Recensione: Spiritual Atrophy

Di Giovanni Picchi - 19 Marzo 2026 - 16:00
Spiritual Atrophy
Band: Cultist
Etichetta: Awakening Records
Genere: Death 
Anno: 2026
Nazione:
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72

Premessa: come Cultist esistono almeno cinque bands con lo stesso nome, quattro delle quali sono da annoverare nel metal estremo. La prima, che ha un discreto seguito soprattutto in patria, proviene dalla California ed è dedita ad un deathcore tinto di venature hardcore, dalle tematiche cristiane anche se molto critiche nei confronti degli ambienti ecclesiastici e dei falsi predicatori che imperversano nei media della madrepatria. La seconda è sempre americana e si dedica al rock psichedelico mentre una terza band è black metal, ha realizzato un EP ed è norvegese. La quarta con lo stesso nome appartiene al filone blackened death metal, è tedesca, è di livello underground ed è autrice di soli due demo. L’ultima band, oggetto di questa recensione, è canadese, ha addirittura il logo molto simile alla band tedesca sopracitata, è anch’essa annoverabile nell’ambiente underground ed è caratterizzata da uno stile le cui coordinate stilistiche sono da inquadrare in un death metal old-school dalle variegate influenze.
Il gruppo, proveniente precisamente da Calgary, esordisce nel 2018 con l’EP “Cosmic Tomb” per poi realizzare l’anno successivo uno split-lp con i blackster conterranei Euthanized dal titolo “A Pact from the Grave”. L’esordio su full-lenght arriva nel 2022 con “Manic Despair”, elogiato dalla fanzine Mystification “per la sua aggressività giusta e punitiva” e “la crudeltà brutalmente thrash del death metal”, giudizi un po’ altisonanti ma che a mio parere calzavano a pennello per il tipo di death metal suonato dalla band, influenzato dai vecchi maestri ottantiani verso quei suoni primordiali infarciti ancora di parti thrash e speed: un death metal grezzo che ancora doveva assumere quei connotati definitivi che lo avrebbero emancipato dal genere madre solo successivamente a suon di Obituary, Morbid Angel, Cannibal Corpse, Incantation, Entombed, Dismember e resto della ciurma, sia americana che europea. I Cultist, nell’album di esordio, si presentavano diretti, veloci e anche con una discreta tecnica, tra repentini cambi di tempo, parti strumentali lunghe e veloci, voce da oltretomba e atmosfere sulfuree. Anche la produzione, il logo e la copertina riecheggiavano pienamente tutto ciò che era il death metal alla fine degli anni 80: un album dal sapore vintage e che merita di essere riscoperto tra i vari cultori del genere, suonato con il cuore e la passione, seppure un po’ acerbo, spartano nella produzione ma per certi versi imprevedibile e recentemente anche ristampato.
Dopo quattro anni il terzetto pubblica il secondo album in studio dal titolo “Spiritual Atrophy”, mostrando qualche cambiamento rispetto all’esordio sia nella sostanza che nella line-up. Si rimane sempre nell’ambito dell’old school ma le parti propriamente thrash e speed, relegabili alle influenze dei vari Hellhammer, primi Sodom, Possessed, Master, Protector, Rigor Mortis, Living Death, Hallows Eve e compagnia sono state fortemente limate o ridimensionate per lasciare spazio ad una produzione più potente ed equilibrata grazie al mixaggio di Scott Oliphant e al mastering di Rolando Rodas, da cui risulta un suono della chitarra non più compresso ma ben definito e moderno, le linee di basso risultano abbastanza decifrabili mentre la batteria è più sacrificata sia nel mixaggio che nella ricerca di soluzioni più varie e imprevedibili com’era invece nel primo album. Il songwriting include ancora parti lente e cadenzate, diverse dal precedente album che risultavano essere oniriche, tendenzialmente progressive e dal sapore malsano e tenebroso, mentre le parti vocali sono maggiormente estremizzate e vi partecipano tutti e tre i membri della band.
Per fare un paragone chiaro con ciò che ci troviamo ora di fronte, anche rispetto ai gruppi sopracitati, mi vengono in mente come punto di riferimento stilistico e sonoro i Morbid Angel e gli Asphyx, in particolare questi ultimi per il timbro vocale della cantante e bassista Vanessa Grossberndt, bravissima nello sfoderare un growl soffocante e acido con tale cattiveria e padronanza delle proprie capacità da far pensare che non sia lo stesso Martin Van Drunen dietro al microfono. Anche gli altri due musicisti, il nuovo entrato chitarrista/cantante Betzi Poitras e il batterista/cantante Jim Petigo si alternano alla voce più per coadiuvare Vanessa che per cantare parti proprie, mostrando anche loro la propria dose di cattiveria e aggressività ma con un timbro diverso e più lineare. L’album è composto da sette canzoni più due brevi strumentali che risultano essere un po’ fuori contesto, per un totale di circa mezzora di durata che tutto sommato è un po’ poco rispetto alla qualità della musica proposta. Il songwriting in generale è caratterizzato da pezzi di media o breve durata imperniati su riff veloci, coinvolgenti e anche ben riconoscibili, sebbene a volte siano ripetitivi.
L’opener d’assalto “Coursing Between Worlds” mette subito le carte in tavola: riff potente in alternate picking, growl urlato e ritmiche ben calibrate e variegate che sembra di aver messo su “Last One on Earth”. “Neophyte” è sulla stessa lunghezza d’onda: i riff veloci e i cambi di tempo posti su un tappeto di ritmiche incalzanti mettono in evidenza il gran lavoro dietro le pelli di Jim Petigo. Si nota come sia il riff stesso ad ergersi come protagonista: da una parte le trame sono eseguite con soluzioni lineari e facilmente riconoscibili, dall’altra sono presenti momenti in cui le parti di chitarra si inerpicano tra dissonanze e digressioni sonore liquide e spiazzanti come in “Reality Chaper” o in altre in cui sono percussive ed estenuanti come in “Phenomena”, anche se tutti i fattori citati coesistono ma dosati in modo diverso tra una composizione e l’altra. Rimane qualche richiamo al thrash di scuola americana come in “Ascension”, con tanto di assolo in stile Kerry King eseguito dallo stesso Scott Oliphant, ma la sostanza death rimane sempre preponderante. “False Prophet” denota già dal titolo le tematiche trattate dalla band protese tra occultismo, mistero e le consuete critiche alla religione mentre la conclusiva title track è epica e piena di pathos e riecheggia maggiormente le trame speed legate alla tradizione esternata dal precedente album.
In conclusione devo dire che la band canadese mi ha molto impressionato e quasi sorpreso per la bontà della loro proposta: una buona prova, certamente non scevra di pecche o di qualche ingenuità, ma mi auguro che possa ricevere i giusti plausi da parte di un pubblico più ampio vista la qualità degli album finora pubblicati. Il CD è in uscita il 20 marzo a cura dei tipi della Awakening Records, etichetta cinese specializzata nella ristampa in compact disc di classici del genere metal quali Obliveon, Paradox, Corrosive, Master, Magnus (nonché dell’album di esordio degli stessi Cultist come già accennato sopra) e nella pubblicazione di album death metal di band emergenti provenienti da ogni parte del mondo, ancora semisconosciute ma di ottime speranze, quali Papa Necrose, gli italici Necrogore, Deimler, Putred, Hell Trepanner e altri, facilmente reperibili dal loro sito e di cui consiglio l’ascolto. Un’edizione in vinile di “Spiritual Atrophy” per l’etichetta canadese Futhark Records è prevista per fine aprile o inizi maggio e spero sia di facile reperibilità.

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