Recensione: Stronghold

Di Manuel Gregorin - 2 Aprile 2026 - 11:00
Stronghold
Etichetta: Massacre Records
Genere: Power 
Anno: 2025
Nazione:
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60

Settimo album in studio per i tedeschi Human Fortress, formazione originaria di Hannover, città tedesca della Bassa Sassonia nota per essere sede di un importante polo fieristico, e per noi amanti delle chitarre elettriche, per aver dato i natali ai celebri Scorpions. Pur non avendo mai raggiunto la fama mondiale dei loro compaesani Schenker e Meine, gli Human Fortress sono riusciti comunque ad attirare su di loro una certa attenzione realizzando un paio di buoni album con “Lord of Earth and Heavens Heir” e “Defenders of the Crown”. Con il loro gustoso power metal melodico dalle venature epiche, i sei tedeschi erano riusciti ad entrare fra i nomi più promettenti della scena metal dei primi anni 2000. Poi, a causa dell’abbandono per motivi di salute del cantante Jioti Parcharidis, unito ad alcuni lavori non proprio andati a segno, la band tedesca ha perso lo slancio, diminuendo progressivamente, oltre alla frequenza, anche la qualità delle sue uscite.
Arriviamo così alla fine del 2025 con la pubblicazione di “Stronghold”, il nuovo capitolo discografico degli Human Fortress edito dalla Massacre Records, che comprende tredici tracce suddivise in due CD.
La formazione non segna grandi cambiamenti, vedendo sempre schierati gli storici chitarristi Torsten “Todd” Wolf e Volker Trost, il cantante brasiliano Gus Monsanto, la sezione ritmica composta da Apostolos Zaios (batteria) ed André Hort (basso). Unica new entry è il tastierista Axel Herbst, che subentra in sostituzione del dimissionario Dirk Liehm.

Avvicinandoci a questo nuovo lavoro, l’attenzione salta sulla copertina, molto bella e dettagliata, raffigurante un castello immerso in una frenetica battaglia medievale. Sebbene il tema sia un classico abusato nell’ambiente, l’opera riesce a distinguersi grazie al tocco di Kristijan Kuliš, illustratore che ha già firmato diverse produzioni del combo tedesco.
Addentrandoci più specificamente nel lato musicale, invece, lungi da noi dire che le cose positive di “Stronghold” si limitino all’artwork di Kuliš, ma pare proprio che anche questa volta siamo lontanucci dalle vette raggiunte in occasione dei promettenti esordi. Le buone canzoni ci sono, come però ce ne sono altre anonime, e la durata un po’ eccessiva dell’album, alla lunga tende ad annacquare le idee valide presenti.
Si parte benino con la title track “Stronghold”, un heavy power dal ritornello solare che vorrebbe fare le veci degli Edguy più recenti. Un brano, nel complesso abbastanza godibile, ma di quelli che di certo non possiedono il biglietto da visita per candidarsi a essere uno di quei pezzi da 90 capaci di sollevare le sorti di un intero disco. Sperando che i sopracitati pezzi da 90 arrivino con il procedere del ascolto, facciamo intanto la conoscenza di “The End Of The World”, con delle strizzate d’occhio agli Iron Maiden, “Mesh Of Lies” e la malinconia cadenzata di “Pain”. Nel frattempo non passa inosservato l’uso molto limitato delle tastiere, fattore probabilmente riconducibile al passaggio del testimone fra Herbst e Liehm di cui parlavamo poche righe fa’. Alla luce di questo, viene da chiedersi se il ruolo del nuovo arrivato sia di membro a tutti gli effetti, o se sarebbe più opportuno considerare un turnista occasionale.

Si comincia ad ascoltare qualcosa degna di nota con “The Abyss Of Our Souls”, brano di metal melodico con dei buoni fraseggi di chitarra e un’impostazione fortemente emotiva. Convince anche “The Darkest Hour” che preme maggiormente sull’acceleratore in direzione power, mentre “Road To Nowhere” richiama un certo hard rock radiofonico, con le tastiere di Axel Herbst che finalmente escono un po’ dall’ombra.

Nonostante qualche intuizione felice e qualche buon tocco di mestiere, non si arriva mai ad una vera e propria svolta decisiva: le intuizioni interessanti che affiorano di tanto in tanto lungo il disco, sembrano avere più il compito di salvarlo da una certa noia che non dargli quello sprint in più. Anche il cantante Gas Monsanto, pur essendo dotato di una buona estensione vocale, in certe occasioni non riesce ad essere particolarmente incisivo come in passato. Di certo il vocalist brasiliano non ha tutte le colpe riguardo ai limiti di questo lavoro, che pecca spesso di composizioni prevedibili, o che comunque non riescono mai a sorprendere più di tanto. Procedendo con l’ascolto ci imbattiamo nella tenebrosa “Death Calls My Name”, mentre “Silent Scream” prova a ricalcare le orme delle opere di Ronnie James Dio.

Arriviamo così al secondo CD, ma la musica non cambia. “Obey Another Lord” o la ballata “Lost With The Wind” riescono ad essere godibili ma non memorabili, proprio come molte altre canzoni prima, finite poi inesorabilmente nel dimenticatoio della musica. Gli Human Fortress provano infine a sparare gli ultimi fuochi d’artificio con “We Are Legion”, una traccia che, pur non cambiando il giudizio finale sull’album, riesce almeno a distinguersi in mezzo alla media. Alla luce di questo, non pare essere stata molto indovinata la mossa di relegarla al solo mercato giapponese o a qualche edizione limitata.
Alla fine “Stronghold” viaggia alternando alcuni buoni episodi ad un paio di sbadigli. La band se la cava tutto sommato bene grazie all’esperienza ed l’abilità strumentale, ma il songwriting è a tratti un po’ zoppicante. Gli spunti degni di nota anche ci sarebbero, ma i brani molto spesso non riescono a fare il botto, inoltre la produzione non proprio impeccabile di certo non aiuta. Anche la scusa dell’abbandono di Parcharidis ormai non regge più. Sebbene la sua timbrica particolare sia ancora un riconoscibile marchio di fabbrica nelle prime due uscite, la band ha avuto tutto il tempo per metabolizzare la sua defezione. Monsanto è un sostituto valido, e nonostante qualche incertezza in “Stronghold”, ha le carte in regola per guidare la band.
Il problema principale invece, pare essere la mancanza di veri e propri momenti da sottolineare, evidenziando una situazione che la formazione tedesca si trascina dietro ormai da diversi anni. Il giudizio finale raggiunge comunque la sufficienza, anche se resta il rammarico che ci si poteva aspettare di più. Alla fine dei conti “Stronghold” può anche meritare qualche ascolto, se non altro per far conoscere la band e magari avvicinarsi ai propri lavori. Nel frattempo, visto che le capacità non mancano, confidiamo, ancora una volta, nel prossimo album.

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