Un debutto gradevole, ma non all’altezza del pedigree dei suoi protagonisti. Funk rock e hard rock retro che divertono a tratti, senza però mai accendere davvero la scintilla. Nonostante la presenza di Tommy Thayer (KISS, Black ’N Blue) e Dan Reed (Dan Reed Network), l’album risulta più solido che memorabile, più esercizio di stile che dichiarazione artistica.
Il progetto Shogun Mojo nasce da jam informali tra Reed e Thayer, due musicisti legati anche dalle origini comuni a Portland, Oregon. Attorno a loro si aggregano il bassista Bengt Jonasson e il batterista Robert Ikiz, già collaboratori di Reed nella sua carriera solista. La formazione ha quindi una chimica reale, anche se il gruppo nasce più come collettivo di veterani che come band con una precisa e voluta identità.
L’idea di Frontiers è chiara: unire un chitarrista storico di una band arena rock e una voce riconoscibilissima del funk rock per creare un prodotto dal fascino classico. Il risultato, però, suona spesso più come un album di Dan Reed con Thayer in veste di ospite di lusso che come una vera sintesi tra due personalità.
Il disco mescola hard rock americano di fine anni Settanta, funk rock, soul e melodie radiofoniche, con una produzione calda e volutamente “analogica”. Le radici funky sono evidenti fin dall’apertura di “Funk Party”: basso pulsante, ritmi danzerecci, cori gospel-soul e chitarra rock che entra come contrappunto. È una dichiarazione d’intenti immediata, divertente ma anche un po’ troppo prevedibile come inizio.
I paragoni più utili sono Dan Reed Network per l’impronta vocale e ritmica, KISS per alcuni riff e soluzioni melodiche, e un certo rock urbano americano tra Lenny Kravitz, Prince in versione più rock e gli INXS più groove-oriented. In “Dog Eat Dog”, ad esempio, la cadenza e il riff ricordano da vicino "The Power of Love" di Huey Lewis & the News, pur restando uno dei momenti più diretti e rockeggianti del disco.
Dan Reed resta il vero centro gravitazionale: timbro caldo, soul, capace di passare da fraseggi funk a aperture più drammatiche. In “Nothing to See Here” la voce acquista maggiore profondità narrativa, mentre in “Fight for the Light” emerge il lato più ombroso e riflessivo del disco, forse il momento in cui Reed sembra più coinvolto emotivamente.
Thayer suona bene, con un approccio più bluesy e funk di quanto il suo ruolo con i KISS possa far supporre, ma raramente impone un linguaggio chitarristico davvero personale. Le sue parti sono pulite, incisive e funzionali, tuttavia manca quel momento di audacia che avrebbe potuto trasformare il disco da ben suonato a appassionante.
Il problema principale è la scrittura: molti brani hanno un buon groove, ma poche melodie o spunti capaci di sorprendere. “Turn It Up” e “Fire with Fire”, in particolare, sembrano fermarsi a un’idea ritmica senza svilupparla in canzoni davvero incisive; la prima risulta addirittura uno dei momenti più piatti dell’album.
C’è anche una sensazione di ripetitività: il funk viene invocato così spesso che, quando non è supportato da un ritornello forte, diventa un’ambientazione più che un valore aggiunto. La non riuscitissima cover di “In the Air Tonight” di Phil Collins, ripensata in chiave funk e accelerata, ha una sua logica ma perde gran parte della tensione e dell’aura inquietante dell’originale, confermando la tendenza del disco a privilegiare un po' l’effetto immediato rispetto alla profondità delle emozioni.
Shogun Mojo è, insomma, un disco onesto, ben eseguito e radicato in una tradizione di funk rock americano che Dan Reed conosce perfettamente. Ma proprio per la qualità dei nomi coinvolti, in parte delude. Ci si aspettava più verve creativa, mentre si ottiene soprattutto una versione più bluesy e retro di Dan Reed Network, con Thayer in ottima forma ma poco protagonista.
Un album piacevole per chi cerca groove, chitarre classiche e voce soul, ma poco entusiasmante per chi si aspettava un debutto davvero memorabile.