, nonché fortemente debitore dei nomi che hanno fatto grande questo particolare sottogenere, omaggiati in modo neanche troppo velato. Mi riferisco in modo particolare all’opera di Mark “The Shark” Shelton e alla sua creatura, quei Manilla Road (doveroso inchino) che sembrano fungere da vero e proprio nume tutelare per Tann e soci. Affilate le spade e preparatevi alla lotta, dunque, perché qui ci sarà da menar le mani.

Un tamburo incombente e dei cembali scanditi introducono “Forging the Sword”, richiamando alla memoria l’immortale scena d’apertura del Conan di Milius, con la creazione della spada ad opera del padre del barbaro più famoso del pianeta. Tempo neanche un minuto e Tann e soci entrano in scena, spezzando l’incanto e partendo a spron battuto con una cavalcata muscolare che tanto ricorda il trio di Wichita, col vocione dello stesso Tann che richiama piuttosto spesso, lungo tutto l’ascolto dell’album, quello del vecchio “squalo” e del suo sostituto Bryan Patrick.
Kings of the Night” prosegue con lo stesso trionfalismo muscolare, concedendosi in aggiunta un ritornello che più tracotante non si può, prima di lanciarsi in un breve assolo in cui si avverte distintamente il profumo di un certo “Open the Gates” e tornare infine nel regno dell’headbanging più scandito. Con “Calm Before the Storm” ci si mantiene sui ritmi piuttosto incalzanti che resero grande un gruppetto di nome Omen, in cui si innesta un altro assolo breve ma meravigliosamente atmosferico di Tann, sorretto da una sezione ritmica battagliera ed agguerrita.
La title track parte con un riff asettico che acquista corposità nel prosieguo della canzone, per poi esplodere nel classico ritornello tamarro che parla di forza, lotta eterna, vittoria e, in soldoni, del più classico “noi contro chiunque altro”. Non un gran pezzo, a mio avviso: un po’ stucchevole, ma alla fine ci può stare. Più o meno lo stesso discorso si può fare per la successiva “Ring of Fire”, che però ha il pregio di possedere un riff portante più accattivante e robusto, sebbene ultra-classico (leggasi “già sentito mille altre volte”), e una dose di patetismo nel ritornello meno accentuata. Arriviamo a “Betrayer” che, dopo una partenza rombante, si concede qualche lieve rallentamento ogni tanto per puntare più sul pathos e sulla solita tracotanza, in cui si incastona un bell’assolo quasi maideniano.
The Usurper” torna al flavour delle prime tracce, con un riff muscolare e cadenzato a sostegno del vocione rude di Tann e il classico assolo atmosferico di scuola Manilla Road, mentre in “Army of Darkness” torna prepotentemente a farsi sentire il basso di Aires, che già altrove nell’album aveva abbandonato il suo lavoro sottotraccia per fare una capatina fuori dall’oscurità. Per descrivere un brano come “Vengeance Will be Mine”, poi, basterebbe solo il titolo: un brano carico e veloce (dura meno di due minuti e mezzo) con un ritornello che giura vendetta contro chiunque prima di passare la palla alla più scandita “Cursed and Damned”, che dall’alto dei suoi 5:32 è la più lunga dell’album e, in quanto tale, si concede addirittura il lusso di qualche cambio di tempo, soprattutto in concomitanza con il solo centrale. Non male, decisamente non male. “Eye for an Eye”, introdotta da un’altra schitarrata tanto classica quanto coatta, ci riporta nel magico mondo dei Manilla Road più cupi o dei Cirith Ungol del periodo “King of the Dead”, con riff cadenzati e melodie maligne, una batteria quadrata e granitica ed un piglio vocale quantomeno intimidatorio. Forse è dovuto al suo incedere diverso da quanto proposto finora dal gruppo, ma direi che questo pezzo se la gioca con “Cursed…” e “Kings of…” per il secondo posto del podio. Dico secondo perché il gradino più alto se lo aggiudica sicuramente, per me, la conclusiva e possente “The Shadow Kingdom”, traccia che riassume ottimamente la passione degli Ironsword per certe sonorità e soprattutto il loro amore incondizionato per il metallo epico degli anni ’80. L’arpeggio sognante in apertura viene sostituito da un riff compatto che si dipana lungo la prima parte della canzone dispensando carica battagliera a manciate, mentre la lunga incursione strumentale che costituisce la seconda parte della canzone (e che sembra gridare ai quattro venti “Io amo Dreams of Eschaton!”) conclude in modo trasognato e inquietante un album che, sebbene suoni spaventosamente derivativo (perché questo va detto), non potrà che appassionare gli amanti di un certo modo di intendere il metallo con la sua attitudine oltranzista, nostalgica e, a modo suo, incorruttibile. Proprio per questo motivo, se non siete quel tipo di metallaro che si lascia facilmente conquistare dalla visione nostalgica di cui sopra sottraete pure 15 punti al voto qui sotto, perché ascoltando questo album probabilmente capterete solo clichés a ripetizione, riff scontatissimi rubacchiati qua e là e un tasso di “coatteria” per voi poco sostenibile.
Per tutti gli altri c’è il tasto “Play”.

 

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