Recensione: Pyre of Black Heart

Di Tiziano Marasco - 9 Febbraio 2020 - 5:02

Il diffuso fermento che pervade l’universo metal in questo principio di 2020, fermento dovuto ovviamente all’uscita del nuovo album dei Nightwish, probabilmente la band di maggior successo in questo universo ad essersi affermata a cavallo del 2000, rischia di farci perdere di vista un’uscita minore, ma forse non meno accattivante. Trattasi ovviamente di “Pyre of black Heart”, disco solista del bassista dei Nightwish – Marko Hietala.

Va detto che Hietala non è propriamente uno a cui piaccia starsene con le mani in mano, né tantomeno uno che passa inosservato. Col suo ingresso nei Nightwish (“Century Child”) ha apportato un leggero indurimento nel sound della band di Tuomas Holopainen. Nonostante poi il successo con questa formazione, non ha abbandonato la sua band di origine, i Tarot, coi quali ha dato alle stampe altri quattro album tra il 2003 e il 2010. Ha partecipato anche a progetti estemporanei ed ora è giunto alla sua prima vera prova solista.

Cosa aspettarci dunque da questo “Pyre of black Heart”? Esattamente quello che è lecito aspettarsi.

Siamo infatti in presenza di un disco in cui tutte le anime di Hietala convivono alla perfezione. Da un lato le sue linee vocali particolari sono il trait d’union, ma anche l’elemento distintivo, di tutte le canzoni presenti nell’album. Ci troviamo poi innanzi ad una prova di facile ascolto ed immediata fruizione, ma anche grintosa e classicamente heavy.

L’opener “Stones” lo fa capire subito e senza misure: vocals che si stampano subito in testa, ottima simbiosi di quattro e sei corde, bei cambi di ritmo e ritornello assassino. Singolo magnifico e album che parte subito col giusto groove, roccioso e un po’ drammatico. Si prosegue con le semplicissime melodie – in stile tipicamente finlandese – della ballata elettrificata “The voice of my Father”.

“Star, Sand and Shadows” ci riporta al tipico groove velato di new wave dell’hard rock anni 80 (tipo che i 69 eyes potrebbero darci un ascolto per ripigliarsi, per dire). E questo è sostanzialmente il senso di tutto il disco, che prosegue tra momenti riflessi ed altri più rabbiosi.

Menzioni particolari vanno però ad “I am the Way” e “Runner of the Railways”. Neanche a farlo apposta una ballad la prima e un pezzo ritmatissimo il secondo. Ciò che colpisce di questi due pezzi è che, se mastro Holopainen avesse deciso di fare una comparsata e installare le sue prosopopeiche orchestrazioni, ci troveremmo innanzi a due pezzi dei Nightwish fatti e finiti. A riprova del fatto che Hietala, accasandosi al supergruppo, un po’ di farina sua al sacco di Tuomas l’ha aggiunta eccome.

In definitiva, a chi scrive viene abbastanza normale accostare “Pyre of black Heart” ad un disco uscito qualche anno fa che ha moltissimi punti di contatto. È un disco semplice, di metal classico e al tempo stesso con caratteri distintivi marcati. Un album di un artista attivissimo in molte band e quindi con un discreto seguito che ha permesso al lavoro di avere un ottimo successo “di nicchia”. Soprattutto, è il disco di un altro bassista dalla voce molto particolare: si parla ovviamente di “Storm seeker” di ICS Vortex. Un ottimo auspicio.

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