Recensione: Postumo

Di Valeria Campagnale - 11 Giugno 2026 - 15:47
Postumo
Band: Sarvaega
Etichetta: Black Widow
Genere: Doom 
Anno: 2026
Nazione:
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65

Ci sono dischi che nascono per intrattenere e altri che sembrano concepiti per celebrare un rito officiato nell’ombra. “Postumo”, l’album di debutto dei genovesi Sarvaega, appartiene senza ombra di dubbio alla seconda categoria, tra romanticismo decadente al misticismo. Nato dalle ceneri di un vecchio progetto della mente e leader del gruppo (Sarvaega stessa), il disco si presenta come un lotto di 7 tracce originali a cui si aggiunge una chicca finale: la cover di “Black Sabbath” dei Coven.
Ciò che rende “Postumo” un lavoro solido ed estremamente affascinante è la capacità di non suonare statico. Il trio di base macina riff pesantissimi e sezioni ritmiche quadrate e ossessive, ma l’aggiunta in studio delle chitarre ritmiche e, sorprendentemente, del sitar di Darth Nevis, unito ai tappeti di synth curati da Simone Carbone, dona all’album una sfumatura acida, psichedelica e ancestrale.
La voce, drammatica e profonda, declama linee vocali che sanno di condanna e misticismo, evocando nebbie tipicamente liguri che ben si sposano con l’immaginario orrorifico della Black Widow Records, da sempre casa ideale per questo genere di sonorità.
“Postumo” è un debutto eccellente, che non inventa la ruota ma ne ridisegna i contorni con una personalità e un’attitudine d’acciaio.
I Sarvaega dimostrano che c’è ancora tantissimo sangue nero che scorre nell’underground nostrano. Un disco consigliato non solo ai puristi del doom, ma a chiunque ami perdersi in atmosfere crepuscolari e opprimenti.
La poliedricità del trio emerge sin dall’opener “Come to an end”, un doom ondulatorio che fluttua tra atmosfere ossianiche e improvvise fiammate di potenza, impreziosito da linee vocali evocative, cori epici e un sontuoso tappeto d’organo. Con la successiva “The rope”, il basso sale in cattedra dettando una ritmica sostenuta, il pezzo corre sui binari di un hard doom trascinante per poi decelerare e sprofondare in un’ambientazione esoterica, dove la frontwoman Sarvaega veste i panni di una vera e propria sacerdotessa.
I sette minuti abbondanti di “Summer (seems so easy)” si aprono con melodie drammatiche e toccanti; un doom cadenzato e mutevole in cui il pathos interpretativo si fonde perfettamente con lo splendido assolo di chitarra di Damiano Logozzo (Alogon) e le note ipnotiche e ammalianti del sitar di Darth Nevis. Cambiamento di scenario con “Pain”, dove una ritmica percussiva e tribale evoca atmosfere oscure e boschive, arricchite da suggestioni psichedeliche. L’energia pura torna a graffiare in “Bones”, un hard-psych a tinte fosche che scivola con incredibile naturalezza verso una seconda parte rituale, simile a una cerimonia notturna celebrata nel cuore di una radura.
Il singolo “Down in the net” si rivela il perfetto manifesto sonoro dei Sarvaega: un brano che fotografa la band nella sua veste più eclettica, alternando i passaggi evocativi della magnifica voce solista a violente esplosioni hard doom psych che guardano a colossi come Pentagram, per citarne uno. Con “Love will shed a tear” si toccano corde più intime e commoventi.
Arriva poi il momento del tributo, e qui c’è la sorpresa, la band rilegge in chiave doom “Black Sabbath”. Ma non si tratta del classico omaggio ai padri di Birmingham. La traccia è infatti l’omonimo pezzo dei Coven, qui reinterpretato con grandissima personalità.
Quando tutto sembra concluso, l’ascoltatore viene sorpreso da una ghost track, la nona traccia, contrassegnata graficamente da una croce, che parrebbe intitolarsi “Corpo”. Costruito su suggestivi tappeti di synth, il brano vede Sarvaega cimentarsi in un’inaspettata interpretazione cantautorale in italiano, prima di spegnersi in un finale mistico e rarefatto.

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