Recensione: Slave Machine

Di Andrea Bacigalupo - 5 Aprile 2026 - 18:44
Slave Machine
Band: Nervosa
Etichetta: Napalm Records
Genere: Thrash 
Anno: 2026
Nazione:
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78

Nazione controversa il Brasile, tra le più grandi potenze economiche mondiali, ma con un tasso di diseguaglianza sociale ancora altissimo, con agio e ricchezza da una parte e marcati livelli di criminalità urbana e di povertà estrema dall’altra.

Ad una terra solare, fatta di spiagge, panorami mozzafiato e oasi naturali si contrappongono aree degradate come le favelas; la lotta per salvaguardare l’ambiente, tra i punti forti dell’attuale governo, va di pari passo con lo sfruttamento sistematico delle sue risorse e la disparità etnica è un problema ancora tutto da risolvere.

I grandi sportivi del calcio, della pallavolo e del surf, le sorridenti e sensuali ballerine di Samba, il carnevale … rappresentano una facciata che nasconde una realtà fatta di lotta e sofferenza. Il Samba, ad esempio, non è solo quello dei grandi carri allegorici dal forte impatto turistico ma è anche strumento di aggregazione e resistenza sociale, portando in scena temi legati alla protezione dell’Amazzonia ed ai diritti della popolazione indigena.

Il Samba è stato ufficialmente riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità, il Thrash Metal brasiliano no (almeno non ancora) ma il suo scopo è lo stesso: critica sociale, inefficienza politica, ipocrisia, potere ecclesiastico, realtà delle periferie, brutalità della polizia … sono tutti argomenti su cui il movimento del “battere e percuotere” carioca pone accento, con grande rabbia e forte impegno, fin dalla sua nascita, avvenuta nei primi anni ’80 ad opera di band mitiche come Sepultura, Sarcófago e Ratos de Porão tra le molte.

Arrabbiatissime e furiosissime, tra le band più importanti della terza ondata brasiliana con il loro Thrash/Death Metal virulento e d’impatto, anche le Nervosa sono parte fondamentale di questo movimento.

Originariamente trio tutto al femminile nato nel 2010 a São Paulo, le Nervosa di oggi sono il risultato della resilienza della chitarrista Prika Amaral che, dopo l’abbandono della cantante/bassista Fernanda Lira e della batterista Luana Dametto, avvenuto nel 2020 (dando vita alle Crypta), ha deciso comunque di continuare.

La “ripartenza” delle Nervosa è rappresentata da ‘Perpetual Chaos’ del 2021, che vede una nuova formazione di carattere internazionale compresa la nostra Mia Wallace.

La lineup, però, dura poco e Prika Amaral, deciso di assumere anche il ruolo di vocalist, si fa affiancare da tre nuove musiciste: Michaela Naydenova (batteria), Hel Pyre (basso) e Helena Kotina (seconda chitarra). L’album che segue è ‘Jailbreak’ del 2023, 13 canzoni di Thrash Metal veloce e compatto agganciato alla Old School che evidenzia una svolta oltre che per la voce anche per l’interessante lavoro di chitarra.

La svolta continua, ‘Slave Machine’, nuovo Full-Length disponibile dal 3 aprile 2026 via Napalm Records, è di una forza e di una ferocia spaventosa e mostra una band che ha deciso di evolvere e di distinguersi in modo netto e sostanziale.

La lineup è rimasta la stessa di ‘Jailbreak’ più l’aggiunta di Emmelie Herweg, seconda bassista. Sull’album, però, non suonano né lei né Hel Pyre ed è direttamente Prika ad occuparsi anche di questa parte.

Slave Machine’ è solido e vulcanico quanto la roccia di basalto e tra i suoi solchi non passa un filo d’aria.

Tutto viene esteso all’ennesima potenza dando vita ad un lavoro violento e ruvido che mischia i tratti Vecchia Scuola di Slayer e Kreator, che è un po’ come far cozzare una bottiglia di nitroglicerina contro un candelotto di dinamite acceso, con sonorità più moderne che pescano dal Death e dal Black Metal.

L’album è permeato da una continua e brutale ferocia che dà vita ad un attacco sonico incessante e mirato: 12 tracce, 12 missili terra-aria ad alto impatto, acusticamente letali, dal buon tiro e carichi di un groove tellurico.

Per far sì che la voce di Prika, già di per sé ferocissima ed incazzatissima, diventi un urlo accusatorio che esce dall’inferno si utilizzano riverberi e voci demoniache a più stratificazioni che danno luogo ad un vortice malvagio, con i refrain che prendono un aspetto tanto epico quanto bellicoso.

Il lavoro di chitarra è sofisticato e compatto, profondamente armonico, ricco di particolari scenici, continuamente aggressivo ed articolato, formato da riff incisivi, ritmiche intense e linee melodiche profonde che sfociano in assoli lunghi e coinvolgenti che ne amplificano la forza.

Velocità e determinazione, potenza e forza sono gli elementi che caratterizzano un songwriting non troppo vario, nella realtà, ma carico di un’energia cinetica inarrestabile e trainante e ricco di quella vitalità sovversiva che da sempre contraddistingue le produzioni Thrash Metal di buon livello.

Le tracce si susseguono spedite, senza dispersioni di forza propulsiva o di vigore. Non c’è spazio per sperimentazioni, momenti malinconici o scherzi sonori che spezzano il ritmo, l’anima di ‘Slave Machine’ è vigorosa e massiccia e così rimane dal primo istante fino al suo ultimo secondo.

Non tutto è perfetto, bisogna dire, al fianco di canzoni che se non diventano dei classici è solo a causa del momento storico che si sta passando, dove l’alta fruibilità della musica fa sì che quello che si è ascoltato ieri venga sommerso da quello che si è ascoltato oggi, che sarà seppellito da quello che uscirà domani, ce n’è qualcuna, soprattutto nella fase centrale, che non è proprio di facile assimilazione, un po’ ostiche e non tanto travolgenti sul piano della qualità.

Tra le prime citiamo ‘Impending Doom’, selvatica e spedita e con un bridge rallentato che bastona, la Title-Track stessa, dal refrain prepotente quanto orecchiabile, ‘Ghost Notes’, tagliente e carica di quella furia luciferina che trasforma le note in una cascata di lava rovente, ‘Beast of Burden’, un carro armato che spiana qualunque terreno su cui passa, ‘You Are Not A Hero’, pesantissima e senza tregua e l’impetuosa ‘Hate’, il cui titolo è il riassunto dei sentimenti suscitati dal disco.

I brani successivi non perdono d’intensità emotiva e neanche di slancio, il fiume di lava continua a scorrere impetuoso ma cala la loro qualità compositiva, non c’è appiattimento e neanche tedio, semplicemente sono meno scorrevoli e difficili da assimilare, questo fino a ‘The Call’ ed alla conclusiva ‘Speak In Fire’, ipercariche e travolgenti.

Conclusioni: la formazione “Mark III” delle Nervosa è tosta, fortemente coesa e motivata. Il lavoro creativo è di alto livello, con qualche eccezione nella fase centrale dell’album che non lo pregiudica e che ci può stare. Molto valida è stata la scelta di continuare con la doppia chitarra, che ha consentito una ricerca sonora ricca e sofisticata che ha amplificato la rabbia a livelli esponenziali. Resta un po’ da capire come verranno gestiti questi brani dal vivo, ma le Nervosa sono anche tigri da palcoscenico, per cui non ci sono dubbi sulla loro esplosività.

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