Recensione: Oro

Di Stefano Usardi - 12 Settembre 2020 - 8:30
Oro
Band: Udyat
Etichetta:
Genere: Doom  Stoner 
Anno:2020
Nazione:
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60

Dall’assolata Pampa argentina (per la precisione dalla città di Bahia Blanca, vicino al confine con la Patagonia) arrivano gli Udyat, giovane terzetto formatosi tre anni or sono ma con già due album all’attivo: l’esordio auto titolato e il qui presente “Oro”. I nostri propongono un metallo ostico ma non privo di attrattive, declinato secondo i dettami del doom più lento ed estenuante sporcato di psichedelia, in cui il roco e lamentoso cantato in madrelingua si insinua come un veleno.

Cinque tracce (di cui due strumentali) per sessantatré minuti dominati da ritmi perlopiù lenti, ossessivi, sfiancanti, non privi di improvvisi guizzi più determinati né di ulteriori rallentamenti per aumentare ancor più la propria carica drammatica, su cui chitarre raglianti e minacciose grattano senza sosta, incedendo flemmatiche e pesanti. Di tanto in tanto, un arpeggio più dimesso si fa strada nella plumbea desolazione sonora per donarle un briciolo di speranza, ma tutto sparisce con l’entrata in scena del vocione di Juan. La voce del batterista/cantante si staglia con fare sciamanico sul tappeto sonoro del terzetto, alternando urla stridenti a formule dall’intenso afflato rituale ma senza perdere un grammo della sua carica disturbante e malata.
Ed è qui che mi soffermerei. Sì, perché la musica degli Udyat, nonostante un certo fascino ipnotico e sinistro facilmente percepibile, non è fatta per tutte le orecchie. “Oro” è un album che sembra cercare in tutti i modi di risultare sgradevole, di allontanare il maggior numero di ascoltatori possibile per colpire solo il cuore dei veri credenti. I suoni lenti, ripetitivi, dilatati fino all’indolenza e guarniti da un cantato grezzo e per certi versi primitivo creano un lento avvicendamento emotivo nell’ascoltatore, spiazzandolo con fraseggi volutamente sgraziati. Anche durante i passaggi più compassati (come nella prima parte di “Los ùltimos”, ad esempio), quando ci si affida a toni più morbidi, l’effetto è comunque meno rassicurante di quanto sarebbe lecito aspettarsi in casi simili.

Questa combinazione tra una voce molto particolare e un comparto strumentale così ipnotico ma in ultima analisi anche piuttosto monotono contribuisce, ahimè, ad abbassare sensibilmente l’appetibilità di un album come “Oro”, che pertanto sembra destinato solo ai fan più intransigenti di certe sonorità lente, magnetiche e sacrali.

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