Recensione: Spleen

Di Paolo Rossi - 10 Novembre 2005 - 0:00
Spleen
Band: Valas
Etichetta:
Genere:
Anno: 2005
Nazione:
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90

Dopo due EP “di presentazione”, i Valas esordiscono sulla lunga distanza nel 2002 con l’album “A Glance From Unreality”, pubblicato da Sacred Metal.
Nel 2005 la band bissa con questo “Spleen” che dal primo ascolto evidenzia differenze importanti rispetto ai lavori precedenti. La band ha infatti intrapreso un percorso stilistico ancora più individuale rispetto al passato e con questo lavoro afferma una personalità più forte e caratterizzante.

Lo stile musicale proposto é un mix tra l’heavy classico, l’epic-power di matrice USA, forti tendenze progressive e marcati riferimenti al sound britannico di fine anni ’80 inizio anni ’90.
La proposta sonora é decisamente song-oriented, e nonostante i brani siano alquanto elaborati a prevalere é sempre il concetto di canzone. A differenza del platter precedente la composizione dei brani di Spleen é di gran lunga più fluida e segue un concetto ben “ragionato”, segno che questa volta la band aveva le idee più chiare riguardo a quale fosse il risultato finale da raggiungere.

I brani sono ricchi di varianti e si sviluppano in modo imprevedibile evidenziando una raggiunta e ben consolidata maturità compositiva, e infatti la sensazione che lasciano é quella della più piacevole godibilità della canzone sin dal primo ascolto.
Nel corso delle undici tracce si rivela una varietà notevole di situazioni differenti che spaziano da cavalcate e fughe power ai mid-tempo in stile AOR, stacchi e break di stili estranei al metal, parti acustiche, divagazioni strumentali tipicamente progressive, ritmiche thrash, riff di blacksabbathiana memoria, aperture armoniche di chiara influenza classico-sinfonica, progressioni melodiche ricercate, periodi cupi ed introspettivi, parti acustiche, delicati passaggi di pianoforte.
Il tutto alternato con estrema sagacia ma con solida consequenzialità, fantasia e la freschezza di chi riesce a non prendersi troppo sul serio.
Un disco che sa emozionare sempre più ad ogni nuovo ascolto, e ad ogni ascolto si scopre qualcosa che non si era sentito precedentemente.
Non di rado vengono esplorate frontiere stilistiche davvero inusuali per questo genere musicale, il che conferma la candidatura dei Valas ad essere parte dell’emisfero del metallo peNsante che rifiuta di allinearsi a manierismi o tendenze modaiole.
Lo si denota dalla ricchezza e dalla ricercatezza delle strutture compositive tanto quanto dagli arrangiamenti e dall’esecuzione delle parti di ogni singolo strumento.
Nonostante la freschezza dell’output sonico si ha chiaramente l’impressione che nulla sia stato lasciato al caso e anzi, Spleen rivela una maniacale cura dei dettagli – merce rara nel metal dozzinale di moda oggigiorno.
Le melodie vocali sono ben intessute e non si appoggiano alle parti strumentali, né sui periodi più articolati né sui passaggi più morbidi dove altri avrebbero “incollato” la linea vocale all’armonia del brano. Anche quando il cambio strofa-ritornello impone una drastica variazione armonica, le linee di voce seguono un percorso lineare e proprio, seguendo la musica senza “sedercisi” sopra.
E’ proprio l’aspetto compositivo a dominare in questo lavoro e lo si evince dall’abilità con cui tanti stili e influenze sono stati fusi in un unico contenitore sonoro che fa dell’armonia e della melodia la propria carta vincente.
Non pochi sono i refrain di facile presa e memorizzazione, in più ogni canzone gode di melodie preziose e sempre adeguate al contesto strumentale e all’atmosfera del momento, ampie e pressanti nei periodi più ritmati, cadenzate in quelli più lineari.
Le parti solistiche sono ben dosate e anche senza imprese mirabolanti arricchiscono con dovizia il profilo artistico del disco.
La track list dell’album é ben studiata e l’ordine delle canzoni non fa mai calare la tensione e l’attenzione all’ascolto, così come le singole parti che compongono ogni brano riflettono logica e preparazione musicale.

L’esecuzione sia corale che individuale dei singoli strumenti é ineccepibile ed evidenzia la coesione musicale del gruppo, tanto nelle parti serrate quanto in quelle in cui l’interpretazione é più libera e lascia maggiori spazi rispetto al metronomo. Si percepiscono anche alcune differenze stilistiche tra i musicisti, probabilmente provenienti da esperienze musicali diverse, il che, se da una parte fa mancare il “monolite” stilistico, dall’altra conferisce alla band un profilo ben più variegato lontano dalla prevedibilità (un po’ come Gene Hoglan nei Death, tanto per intenderci).
Le due chitarre sono sempre bene allineate e il sincro non viene mai a mancare nonostante le differenze di diteggiatura, al contrario, é sulle scale e sui fraseggi che maggiormente godiamo di un’intesa che raggiunge l’apoteosi quando ad appaiarle sono le tastiere. Queste sono sempre suonate con eleganza, raffinatezza e discrezione anche se con forte determinazione e padronanza, come si evince dalle parti solistiche o dove il pianoforte é protagonista.
Se le chitarre forniscono una solida base sonora su cui poggiare, le tastiere si muovono con estrema disinvoltura arricchendo lo spettro armonico di risvolti ricercati e importanti anche se non sempre evidenti. La varietà dei suoni adottati evidenzia una scelta preventiva oculata e sempre adeguata, frutto di buon gusto ed esperienza.
La sezione ritmica é granitica quanto basta e non si priva di frequenti lampi di raffinatezze, e specialmente la batteria si concede ampi spazi dai fill agli accompagnamenti con ride e hi-hat. Al mio personale gusto il drumming é fin troppo preciso, su alcune parti avrei gradito meno aderenza al metronomo (e meno ghost che a volte eccedono il necessario).
La voce si presenta con svariate timbriche: roca, pulita, “soffiata”, urlata, dotata di grande potenza e controllata egregiamente nell’emissione e nel frequente alternarsi di gola-petto-diaframma. Notevole l’estensione e anche il controllo dell’intonazione é eccellente e conferma il talento e l’esperienza del vocalist, in tutto l’album non si ravvisano sbavature di intonazione né incertezze interpretative sui passaggi più difficili, specialmente i semitonali.
L’interpretazione é quindi di vero spessore, a volte un po’ “zarra” nei brani più metallosi, ma sono libertà che chi sa cantare sul serio può ampiamente concedersi. Buona anche se non eccellente la pronuncia, il timing é invece magistrale e fornisce una marcia in più all’interpretazione! Questa é forse la qualità maggiore del singer e ne caratterizza lo stile ricordando l’approccio di un gigante come Glenn Hughes; il ragazzo sa quando stare indietro rispetto al metronomo per poi recuperare con un rubato assolutamente su filo del rasoio, e ciò enfatizza grandemente l’interpretazione comunicando la sensazione che meglio si addice alla cornice musicale contestuale.

La produzione, intesa come concezione del ruolo e della posizione degli strumenti, é abbastanza tradizionale e non necessita di avvalersi di cori lirici, spinette e menestrelli; i suoni sono di livello qualitativo più che buono, perlopiù aggressivi ma alquanto delicati ove richiesto.
Il mixaggio finale é molto curato, non eccede in effettistica (anche perché non ce n’é bisogno quando il materiale é registrato bene), l’equilibrio fra gli strumenti é quello giusto ad eccezione di qualche passaggio di batteria che a mio giudizio spicca un po’ troppo.

Mi scuso per non essere riuscito a dare una descrizione più coincisa ma cotanta ricchezza di contenuti meritava di essere messa in luce adeguatamente, anche se in realtà ci sarebbe da dire anche molto di più su questo disco. Abbiamo di fronte un album che fa dell’arte il proprio spirito intrinseco, non necessita di sfuriate di doppia cassa per impressionare i ragazzini e non si pone evidentemente alcun traguardo commerciale. Capita di rado, soprattutto in Italia, trovare gruppi che come i Valas hanno una propria forte personalità e la esprimono come arte fine a se stessa e tramite una padronanza tecnica invidiabile. E senza spade, draghi né principesse.

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90