Recensione: Perdition

Di Massimo Giangregorio - 12 Marzo 2026 - 9:00
Perdition
Band: Karu
Etichetta: Rockshots Records
Genere: Modern Metal 
Anno: 2025
Nazione:
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70

Seconda prova sulla lunga distanza per questa band formatasi a Tampere, in Finlandia, nel 2020.
In quello stesso anno, avevano esordito con l’omonimo EP, per poi sparire temporaneamente dai radar.
Ricompaiono tre anni più tardi con due singoli (“Empire of Dust” e “Predator”) poi confluiti nel loro full-length di debutto “Hydra”, concept album marchiato 2024.
A seguire, ricalcano lo stesso modus operandi, pubblicando due singoli (“Shadow War” e “Alone in the Forest”) poi inseriti nella track list di questa loro ultima fatica intitolata “Perdition”.

A dispetto del monicker (in Finlandese, il termine Karu descrive qualcosa di sterile, arido, ruvido o desolato) questo è un album che si fa subito notare per la sua particolare creatività e trasversalità.
Difatti, il blast drumming (tipico del black metal scandinavo) convive con le aperture melodiche tipiche del metallo sinfonico.
Il songwriting – appannaggio di Niko e Tony – ne risulta estremamente variegato, rendendo i pezzi (piuttosto lunghetti) niente affatto ripetitivi, ma, anzi, una sorta di tavolozza immaginaria in cui sono presenti tutti i colori, dal nero (of course) in poi.
Particolare è anche la scelta di (quasi) alternare i pezzi con brani strumentali, conferendo ancora più varietà allo scorrere del cd all’ascolto.
Il singing è prettamente black, come buona parte del drumming (come detto, votato al blasting, sia pure con numerosissimi cambi di tempo) ma non stride affatto con gli assoli basati su scale classiche e gli ariosi innesti delle tastiere.
Per non parlare del sapiente tinteggio di violino in “Alone in the Forest” poi ripreso nella suggestiva introduzione di “Trial of Fire” che ha una inframmezzatura orchestrale azzeccatissima (come, peraltro, tutte le orchestrazioni di cui l’album è tempestato).
La mirabile chiusura del disco è affidata alla title track; oltre dodici minuti ad alto tasso di pathos nel quale la band sfoggia i gioielli di famiglia, in una sorta di summa dei propri talenti musicali.
Altro particolare degno di nota è la scelta della band di supportare i brani con videos raffiguranti paesaggi giapponesi messi a fuoco e fiamme; forse si tratta di suggestione imputabile al fatto che “Karu” è anche un vocabolo nipponico, che sta ad indicare il verbo “prendere in prestito”, “noleggiare”… Mistero…
L’essenziale è che non sia affatto un mistero il calibro artistico di questo quartetto finnico, del quale certamente sentiremo parlare in futuro.

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